{"id":2986,"date":"2026-09-04T23:33:03","date_gmt":"2026-09-04T23:33:03","guid":{"rendered":"https:\/\/www.meridianoitalia.tv\/meridiano\/?p=2986"},"modified":"2026-09-05T06:57:17","modified_gmt":"2026-09-05T06:57:17","slug":"islanda-quale-futuro-dopo-il-no-allue","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.meridianoitalia.tv\/meridiano\/2026\/09\/04\/islanda-quale-futuro-dopo-il-no-allue\/","title":{"rendered":"Islanda, quale futuro dopo il no all\u2019Ue"},"content":{"rendered":"\n<p class=\"wp-block-paragraph\">di Gianni Lattanzio<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">L\u2019Islanda ha detto no, ma sarebbe un errore \u2014 storico prima ancora che politico \u2014 tradurre quel no nel linguaggio elementare dell\u2019antieuropismo. Il referendum del 29 agosto, nel quale il 52,84% dei votanti si \u00e8 espresso contro la ripresa dei negoziati di adesione all\u2019Unione europea, mentre il 47,16% ha votato a favore, non ha sancito una separazione dall\u2019Europa. Ha piuttosto rimesso in scena una delle domande pi\u00f9 persistenti della storia nordica: in quale misura una piccola comunit\u00e0 pu\u00f2 partecipare a un ordine pi\u00f9 vasto senza smarrire la titolarit\u00e0 delle decisioni che considera essenziali alla propria esistenza?<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Non era in votazione un trattato di adesione, bens\u00ec la riapertura di un itinerario negoziale. Il dato procedurale, spesso trascurato dalla semplificazione mediatica, \u00e8 sostanziale. Gli elettori non hanno respinto l\u2019Unione come destino irrevocabilmente estraneo, n\u00e9 hanno approvato una rottura delle forme di cooperazione gi\u00e0 esistenti. Hanno scelto di non iniziare, almeno per ora, un processo che avrebbe potuto condurre \u2014 dopo negoziati complessi e un successivo passaggio referendario \u2014 a una piena appartenenza comunitaria. Il no \u00e8 dunque una pausa, non una fuga; un atto di cautela, non una dichiarazione d\u2019insularit\u00e0.<br>L\u2019Islanda, d\u2019altronde, non abita i margini dell\u2019Europa se non in senso geografico. Dal 1994 partecipa allo Spazio economico europeo, attraverso l\u2019Associazione europea di libero scambio; condivide il mercato interno, recepisce una parte significativa dell\u2019acquis europeo nei settori coperti dall\u2019accordo e, dal 2001, aderisce al sistema Schengen. Il suo rapporto con l\u2019Unione non \u00e8 quello di un vicino estraneo, ma di un soggetto inserito in una struttura di interdipendenza economica, giuridica e sociale.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">L\u2019ordine giuridico dello Spazio economico europeo costituisce un esperimento particolarmente raffinato di integrazione differenziata. Esso permette a Paesi come Islanda, Norvegia e Liechtenstein di partecipare alle quattro libert\u00e0 del mercato interno \u2014 circolazione di persone, merci, servizi e capitali \u2014 senza acquisire lo status pieno di Stato membro dell\u2019Unione. Vi \u00e8, tuttavia, un prezzo politico: molte norme europee devono essere incorporate nel diritto interno degli Stati EFTA-EEA senza che questi partecipino, con pari diritto di voto, alla loro formazione legislativa nelle istituzioni dell\u2019Unione. La sovranit\u00e0 non viene cancellata, ma cambia consistenza: diventa una sovranit\u00e0 di adattamento, cooperativa e, in parte, inevitabilmente ricettiva.<br>Proprio questa formula permette di comprendere il risultato del referendum. Il rapporto islandese con l\u2019Europa \u00e8 una delle espressioni pi\u00f9 moderne di una tradizione assai pi\u00f9 antica: la tradizione nordica della sovranit\u00e0 plurale. Diversamente dall\u2019immagine classica dello Stato moderno, fondata sul potere indivisibile e territorialmente esclusivo, il Nord europeo ha conosciuto per secoli ordini politici compositi. La legge, prima dello Stato; l\u2019assemblea, prima dell\u2019amministrazione centralizzata; l\u2019unione dinastica, prima della nazione; l\u2019autonomia territoriale, accanto alla corona; la cooperazione regionale, senza l\u2019abolizione degli Stati. L\u2019Islanda contemporanea \u00e8 figlia di questa lunga sedimentazione.<br>Alle origini vi \u00e8 il \u00feing, l\u2019assemblea nella quale la comunit\u00e0 nordica rendeva pubblica la norma e decideva i conflitti. L\u2019Al\u00feingi islandese, istituito a \u00deingvellir nel 930, \u00e8 una delle pi\u00f9 antiche assemblee parlamentari al mondo. Non si deve proiettare su di esso la democrazia rappresentativa contemporanea: non era un parlamento universale, n\u00e9 un luogo di uguaglianza sociale. E tuttavia custodiva un\u2019intuizione destinata a lasciare un segno duraturo nella cultura politica islandese: l\u2019ordine legittimo non nasce esclusivamente dalla forza di un centro, ma dalla visibilit\u00e0 della legge, dalla forza della consuetudine e dalla deliberazione pubblica.<br>La prima forma della sovranit\u00e0 nordica non fu dunque una sovranit\u00e0 assoluta, ma una sovranit\u00e0 condivisa tra istituzioni locali, autorit\u00e0 personali e comunit\u00e0 giuridiche. Quella stessa pluralit\u00e0 prosegu\u00ec, in forme radicalmente mutate, nella lunga stagione delle monarchie composite. L\u2019Unione di Kalmar, costituita nel 1397, un\u00ec sotto una medesima corona Danimarca, Norvegia e Svezia, comprendendo indirettamente anche gli spazi atlantici dipendenti dal regno norvegese, come Islanda, Groenlandia e F\u00e6r \u00d8er. Non fu mai uno Stato unitario: i regni conservarono proprie leggi, \u00e9lite, consigli e ordinamenti. L\u2019Unione rappresent\u00f2, piuttosto, una forma di sovranit\u00e0 sovrapposta, nella quale il principio dell\u2019unit\u00e0 dinastica conviveva con la persistenza delle autonomie.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Lo scioglimento dell\u2019Unione e la Riforma protestante del XVI secolo modificarono profondamente l\u2019equilibrio. La separazione della Svezia nel 1523, la centralizzazione danese e l\u2019affermazione delle chiese territoriali luterane trasferirono nuove funzioni alla corona: beni ecclesiastici, disciplina religiosa, amministrazione, fiscalit\u00e0. La sovranit\u00e0 divent\u00f2 pi\u00f9 concentrata, pi\u00f9 statuale, pi\u00f9 capace di agire sulla societ\u00e0. Ma per Islanda e Norvegia quella centralizzazione signific\u00f2 anche dipendenza: il rafforzamento del potere danese non coincise con la loro emancipazione, bens\u00ec con l\u2019allontanamento del centro decisionale e con l\u2019indebolimento delle sedi locali di rappresentanza.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Qui si trova una delle radici profonde della sensibilit\u00e0 islandese verso ogni trasferimento di competenze. La storia dell\u2019isola \u00e8 la storia di un lungo rapporto con un potere esercitato da lontano: dalla sottomissione alla corona norvegese nel XIII secolo, al legame con la Danimarca, fino alla graduale conquista dell\u2019autogoverno nel 1904, della sovranit\u00e0 statale nel 1918 e della Repubblica nel 1944. Nel 1918 l\u2019Atto d\u2019Unione riconobbe l\u2019Islanda come Stato sovrano, sebbene unito personalmente alla corona danese; nel 1944, attraverso referendum, gli islandesi proclamarono la Repubblica, mentre la Danimarca era sottoposta all\u2019occupazione nazista. La sovranit\u00e0 islandese moderna nacque cos\u00ec non dalla conquista militare, ma dalla continuit\u00e0 di una rivendicazione giuridica, linguistica e costituzionale.<br>\u00c8 significativo che il movimento indipendentista islandese abbia posto al centro non soltanto l\u2019autogoverno, ma la continuit\u00e0 culturale. In pochi Paesi europei lingua e memoria letteraria hanno avuto un ruolo tanto importante nella costruzione della nazione. L\u2019islandese contemporaneo conserva una notevole prossimit\u00e0 con l\u2019antico norreno delle saghe; ci\u00f2 permette alla societ\u00e0 attuale di leggere nel proprio patrimonio medievale non una reliquia remota, ma una fonte ancora accessibile di immaginario, lessico e identit\u00e0. Le \u00cdslendingas\u00f6gur non sono soltanto grandi testi letterari: sono il repertorio di una comunit\u00e0 che ha imparato a rappresentare le proprie tensioni attraverso il diritto, l\u2019onore, la faida, la composizione e la parola data.<br>La sovranit\u00e0, in questa tradizione, non \u00e8 mai soltanto il monopolio astratto della decisione. \u00c8 la possibilit\u00e0 di mantenere continuit\u00e0 tra il mondo delle norme e il mondo della vita. \u00c8 la convinzione che una comunit\u00e0, per non divenire mera amministrazione periferica, debba poter riconoscere se stessa nelle decisioni che la riguardano. Da qui l\u2019intensit\u00e0 con cui la questione europea si collega al governo delle risorse naturali.<br>Il mare \u00e8 il vero testo costituzionale dell\u2019Islanda. La pesca non costituisce un capitolo residuale della sua economia; \u00e8 la materia nella quale storia, diritto e identit\u00e0 convergono. Le guerre del merluzzo con il Regno Unito, combattute negli anni Cinquanta, Sessanta e Settanta del Novecento, furono controversie sulla progressiva estensione della giurisdizione di pesca islandese, ma entrarono nella memoria nazionale come una prova decisiva di indipendenza. L\u2019Islanda riusc\u00ec a difendere l\u2019ampliamento delle proprie acque contro uno Stato assai pi\u00f9 potente, alleato nell\u2019ambito della NATO e custode di una secolare tradizione marittima.<br>Quelle crisi anticiparono, per molti aspetti, la trasformazione del diritto internazionale del mare consacrata nella Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare del 1982: la centralit\u00e0 degli Stati costieri nella zona economica esclusiva e il diritto di esercitare diritti sovrani sull\u2019esplorazione, lo sfruttamento, la conservazione e la gestione delle risorse naturali fino a 200 miglia nautiche. Per l\u2019Islanda, il diritto del mare non rimase una disciplina per specialisti: fu la grammatica internazionale della propria sopravvivenza economica e della propria dignit\u00e0 politica.<br>L\u2019Accordo sullo Spazio economico europeo conserva una distinzione essenziale. Esso disciplina le relazioni commerciali anche per prodotti agricoli e ittici, ma non equivale alla piena partecipazione dell\u2019Islanda alla Politica agricola comune e alla Politica comune della pesca dell\u2019Unione. Da qui l\u2019apprensione che accompagna l\u2019ipotesi dell\u2019adesione. La politica della pesca europea pu\u00f2 essere valutata in termini negoziali, tecnici e comparativi; per Reykjavik, tuttavia, essa \u00e8 soprattutto la possibile modifica del rapporto storico tra Stato, acque e comunit\u00e0. Non \u00e8 semplicemente il timore di perdere quote di mercato; \u00e8 la paura che il fondamento materiale dell\u2019indipendenza venga sottoposto a una sovranit\u00e0 condivisa.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">La stessa ambivalenza segna la questione monetaria. La corona islandese \u00e8 uno strumento di autonomia, ma anche una fonte di fragilit\u00e0. La crisi finanziaria del 2008 rese evidente quanto una piccola valuta, in un\u2019economia profondamente esposta alla circolazione internazionale dei capitali, possa amplificare instabilit\u00e0, indebitamento e tensioni sociali. L\u2019adesione all\u2019Unione apparve allora a molti come una via per ottenere maggiore stabilit\u00e0 e, potenzialmente, avvicinarsi all\u2019euro. Fu proprio nel clima successivo al collasso bancario che l\u2019Islanda present\u00f2 la domanda di adesione nel 2009; la Commissione europea formul\u00f2 il proprio parere nel 2010, i negoziati iniziarono nel luglio dello stesso anno, furono messi in pausa nel 2013 e, nel 2015, l\u2019Islanda chiese di non essere pi\u00f9 considerata Paese candidato.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Il passaggio dalla corona all\u2019euro non sarebbe soltanto un mutamento di politica economica. Rappresenterebbe un trasferimento di simboli e di poteri: dalla sovranit\u00e0 monetaria nazionale \u2014 con i suoi costi, ma anche con i suoi margini di risposta \u2014 a una sovranit\u00e0 esercitata congiuntamente nel quadro dell\u2019Unione economica e monetaria. L\u2019Islanda si trova cos\u00ec davanti a una scelta classica delle piccole democrazie: se preferire il controllo diretto di strumenti imperfetti oppure la protezione indiretta di un sistema pi\u00f9 grande, ma meno immediatamente governabile.<br>Il referendum ha mostrato che, almeno oggi, la risposta pi\u00f9 persuasiva resta la prudenza. Non la nostalgia di un\u2019autosufficienza che l\u2019Islanda non ha mai realmente conosciuto, ma la difesa di una sovranit\u00e0 \u201cmodulare\u201d, secondo una formula che descrive bene l\u2019esperienza nordica contemporanea. I Paesi del Nord non hanno scelto tutti la stessa via: Danimarca, Finlandia e Svezia sono membri dell\u2019Unione; Norvegia e Islanda partecipano al mercato interno attraverso lo Spazio economico europeo; la Groenlandia, pur appartenendo al Regno di Danimarca, lasci\u00f2 la Comunit\u00e0 europea nel 1985; le F\u00e6r \u00d8er restano fuori dal quadro dei trattati dell\u2019Unione.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Questa geografia istituzionale non \u00e8 un\u2019anomalia; \u00e8 una filosofia politica implicita. La sovranit\u00e0, nell\u2019area nordica, non viene concepita soltanto come muro o confine. \u00c8 piuttosto un\u2019arte delle appartenenze graduabili: partecipare dove la cooperazione accresce la capacit\u00e0 d\u2019azione; riservare allo Stato o alle comunit\u00e0 territoriali le competenze percepite come costitutive; mantenere aperta la possibilit\u00e0 di rinegoziare i rapporti quando cambiano le circostanze storiche.<br>L\u2019Islanda, dunque, non ha respinto l\u2019Europa. Ha riaffermato un modo nordico di pensare l\u2019Europa: non come uniformit\u00e0 imposta dall\u2019alto, n\u00e9 come mercato privo di anima politica, ma come spazio nel quale la cooperazione deve convivere con le storie nazionali, le specificit\u00e0 territoriali e il diritto dei popoli a custodire le risorse da cui dipende la loro libert\u00e0.<br>In questo senso, il suo no si rivolge anche all\u2019Unione. Ricorda che l\u2019integrazione non pu\u00f2 essere misurata soltanto dal numero degli Stati membri o dall\u2019estensione dell\u2019acquis. La sua forza dipende dalla capacit\u00e0 di convincere, non di assorbire; di proteggere le periferie, non di amministrarle; di rendere condivisa la sovranit\u00e0 senza renderla irriconoscibile. Nel Nord Atlantico, tra la memoria delle saghe, le faglie di \u00deingvellir e le acque sulle quali l\u2019Islanda ha costruito la propria indipendenza, questa antica lezione torna oggi a interrogare l\u2019intera Europa.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>di Gianni Lattanzio L\u2019Islanda ha detto no, ma sarebbe un errore \u2014 storico prima ancora che politico \u2014<\/p>\n","protected":false},"author":1,"featured_media":2989,"comment_status":"closed","ping_status":"closed","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"iawp_total_views":75,"footnotes":""},"categories":[15],"tags":[],"class_list":["post-2986","post","type-post","status-publish","format-standard","has-post-thumbnail","hentry","category-italia-e-l-u-e"],"yoast_head":"<!-- This site is optimized with the Yoast SEO plugin v28.5 - https:\/\/yoast.com\/product\/yoast-seo-wordpress\/ -->\n<title>Islanda, quale futuro dopo il no all\u2019Ue -<\/title>\n<meta name=\"robots\" content=\"index, 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