{"id":3046,"date":"2026-09-10T20:20:41","date_gmt":"2026-09-10T20:20:41","guid":{"rendered":"https:\/\/www.meridianoitalia.tv\/meridiano\/?p=3046"},"modified":"2026-09-10T20:20:42","modified_gmt":"2026-09-10T20:20:42","slug":"la-tenerezza-radicale-nellera-dellindurimento-collettivo","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.meridianoitalia.tv\/meridiano\/2026\/09\/10\/la-tenerezza-radicale-nellera-dellindurimento-collettivo\/","title":{"rendered":"La tenerezza radicale nell&#8217;era dell&#8217;indurimento collettivo\u00a0"},"content":{"rendered":"\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><strong>di Serena Parascandolo<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Esiste una forma di affaticamento che non si cura con il sonno, una stanchezza sottile e diffusa che si \u00e8 sedimentata sotto la pelle delle nostre societ\u00e0 contemporanee. La sociologia e la psicologia provano a definirla, a seconda delle prospettive, come un esaurimento da iper-connessione o un logorio cronico, ma la sua radice \u00e8 prima di tutto esistenziale ed \u00e8 per questo che diventa, inevitabilmente, anche una questione politica. Viviamo infatti immersi in un flusso ininterrotto di stimoli, privati di filtri e di pause, dove la pratica quotidiana del&nbsp;<em>doomscrolling<\/em>&nbsp;\u2014 lo scorrimento compulsivo e quasi ipnotico di notizie catastrofiche sui nostri schermi \u2014 ci porta a consumare passivamente dosi massicce di dolore astratto, conflitti distanti e crisi globali. \u00c8 un ecosistema tutt&#8217;altro che neutro, governato da un&#8217;economia dell&#8217;attenzione che premia lo sdegno immediato, la reattivit\u00e0 rabbiosa e quella polarizzazione costante che finisce per trasformare l&#8217;altro in un bersaglio o in un nemico. Per sopravvivere a un simile bombardamento emotivo abbiamo finito per sviluppare una reazione difensiva collettiva di natura quasi anestetica, operando un indurimento preventivo della nostra stessa carne nella convinzione che la distanza possa diventare sinonimo di lucidit\u00e0 e che il cinismo sia l&#8217;unica corazza intelligente per non farsi devastare dalla violenza del mondo.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">In questa postura da trincea, la parola &#8220;tenerezza&#8221; suona quasi intollerabile, poich\u00e9 appare come un anacronismo ingenuo, un lusso sentimentale relegato alle retoriche commerciali del benessere privato o al massimo confinato nell&#8217;isolamento della dimensione domestica. Eppure, dietro questa svalutazione si nasconde un malinteso feroce, che ignora come esista in realt\u00e0 una forza capace di spaventare le strutture dominanti proprio perch\u00e9 non \u00e8 catalogabile nei codici tradizionali dell&#8217;aggressivit\u00e0: la tenerezza radicale. Essa non ha nulla a che fare con la debolezza zuccherina dei mansueti o con la rinuncia accondiscendente di chi si arrende agli eventi, ma si configura, al contrario, come una vera e propria minaccia politica all\u2019individualismo esasperato, un sistema che prospera proprio sulla frammentazione e sul mito di un s\u00e9 isolato, competitivo e impermeabile. Di conseguenza, praticare la tenerezza oggi si traduce in un atto di sabotaggio consapevole, un modo per rifiutarsi deliberatamente di farsi immunizzare dal dolore altrui e per impugnare la propria vulnerabilit\u00e0 come una leva con cui scardinare la durezza dei rapporti sociali contemporanei.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Per comprendere&nbsp;bene&nbsp;questa mutazione \u00e8 necessario tracciare un&#8217;etimologia che sia prima di tutto culturale. Storicamente, la cura e la fragilit\u00e0 sono state relegate alla sfera del privato e del non-detto. Erano sentimenti da consumare dentro le mura di casa, considerati politicamente sterili perch\u00e9 incompatibili con lo spazio pubblico della lotta, da sempre dominato da codici performativi di forza e fermezza. La tenerezza radicale compie&nbsp;quindi&nbsp;un&#8217;inversione di rotta, spostando l&#8217;affetto e l&#8217;attenzione fuori dalla dimensione domestica per portarli nelle piazze. Il baricentro si sposta dal sentirsi fragili \u2014 un&#8217;esperienza individuale e spesso passiva \u2014 al farsi carico della vulnerabilit\u00e0 altrui, che si configura invece come un&#8217;azione collettiva e consapevole. La fragilit\u00e0 diventa una tecnica&nbsp;relazionale \u2014 uno strumento pratico volto a generare connessione \u2014&nbsp;e&nbsp;un terreno comune su cui rifondare le alleanze politiche e umane. Non si tratta pi\u00f9 di proteggere il proprio privato, ma di collettivizzare la cura per rendere l&#8217;esterno un luogo abitabile.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Una&nbsp;postura&nbsp;che&nbsp;necessita per\u00f2 di essere ripulita dalle&nbsp;varie&nbsp;incrostazioni dell\u2019estetica digitale. Le piattaforme social visive tendono&nbsp;spesso&nbsp;ad addomesticare i concetti complessi&nbsp;svuotandoli della loro carica critica per tradurli in tendenze di consumo. \u00c8 il caso della&nbsp;<em>soft&nbsp;<\/em><em>aesthetics<\/em>&nbsp;\u2014 un filone visivo basato su immagini rassicuranti, toni pastello e atmosfere ovattate \u2014 e del&nbsp;<em>self-care<\/em>commerciale. Questa narrazione riduce la cura a una questione di benessere privato fatta di candele profumate, isolamento e distacco. Si tratta di una visione che non cura il trauma sociale, ma lo privatizza e lo classifica come un prodotto, declinando&nbsp;anche&nbsp;la salute mentale come una responsabilit\u00e0 puramente individuale. La tenerezza radicale si colloca all&#8217;esatto opposto di questa deriva. Mentre l&#8217;industria del benessere invita a chiudere la porta per proteggere l&#8217;ego, la tenerezza radicale chiede di aprirla, di&nbsp;esporsi all&#8217;impatto con l&#8217;altro e di negoziare lo spazio comune. Non agisce come un anestetico per&nbsp;l\u2019anima, dunque,&nbsp;ma come un risveglio dei sensi e della responsabilit\u00e0 verso la comunit\u00e0.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Le origini di questo concetto non si sviluppano infatti nei reparti marketing, ma negli spazi di confine dell&#8217;attivismo e dell&#8217;arte performativa dell&#8217;America Latina dei primi anni 2010. Le svenature storiche affondano nei territori della dissidenza sessuale e della lotta decoloniale \u2014 il pensiero critico che mira a scardinare le gerarchie sociali e culturali ereditate dal passato coloniale \u2014 contesti in cui la sopravvivenza \u00e8 una conquista quotidiana. Il termine ha iniziato a sedimentarsi grazie all&#8217;influenza del collettivo transcontinentale&nbsp;<em>La Pocha Nostra<\/em>, uno spazio di sperimentazione artistica che ha messo al centro il corpo e le sue ferite. In questo tessuto culturale, una figura chiave \u00e8 l&#8217;attivista e artista trans messicana&nbsp;<strong>Lia La Novia Sirena<\/strong>. Muovendosi nelle strade di Citt\u00e0 del Messico, Lia ha trasformato la performance in una pedagogia vivente, dimostrando come la vulnerabilit\u00e0 del proprio corpo esposto alla violenza sistemica possa diventare uno spazio di alleanza inaspettata.&nbsp;Questa spinta collettiva ha trovato&nbsp;poi&nbsp;una formalizzazione teorica e poetica nel 2014, attraverso una&nbsp;<em>poetic<\/em><em>&nbsp;jam<\/em>&nbsp;online \u2014 una sessione di scrittura e improvvisazione artistica collettiva \u2014 iniziata dall&#8217;artista italo-brasiliana Dani d&#8217;Emilia e dall&#8217;accademico decoloniale Daniel B. Chavez. Il loro&nbsp;<em>Radical&nbsp;<\/em><em>Tenderness<\/em><em>&nbsp;Manifesto<\/em>, pubblicato nel 2015 sulla rivista messicana&nbsp;<em>Hysteria Magazine<\/em>, sollevava una domanda&nbsp;forte ed urgente:&nbsp;<strong>come pu\u00f2 il radicale essere tenero, e la tenerezza essere radicale, nelle nostre alleanze e nelle nostre comunit\u00e0?<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Il documento chiarisce che la tenerezza \u00e8 una tecnica&nbsp;di sopravvivenza creata da e per corpi storicamente marginalizzati, esposti alla violenza delle strutture patriarcali e razziste. Per chi vive ai margini, l&#8217;affetto verso i propri simili rappresenta&nbsp;spesso&nbsp;l&#8217;unico scudo possibile contro l&#8217;annientamento.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Proprio per questa sua matrice artistica e militante, la cura rifiuta ogni astrazione filosofica. Non si tratta di volersi bene in senso teorico, ma di un&#8217;azione fisica, muscolare e spaziale che fa spazio ai corpi nella loro materialit\u00e0.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Questo approccio si traduce innanzitutto nel rimodulare le distanze e le velocit\u00e0, accettando di camminare al passo di chi \u00e8 pi\u00f9 lento o pi\u00f9 fragile, interrompendo cos\u00ec la dittatura della produttivit\u00e0 che esige corpi sempre scattanti. Significa poi abitare il peso, sostenendosi fisicamente ed emotivamente nei momenti di crollo, riconoscendo che lo scheletro e la carne dell&#8217;altro gravitano sul nostro stesso suolo. Comporta infine la capacit\u00e0 di disarmare lo sguardo, guardando l\u2019altro per ci\u00f2 che \u00e8, senza proiezioni o aspettative, accettando lo scandalo di farsi guardare a propria volta nella propria nudit\u00e0 emotiva. In questo modo, la cura diventa una disposizione geografica e politica delle presenze.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Il primo grande malinteso che questo percorso scardina \u00e8 la finta dicotomia tra la rabbia e l&#8217;amore. Nella narrazione comune, la rabbia \u00e8 vista come una forza distruttiva, mentre l&#8217;amore \u00e8 ridotto a un sentimento pacificato. La tenerezza radicale rifiuta questa&nbsp;forma di&nbsp;semplificazione: lo sdegno per l&#8217;ingiustizia e il dolore del mondo non viene negato, ma accolto come un&#8217;energia vitale, pulita e necessaria. La differenza risiede nel modo in cui tale forza viene incanalata. Se lasciata a&nbsp;se&nbsp;stessa, la rabbia pura si trasforma in rancore sterile o in un nichilismo che riproduce la stessa violenza che vorrebbe combattere. La tenerezza radicale interviene come un guscio protettivo e trasformativo, impedendo l&#8217;auto-combustione dell&#8217;individuo e diventando la forza che muta l&#8217;urlo in proposta e il dolore in legame.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Nel nostro attuale panorama culturale, lo scontro avviene quasi sempre secondo i codici della disumanizzazione o della&nbsp;<em>cancel<\/em><em>&nbsp;culture<\/em>&nbsp;\u2014 la tendenza a ostracizzare e cancellare pubblicamente chi ha commesso un errore, isolandolo dalla comunit\u00e0. In questo scenario, lo sbaglio coincide interamente con l&#8217;identit\u00e0 della persona. La tenerezza radicale propone un&#8217;alternativa complessa che invita a distruggere l&#8217;oppressione senza annientare l&#8217;essere umano. Significa scindere l&#8217;errore dall&#8217;individuo, affrontando il conflitto faccia a faccia, senza nascondersi dietro lo schermo della distanza o del giudizio morale definitivo.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Questo tipo di confronto non crea terra bruciata, ma costringe entrambe le parti a rimanere nella relazione, cercando una forma di riparazione collettiva anzich\u00e9 una punizione esemplare.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Un&nbsp;principio&nbsp;che&nbsp;lancia un attacco frontale a uno dei miti fondativi della modernit\u00e0: l&#8217;indipendenza emotiva assoluta,&nbsp;e&nbsp;l&#8217;idea dell&#8217;uomo d&#8217;azione che basta a&nbsp;se&nbsp;stesso. Questa pretesa di autosufficienza \u00e8 una finzione biologica e sociale che genera&nbsp;sempre pi\u00f9&nbsp;solitudine e ansia da prestazione, perch\u00e9 ci costringe a mostrare una facciata di efficienza e invulnerabilit\u00e0, trasformando i rapporti in transazioni utilitaristiche. La tenerezza radicale sostituisce l&#8217;autarchia dell&#8217;ego \u2014 la pretesa narcisistica di non dipendere da nessuno \u2014 con il principio dell&#8217;interdipendenza. Riconoscere la propria fragilit\u00e0 diventa l&#8217;atto di realismo pi\u00f9 profondo che possiamo compiere&nbsp;e accettare questa postura significa ammettere che la nostra biologia e la nostra psiche sono strutturalmente dipendenti dagli altri. Abbiamo bisogno di cura per nascere, per crescere e per morire&nbsp;e quando la vulnerabilit\u00e0 viene collettivizzata si trasforma nel terreno comune su cui rifondare la fiducia reciproca.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Di conseguenza, questa filosofia&nbsp;agisce&nbsp;anche sul tempo. Viviamo dentro un&#8217;economia dell&#8217;attenzione che monetizza la rapidit\u00e0, la reattivit\u00e0 istantanea e la risposta performante a ogni stimolo. Questo ritmo frenetico satura lo spazio&nbsp;mentale, impedendo l&#8217;elaborazione profonda, la comprensione dell&#8217;altro e l&#8217;introspezione. In un simile contesto, praticare la lentezza dell&#8217;ascolto e della presenza&nbsp;diventa&nbsp;un vero e proprio sabotaggio politico. Decidere di rallentare per sintonizzarsi sui tempi dell&#8217;altro, dedicare ore a un dialogo difficile e aspettare chi fa fatica a seguire il passo sono azioni che interrompono la catena di montaggio della produttivit\u00e0 sociale. La tenerezza&nbsp;radicale&nbsp;infatti,&nbsp;rivendica il diritto alla non-produttivit\u00e0 emotiva, il diritto di fermarsi a guardare, a sentire e a elaborare, strappando il nostro tempo interiore alle logiche del rendimento e del consumo.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Se oggi questo concetto risuona con tanta forza, non \u00e8 per un\u2019improvvisa ondata di romanticismo, ma per un profondo sfinimento storico. Abbiamo attraversato anni di violentissime guerre culturali&nbsp;anche&nbsp;online, in cui ogni dibattito pubblico \u00e8 stato ridotto a uno&nbsp;sterile&nbsp;scontro binario. Le piattaforme digitali ci hanno costretto ad abitare costantemente delle trincee ideologiche, dove l&#8217;unica interazione possibile con chi dissente \u00e8 l&#8217;attacco o il disprezzo. Questo stato di mobilitazione permanente ha prodotto una forma diffusa di svuotamento emotivo. Le persone sono sfinite dalla performance della durezza. Ci si \u00e8 resi conto che questo modo di stare insieme non produce alcun cambiamento reale: non sposta le coscienze, non crea comunit\u00e0, ma lascia solo individui pi\u00f9 isolati. La tenerezza radicale emerge in questa frattura come una via d\u2019uscita d\u2019emergenza&nbsp;offrendo&nbsp;la possibilit\u00e0 di restare fermi nei propri valori senza dover disumanizzare l&#8217;interlocutore,&nbsp;e&nbsp;restituendo complessit\u00e0 laddove l&#8217;algoritmo esige semplificazione.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Questa stanchezza generalizzata sta provocando una mutazione profonda anche nelle nostre geografie digitali, un fenomeno che i sociologi dei media definiscono&nbsp;<em>Social Exit<\/em>&nbsp;\u2014 il progressivo abbandono dei social network di massa a favore di ambienti digitali pi\u00f9 ristretti e controllati. Stiamo assistendo a una fuga costante dalle grandi piazze commerciali del web, dominate dal rumore di fondo e dalle metriche di vanit\u00e0, a favore di ecosistemi pi\u00f9 intimi e protetti. La crescita di piattaforme basate sulla parola scritta come&nbsp;Substack, la proliferazione di podcast narrativi focalizzati sulla salute mentale e la creazione di micro-comunit\u00e0 su canali di messaggistica privata ne sono la prova tangibile. Le persone cercano&nbsp;sempre pi\u00f9&nbsp;spazi in cui sia possibile praticare l&#8217;ascolto profondo, la sfumatura, l&#8217;errore e la vulnerabilit\u00e0. C&#8217;\u00e8 un forte desiderio collettivo di disarmare le difese, di trovare nicchie in cui sia possibile semplicemente &#8220;essere&#8221; insieme agli altri, rallentando il ritmo della comunicazione.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Tuttavia, proprio nel momento in cui un concetto cos\u00ec radicale penetra nel discorso pubblico, scatta un meccanismo inevitabile, ovvero&nbsp;il tentativo di addomesticamento da parte del mercato. Vediamo gi\u00e0 i primi segnali di questa transizione nel mondo dell&#8217;alta moda, dove le passerelle evocano&nbsp;spesso&nbsp;la fragilit\u00e0 come elemento di un&#8217;estetica raffinata, o nella saggistica pop che riscopre il termine. Il rischio concreto \u00e8 che la tenerezza radicale subisca la stessa sorte del&nbsp;<em>self-care<\/em>: essere ridotta a un&nbsp;brand&nbsp;terapeutico,&nbsp;e quindi&nbsp;ad&nbsp;un&#8217;attitudine rassicurante da esibire,&nbsp;o al massimo&nbsp;ad&nbsp;una merce consolatoria che serve a far sentire il consumatore emotivamente evoluto, senza per\u00f2 mettere mai in discussione le strutture di potere reali.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Arrivati a questo punto, appare evidente come la tenerezza radicale non sia una scelta di comodo, n\u00e9 un rifugio per chi non sa reggere l&#8217;urto della realt\u00e0. Al contrario, essa si configura come un allenamento quotidiano rigoroso, faticoso e profondamente disciplinato. \u00c8 immensamente pi\u00f9 facile cedere al cinismo, perch\u00e9 questo non richiede sforzo: basta incrociare le braccia, dichiarare che tutto \u00e8 corrotto, che nulla cambier\u00e0 mai e che l&#8217;essere umano \u00e8 strutturalmente egoista. Esso \u00e8 una profezia che si autoavvera e che, soprattutto, esonera dalla responsabilit\u00e0 dell\u2019azione.&nbsp;Cos\u00ec comel\u2019indifferenza, altra&nbsp;postura&nbsp;alquanto&nbsp;pigra: basta chiudere gli occhi e farsi scivolare addosso la carne e il&nbsp;dolore&nbsp;degli altri.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Restare radicalmente teneri, invece, richiede una forza mentale e una stabilit\u00e0 emotiva fuori dal comune. Significa decidere ogni mattina di andare incontro al mondo a mani aperte, accettando il rischio concreto di essere feriti, traditi o delusi, pur di non rinunciare alla possibilit\u00e0 dell&#8217;incontro autentico. Non \u00e8 la debolezza dei vinti,&nbsp;\u00e8 il coraggio lucido dei sopravvissuti che rifiutano di diventare simili a ci\u00f2 che li ha feriti.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">La tenerezza radicale \u00e8, in ultima analisi, l\u2019unica vera alternativa alla desertificazione dei rapporti umani,&nbsp;un manifesto politico per i corpi del futuro,&nbsp;un invito a ricostruire il tessuto sociale partendo dalle nostre reciproche mancanze, anzich\u00e9 dalle nostre finte performance di autosufficienza.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">La vera domanda non riguarda la fattibilit\u00e0 teorica di questa pratica, ma interpella direttamente la nostra pelle e la nostra coscienza quotidiana: in un mondo che ci ordina di diventare pietra, abbiamo ancora il coraggio politico di lasciarci toccare dall&#8217;altro?<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>di Serena Parascandolo Esiste una forma di affaticamento che non si cura con il sonno, una 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