{"id":3513,"date":"2026-10-24T21:19:22","date_gmt":"2026-10-24T21:19:22","guid":{"rendered":"https:\/\/www.meridianoitalia.tv\/meridiano\/?p=3513"},"modified":"2026-10-24T21:19:23","modified_gmt":"2026-10-24T21:19:23","slug":"la-ostpolitik-vaticana-da-casaroli-ai-nostri-giorni","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.meridianoitalia.tv\/meridiano\/2026\/10\/24\/la-ostpolitik-vaticana-da-casaroli-ai-nostri-giorni\/","title":{"rendered":"La Ostpolitik vaticana da Casaroli ai nostri giorni"},"content":{"rendered":"\n<p class=\"wp-block-paragraph\">di Gianni Lattanzio<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">C\u2019\u00e8 un foglio che, pi\u00f9 di molti trattati, racconta la diplomazia della Santa Sede. \u00c8 una lista di nomi: centinaia di prigionieri di guerra ucraini detenuti in Russia. Sviatoslav Shevchuk, arcivescovo maggiore di Kyiv-Haly\u010d e capo della Chiesa greco-cattolica ucraina, l\u2019ha consegnata il 23 ottobre a Leone XIV, nella Biblioteca del Palazzo Apostolico. Pochi giorni prima il Papa, ancora convalescente al Gemelli, aveva telefonato a Vladimir Putin e poi a Volodymyr Zelensky. Chiedeva una tregua per Oleshky, citt\u00e0 occupata dove la popolazione \u00e8 rimasta senza cibo, acqua e medicine. Oggi i giornali annunciano il cessate il fuoco e l\u2019evacuazione dei civili. Su La Stampa Giacomo Galeazzi ha dato a questi gesti un nome che sembrava consegnato agli archivi della guerra fredda: \u00abL\u2019ostpolitik vaticana\u00bb. Non \u00e8 un vezzo da cronista. \u00c8 il riconoscimento che un metodo nato dietro la cortina di ferro continua a vivere, sotto altre forme, nel cuore dell\u2019Europa in guerra.<br>Per comprenderlo bisogna tornare ai primi anni Sessanta, quando l\u2019Europa era divisa da un muro e la Chiesa, a Est, rischiava di spegnersi in silenzio. La parola stessa \u00e8 un prestito: \u201cOstpolitik\u201d era la politica di apertura verso Oriente della Germania federale di Willy Brandt. Applicata al Vaticano, indicava qualcosa di pi\u00f9 modesto e insieme di pi\u00f9 ambizioso. Non si trattava di cambiare gli equilibri del continente, ma di garantire che vescovi, preti e fedeli potessero sopravvivere sotto regimi che avevano fatto dell\u2019ateismo un dogma di Stato. Il seme lo gett\u00f2 Giovanni XXIII. Nella Pacem in terris dell\u201911 aprile 1963 il Papa chiedeva di non confondere mai l\u2019errore con l\u2019errante, n\u00e9 le false dottrine filosofiche con i movimenti storici che da esse erano nati. Le dottrine restano immobili, scriveva, mentre i movimenti cambiano, e un incontro ieri impossibile pu\u00f2 diventare fecondo domani. In quelle righe c\u2019era gi\u00e0 una diplomazia. Nello stesso anno, per volont\u00e0 di Roncalli, un prelato piacentino dai modi pacati e dall\u2019intelligenza acuminata, monsignor Agostino Casaroli, varc\u00f2 la cortina di ferro. Era sottosegretario della Congregazione per gli Affari ecclesiastici straordinari, e and\u00f2 a Budapest e a Praga per riallacciare contatti interrotti da anni.<br>Fu Paolo VI a fare di quell\u2019intuizione un metodo, e di Casaroli il suo interprete. Nel 1967 lo volle segretario del Consiglio per gli Affari pubblici della Chiesa, cio\u00e8, nella sostanza, ministro degli Esteri del Papa. Il primo frutto era maturato gi\u00e0 il 15 settembre 1964, a Budapest. Fu un accordo parziale con l\u2019Ungheria comunista, il primo di una serie di intese con i regimi dell\u2019Est. Riconosceva alla Santa Sede il diritto di nominare i vescovi, ma lasciava al governo la facolt\u00e0 di gradire o respingere i candidati. Era poco, ma era pi\u00f9 di niente. Il 25 giugno 1966 Casaroli firm\u00f2 a Belgrado il protocollo con la Jugoslavia di Tito, che apr\u00ec la strada allo scambio di rappresentanti. Seguirono anni di negoziati estenuanti con Praga, con Varsavia, con le altre capitali del blocco sovietico. Si discuteva di nomine episcopali, di seminari, di catechismo, di sacerdoti incarcerati: la grammatica minima della sopravvivenza di una Chiesa.<\/p>\n\n\n\n<figure class=\"wp-block-image aligncenter size-large\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" width=\"768\" height=\"1024\" src=\"https:\/\/www.meridianoitalia.tv\/meridiano\/wp-content\/uploads\/2026\/10\/cupola2-768x1024-1.jpeg\" alt=\"\" class=\"wp-image-3518\" srcset=\"https:\/\/www.meridianoitalia.tv\/meridiano\/wp-content\/uploads\/2026\/10\/cupola2-768x1024-1.jpeg 768w, https:\/\/www.meridianoitalia.tv\/meridiano\/wp-content\/uploads\/2026\/10\/cupola2-225x300.jpeg 225w, https:\/\/www.meridianoitalia.tv\/meridiano\/wp-content\/uploads\/2026\/10\/cupola2-600x800.jpeg 600w, https:\/\/www.meridianoitalia.tv\/meridiano\/wp-content\/uploads\/2026\/10\/cupola2.jpeg 800w\" sizes=\"auto, (max-width: 768px) 100vw, 768px\" \/><\/figure>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><br>Ogni conquista aveva un prezzo, e non sempre era il regime a pagarlo. Il caso pi\u00f9 lacerante fu quello del cardinale J\u00f3zsef Mindszenty, primate d\u2019Ungheria, simbolo di una fede che non si piegava. Liberato durante la rivoluzione del 1956, il 4 novembre, mentre i carri armati sovietici rientravano a Budapest, aveva trovato rifugio nella legazione americana. Vi rimase per quindici anni, fino al settembre 1971. Poi lasci\u00f2 il Paese, ma rifiut\u00f2 di rinunciare alla sua sede. Alla fine del 1973 Paolo VI decise di dichiarare vacante l\u2019arcidiocesi di Esztergom, e il 5 febbraio 1974 la decisione fu resa pubblica. Per molti fu un tradimento. Per Montini e Casaroli fu il dolore necessario per dare pastori a una Chiesa rimasta orfana da un quarto di secolo.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Eppure quella diplomazia, accusata di arrendevolezza, sapeva anche seminare per il futuro. Il 1\u00b0 agosto 1975 Casaroli, delegato speciale di Paolo VI, firm\u00f2 a nome della Santa Sede l\u2019Atto finale della Conferenza di Helsinki sulla sicurezza e la cooperazione in Europa. La delegazione vaticana aveva lavorato con tenacia sul VII principio, quello sul rispetto dei diritti dell\u2019uomo e delle libert\u00e0 fondamentali, compresa la libert\u00e0 di religione. I regimi comunisti lo sottoscrissero, convinti che fosse una formula senza conseguenze. Si sbagliavano. Quelle parole divennero un appiglio giuridico per la Santa Sede e una bandiera per i dissidenti, da Varsavia a Praga. La pazienza, a lungo andare, si era fatta diritto.<br>Casaroli raccont\u00f2 quella stagione in un libro uscito nel 2000, due anni dopo la sua morte, e ne scelse il titolo con la precisione di chi l\u2019aveva vissuta: Il martirio della pazienza. La Santa Sede e i paesi comunisti (1963-89). Non c\u2019era alcuna illusione sulla natura dei regimi, e nessuna tentazione di benedirli. C\u2019era la convinzione che la Chiesa non potesse abbandonare chi era rimasto al di l\u00e0 del Muro. Non si cercava un modus vivendi con il comunismo, amava ripetere Casaroli, ma un modus non moriendi: un modo per non morire.<br>Quando nell\u2019ottobre 1978 sal\u00ec al soglio di Pietro un arcivescovo di Cracovia, molti pensarono che l\u2019Ostpolitik fosse finita. Karol Wojty\u0142a conosceva il comunismo dall\u2019interno e preferiva la parola profetica alla trattativa riservata. Lo si vide nel giugno 1979, durante il primo viaggio in Polonia, e poi negli anni di Solidarno\u015b\u0107. Ma Giovanni Paolo II fece una scelta che sorprese i suoi critici e i suoi ammiratori. Nell\u2019aprile 1979 nomin\u00f2 proprio Casaroli pro-segretario di Stato, il 30 giugno lo cre\u00f2 cardinale e il giorno seguente gli affid\u00f2 la Segreteria di Stato, che egli guid\u00f2 fino al 1\u00b0 dicembre 1990. Non era una contraddizione, ma una sapiente divisione dei ruoli. Il Papa parlava alle coscienze e alle piazze, il suo Segretario di Stato teneva aperti i canali con i governi. La profezia e la diplomazia, che sembravano escludersi, camminavano insieme. Il 1989 mostr\u00f2 dove portavano. Il 1\u00b0 dicembre di quell\u2019anno, tre settimane dopo la caduta del Muro di Berlino, Michail Gorba\u010d\u00ebv varc\u00f2 la soglia del Palazzo Apostolico. Era la prima volta che un leader sovietico incontrava un Papa, e i due convennero di dare carattere ufficiale ai rapporti tra Mosca e la Santa Sede. Furono stabiliti il 15 marzo 1990. Poche settimane prima, il 9 febbraio, Casaroli aveva firmato a Budapest l\u2019accordo che ristabiliva le relazioni diplomatiche con l\u2019Ungheria e abrogava le intese parziali del 1964. Il cerchio si chiudeva nella citt\u00e0 da cui tutto era cominciato.<br>Con la fine della guerra fredda l\u2019Ostpolitik in senso stretto esaur\u00ec la sua missione, ma il suo metodo cambi\u00f2 geografia. Collaboratori di Casaroli come Achille Silvestrini, e poi una generazione di diplomatici cresciuti in quella scuola, tra cui Pietro Parolin, ne portarono l\u2019impostazione verso i nuovi regimi a partito unico. Il primo era la Cina. L\u2019Accordo provvisorio sulla nomina dei vescovi, firmato a Pechino il 22 settembre 2018 sotto Papa Francesco, \u00e8 stato prorogato di due anni nel 2020 e nel 2022, e di quattro anni nell\u2019ottobre 2024. Ha la stessa fisionomia degli accordi parziali di sessant\u2019anni fa: \u00e8 limitato, riservato nei contenuti, contestato da chi vi legge una resa a Pechino. Il suo scopo, per\u00f2, \u00e8 lo stesso di allora: ricomporre la comunione dei vescovi con Roma e sanare una Chiesa divisa. Poi venne il Vietnam. Il 27 luglio 2023 la Santa Sede e Hanoi hanno concluso l\u2019accordo sullo statuto di un rappresentante pontificio residente. Nel dicembre successivo l\u2019arcivescovo Marek Zalewski \u00e8 diventato il primo inviato del Papa a vivere stabilmente nel Paese. Anche qui le critiche sono le stesse di un tempo: ingenuit\u00e0, cedimento, abbandono dei fedeli pi\u00f9 fedeli. E la risposta della Santa Sede non \u00e8 cambiata. Trattare con un regime non significa legittimarlo, ma proteggere chi vive sotto di esso.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">\u00c8 tuttavia la guerra in Ucraina a restituire all\u2019eredit\u00e0 di Casaroli la sua attualit\u00e0 pi\u00f9 drammatica. Papa Francesco aveva scelto fin dal 2022 una linea che suscit\u00f2 incomprensioni e talvolta amarezza a Kyiv. Piangeva l\u2019Ucraina \u00abmartoriata\u00bb, ma si rifiutava di chiudere ogni porta con Mosca, compresa quella del Patriarcato di Kirill. Nel maggio 2023 aveva affidato una missione al cardinale Matteo Maria Zuppi, arcivescovo di Bologna e presidente della CEI. Lo port\u00f2 a Kyiv il 5 e 6 giugno, a Mosca il 28 e 29 giugno, a Washington dal 17 al 19 luglio e a Pechino dal 13 al 15 settembre. Non era una mediazione politica in senso proprio, ma l\u2019apertura di uno spazio umanitario: lo scambio dei prigionieri, il ritorno dei bambini ucraini trasferiti in Russia.<br>Leone XIV, eletto l\u20198 maggio 2025, ha raccolto quel testimone e lo ha portato pi\u00f9 lontano. Il 28 giugno 2025, davanti ai greco-cattolici ucraini riuniti in San Pietro per il Giubileo, parl\u00f2 di \u00abuna guerra insensata\u00bb. Poi ha rilanciato l\u2019azione diplomatica con una sequenza di missioni che ha il ritmo paziente delle trattative di un tempo. A met\u00e0 luglio di quest\u2019anno il cardinale Zuppi \u00e8 tornato in Ucraina e, nella regione di Leopoli, ha visitato i campi dove sono detenuti i soldati russi. Subito dopo \u00e8 partito per Kyiv l\u2019arcivescovo Paul Richard Gallagher, Segretario per i Rapporti con gli Stati. Dal 24 al 28 agosto Gallagher \u00e8 stato in Russia, per la prima volta dall\u2019inizio del conflitto. Il 25 agosto ha incontrato il ministro degli Esteri Sergej Lavrov e ha chiesto che la guerra finisca il prima possibile. Secondo quanto riferisce Shevchuk, a Mosca ha pronunciato una frase che Casaroli avrebbe potuto sottoscrivere: questa guerra non ha una soluzione militare, e occorre creare le condizioni per un processo politico e diplomatico. A fine settembre Zuppi \u00e8 tornato a Mosca per la terza volta e il 29 settembre \u00e8 entrato in un centro di detenzione dove sono rinchiusi prigionieri ucraini. Shevchuk ha sottolineato che nessun rappresentante di un\u2019istituzione internazionale vi era mai riuscito prima. Il cardinale ha visitato i prigionieri di entrambe le parti, prima a Leopoli e poi in Russia: \u00e8 un\u2019immagine che riassume, meglio di molti discorsi, l\u2019imparzialit\u00e0 della Santa Sede. Sotto la regia di Parolin, osserva Galeazzi, l\u2019Ostpolitik \u00abun tempo tanto osteggiata diventa prassi nelle situazioni di crisi\u00bb, e il dialogo torna a essere un metodo.<br>C\u2019\u00e8 in tutto questo una nemesi della storia che merita di essere sottolineata. La Chiesa greco-cattolica ucraina era stata liquidata dal regime di Stalin con lo pseudo-sinodo di Leopoli del marzo 1946, e aveva vissuto nelle catacombe fino al 1989. Nell\u2019epoca della prima Ostpolitik era il nervo scoperto della diplomazia vaticana: molti suoi figli si sentirono sacrificati sull\u2019altare della trattativa con Mosca. Oggi \u00e8 proprio quella Chiesa a portare al Papa i nomi dei prigionieri e a ringraziarlo per le telefonate al Cremlino. Il dialogo con la Russia non appare pi\u00f9 come un tradimento di Kyiv, ma come uno strumento al suo servizio.<br>Questa diplomazia si muove in un mondo che sembra aver dimenticato le lezioni del Novecento. Michael Kimmage sul New York Times e Romano Prodi sul Messaggero descrivono un\u2019America tentata da una nuova Yalta. Sarebbe un\u2019intesa tra grandi potenze, con la Cina al posto della Gran Bretagna di Churchill, stipulata sopra la testa dell\u2019Ucraina e di un\u2019Europa ridotta a spettatrice. La Santa Sede segue una logica opposta. Non ridisegna sfere d\u2019influenza, non offre garanzie militari, non ha eserciti da mettere sul tavolo. Lavora sulle persone: i prigionieri, i bambini deportati, i civili assediati, i corridoi per chi fugge. Nel maggio 1935, racconta Churchill nelle sue memorie, il ministro degli Esteri francese Pierre Laval chiese a Stalin un gesto in favore dei cattolici russi, che gli avrebbe giovato presso Pio XI. Stalin rispose con sarcasmo: \u00abIl Papa? Quante divisioni ha?\u00bb. La lezione di Casaroli \u00e8 che la forza della diplomazia pontificia sta proprio nel non averne. Pu\u00f2 parlare con tutti perch\u00e9 non minaccia nessuno, e pu\u00f2 tenere socchiusa una porta quando tutte le altre sono sbarrate. La tregua di Oleshky, per quanto fragile, dimostra che quella porta si apre ancora. Che la Casa Bianca ne attribuisca il merito alla First Lady dice molto sulla politica-spettacolo del nostro tempo, e assai poco sulla fatica paziente di chi lavora lontano dai riflettori.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Il \u00abmartirio della pazienza\u00bb non \u00e8 dunque una reliquia della guerra fredda. \u00c8 un\u2019arte che ogni generazione di diplomatici vaticani ha dovuto riscoprire e reinventare, da Budapest a Belgrado, da Helsinki a Pechino, fino a Kyiv e Mosca. Il suo presupposto \u00e8 rimasto quello di sessant\u2019anni fa: nessuna guerra \u00e8 definitiva, nessun interlocutore \u00e8 perduto per sempre, nessuna vita umana \u00e8 troppo piccola per una trattativa. In un tempo in cui la forza pretende di avere l\u2019ultima parola, \u00e8 una lezione di realismo e di speranza che l\u2019Europa farebbe bene a non dimenticare.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>di Gianni Lattanzio C\u2019\u00e8 un foglio che, pi\u00f9 di molti trattati, racconta la diplomazia della Santa Sede. \u00c8<\/p>\n","protected":false},"author":1,"featured_media":3517,"comment_status":"closed","ping_status":"closed","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"iawp_total_views":6,"footnotes":""},"categories":[22],"tags":[],"class_list":["post-3513","post","type-post","status-publish","format-standard","has-post-thumbnail","hentry","category-geopolitica"],"yoast_head":"<!-- This site is optimized with the Yoast SEO plugin v28.7 - https:\/\/yoast.com\/product\/yoast-seo-wordpress\/ -->\n<title>La Ostpolitik vaticana da Casaroli ai nostri giorni -<\/title>\n<meta name=\"robots\" content=\"index, follow, max-snippet:-1, max-image-preview:large, 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