{"id":3714,"date":"2026-11-03T09:09:58","date_gmt":"2026-11-03T08:09:58","guid":{"rendered":"https:\/\/www.meridianoitalia.tv\/meridiano\/?p=3714"},"modified":"2026-11-03T09:10:00","modified_gmt":"2026-11-03T08:10:00","slug":"lamerica-che-non-si-riconosce-piu","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.meridianoitalia.tv\/meridiano\/2026\/11\/03\/lamerica-che-non-si-riconosce-piu\/","title":{"rendered":"L\u2019America che non si riconosce pi\u00f9"},"content":{"rendered":"\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">di Gianni Lattanzio<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">La crisi di una nazione comincia quando i suoi cittadini guardano la stessa bandiera e non vedono pi\u00f9 la stessa cosa. Per qualcuno \u00e8 una promessa ancora da mantenere, per altri un\u2019eredit\u00e0 da difendere, per altri ancora il ricordo di un paese nel quale si sentivano al proprio posto. L\u2019America si trova davanti a questo specchio. Il problema non \u00e8 soltanto che gli americani desiderino futuri diversi. \u00c8 che faticano a riconoscersi come protagonisti della medesima storia.<br>Donald Trump ha occupato lo spazio aperto da questa frattura. La sua forza pi\u00f9 profonda non consiste nell\u2019avere offerto una spiegazione coerente delle trasformazioni americane, ma nell\u2019avere dato a una parte del paese un modo di sentirle. Ha trasformato lo smarrimento in un\u2019appartenenza, la nostalgia in una promessa, il risentimento in una forma di partecipazione. Il suo messaggio pu\u00f2 essere letto come un patto emotivo: non siete voi a essere diventati estranei all\u2019America; \u00e8 l\u2019America a esservi stata sottratta.<br>\u00c8 un messaggio potente perch\u00e9 sposta il fallimento fuori dalla persona. Se il lavoro non garantisce pi\u00f9 sicurezza, se i figli sembrano avere meno prospettive dei padri, se il proprio modo di parlare viene percepito come inadeguato, la colpa non \u00e8 pi\u00f9 di chi non riesce a tenere il passo. Diventa colpa di chi avrebbe cambiato le regole, occupato le istituzioni, confiscato il prestigio. La politica smette allora di promettere soltanto benessere e comincia a promettere restituzione.<br>Ma che cosa dovrebbe essere restituito, e a chi? Dentro questa domanda si nasconde il conflitto irrisolto della nazione americana. Gli Stati Uniti amano raccontarsi come una patria fondata su principi accessibili a chiunque, anzich\u00e9 su un\u2019origine riservata a pochi. Eppure, come ha documentato Rogers M. Smith nella sua storia della cittadinanza americana, la tradizione liberale e repubblicana ha convissuto con concezioni dell\u2019appartenenza che escludevano o subordinavano le persone sulla base della razza, del sesso, della religione e dell\u2019origine.<br>L\u2019America non \u00e8 dunque una promessa pura che a un certo punto si \u00e8 corrotta. \u00c8 la lotta, mai conclusa, fra quella promessa e i confini entro i quali si \u00e8 tentato di rinchiuderla. La sua grandezza non sta nell\u2019essere stata innocente, ma nell\u2019avere generato parole e strumenti con cui contestare le proprie ingiustizie. Il pericolo nasce quando una parte del paese considera ogni ampliamento della promessa come una diminuzione della propria eredit\u00e0.<br>Per capire questa paura bisogna scendere dal linguaggio delle istituzioni a quello delle vite. La sociologa Arlie Russell Hochschild lo ha fatto ascoltando a lungo i conservatori della Louisiana e ricostruendo una narrazione che ha chiamato \u201cstoria profonda\u201d: uomini e donne che si sentono pazientemente in fila verso il sogno americano, mentre vedono, o credono di vedere, altri aiutati dal governo a passare davanti.<br>L\u2019immagine colpisce perch\u00e9 la fila non rappresenta soltanto un\u2019attesa. Rappresenta un ordine morale. Ho lavorato, ho sopportato, ho rispettato le regole: perch\u00e9 non arriva il mio turno? Quando la risposta manca, la delusione pu\u00f2 diventare una ferita d\u2019identit\u00e0. Non mi viene negato soltanto qualcosa che desidero; mi viene negato il valore di ci\u00f2 che sono.<br>Questa storia non dimostra che chi si sente scavalcato abbia ragione, n\u00e9 che le persone accusate di avere ricevuto un favore siano davvero privilegiate. La stessa Hochschild la presenta come una narrazione vissuta come vera, non come una ricostruzione oggettiva della distribuzione di diritti e opportunit\u00e0, secondo il resoconto del suo lavoro pubblicato dalla Harvard Gazette. Comprenderla significa per\u00f2 accorgersi di un fatto decisivo per la politica: non basta confutare un sentimento per sottrargli forza.<br>Qui il trumpismo trova il suo punto d\u2019ingresso. A chi si sente disprezzato non offre necessariamente una via per ricomporre il rapporto con gli altri, ma la possibilit\u00e0 di rovesciarlo. La trasgressione del leader pu\u00f2 diventare il gesto liberatorio di chi vede finalmente infrante le regole del mondo che lo ha giudicato. L\u2019insulto non appare pi\u00f9 soltanto una caduta di stile: pu\u00f2 essere vissuto come la rivincita di chi ritiene di averne subiti troppi.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">La comprensione incontra tuttavia un limite che una democrazia non pu\u00f2 oltrepassare. Non ogni perdita di centralit\u00e0 \u00e8 un\u2019ingiustizia. Non ogni diritto conquistato da altri \u00e8 un furto. Il compito della politica dovrebbe essere riconoscere il dolore senza trasformarlo in un\u2019autorizzazione a cercare colpevoli fra i pi\u00f9 esposti.<br>Anche la parola patria si trova su questa soglia. Pu\u00f2 indicare il luogo nel quale nessuno deve dimostrare di meritare meno degli altri, oppure diventare una propriet\u00e0 custodita da chi pretende di stabilire chi sia davvero di casa. Robert Bellah aveva individuato nella religione civile americana una trama di simboli, credenze e rituali capace di conferire una dimensione morale alla vita della repubblica. Il suo pensiero contiene una distinzione preziosa: la nazione non deve soltanto celebrarsi, ma accettare di essere giudicata alla luce di principi superiori alla propria potenza, come ricorda la ricostruzione dello Hartford Institute.<br>Una patria democratica ammette che la critica possa essere una forma di fedelt\u00e0. Una patria trasformata in idolo la scambia per tradimento. \u00c8 anche lungo questo confine che si gioca la ricerca di una nuova identit\u00e0 americana: fra il bisogno legittimo di appartenere e la tentazione di rendere quell\u2019appartenenza esclusiva.<br>Sarebbe per\u00f2 troppo semplice raccontare il conflitto come una contrapposizione immobile fra un\u2019America bianca e conservatrice e un\u2019America plurale e progressista. Le urne hanno gi\u00e0 incrinato questa rappresentazione. Nell\u2019analisi del voto presidenziale del 2024 condotta dal Pew Research Center, Trump ha raggiunto il 48 per cento fra gli elettori ispanici, contro il 36 per cento del 2020, mentre Kamala Harris ha ottenuto il 51 per cento. Non \u00e8 la scomparsa delle divisioni razziali. \u00c8 la smentita dell\u2019idea che l\u2019origine possa essere trattata come una destinazione elettorale.<br>La stessa ricerca mostra una frattura altrettanto significativa sul terreno dell\u2019istruzione: Trump prevale fra gli elettori senza laurea quadriennale con il 56 per cento contro il 42, mentre Harris vince fra i laureati con il 57 contro il 41. Sarebbe sbagliato dedurne che tutti i lavoratori siano diventati repubblicani o che i democratici rappresentino soltanto i ceti privilegiati. Il livello d\u2019istruzione non coincide con il reddito, e pi\u00f9 della met\u00e0 degli elettori di Harris non possiede una laurea quadriennale.<br>Il cambiamento riguarda qualcosa di meno schematico e forse pi\u00f9 profondo: chi viene percepito come capace di riconoscere una vita. Si pu\u00f2 beneficiare delle proposte di un partito senza sentirsi a proprio agio nel suo linguaggio. Si pu\u00f2 votare contro un interesse materiale immediato per difendere un\u2019identit\u00e0 che si considera minacciata. Una politica che dimentica questa possibilit\u00e0 finisce per trattare gli elettori come errori da correggere.<br>La categoria di \u201csinistra bramina\u201d, con cui Thomas Piketty ha descritto il crescente legame fra partiti di sinistra ed elettori pi\u00f9 istruiti, aiuta a capire il problema democratico, purch\u00e9 non diventi una caricatura. Non c\u2019\u00e8 nulla di sbagliato nell\u2019istruzione, n\u00e9 nella difesa dei diritti. Il problema nasce quando una cultura politica scambia i propri codici per la lingua naturale dell\u2019intera societ\u00e0 e interpreta ogni distanza come arretratezza morale.<br>\u00c8 su questo terreno che le elezioni di met\u00e0 mandato del 3 novembre 2026 acquistano un significato che supera il conteggio dei seggi. Si rinnovano tutti i 435 seggi della Camera e 35 dei 100 seggi del Senato. Al momento della verifica, la pagina di monitoraggio non riportava ancora voti scrutinati: i numeri disponibili descrivono dunque le aspettative della vigilia, non una vittoria gi\u00e0 consumata, e le prime chiusure dei seggi sono previste alla mezzanotte italiana fra il 3 e il 4 novembre.<br>L\u2019ultimo sondaggio Reuters\/Ipsos disponibile, concluso il 2 novembre, assegna ai democratici il 46 per cento delle preferenze nazionali per il Congresso, contro il 38 per cento dei repubblicani. Il vantaggio \u00e8 di otto punti, inferiore agli undici della settimana precedente, mentre il gradimento dell\u2019operato di Trump resta al 32 per cento. Sono indicazioni importanti, ma non possono essere trasformate automaticamente in seggi, perch\u00e9 il controllo del Congresso dipende da competizioni territoriali distinte, come sottolinea la stessa analisi Reuters.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">La fragilit\u00e0 delle maggioranze rende ogni passaggio decisivo. Alla vigilia del voto, Reuters indica rapporti di forza di 218 a 214 alla Camera e di 53 a 47 al Senato a favore dei repubblicani, con un guadagno netto di quattro seggi necessario ai democratici per conquistare ciascuna camera. Ma il dato che interroga pi\u00f9 a fondo l\u2019identit\u00e0 democratica \u00e8 un altro: fra gli indipendenti registrati, il 50 per cento considera il proprio voto un voto contro Trump, mentre il 13 per cento lo considera un voto a suo favore.<br>Ecco il possibile equivoco. Essere scelti per fermare qualcuno non significa essere riconosciuti come interpreti del futuro. Una maggioranza pu\u00f2 nascere dalla stanchezza, dalla paura, dal bisogno di ristabilire un limite. Ma una cultura politica deve offrire qualcosa di pi\u00f9: un\u2019immagine credibile della vita che verr\u00e0.<br>La pressione di Trump costringe dunque i democratici a una trasformazione che non possono risolvere soltanto scegliendo candidati pi\u00f9 moderati o parole pi\u00f9 radicali. Dopo la sconfitta presidenziale del 2024, il partito resta diviso fra chi propone un messaggio economico pi\u00f9 populista e chi punta su una strategia centrista per riconquistare gli elettori oscillanti. Entrambe le strade hanno una ragione. Nessuna, da sola, garantisce di ritrovare il paese.<br>Il centrismo pu\u00f2 riaprire il dialogo con chi si \u00e8 allontanato, ma rischia di presentarsi come la manutenzione di un ordine che troppi considerano insoddisfacente. Il populismo economico pu\u00f2 restituire concretezza e conflitto alla politica, ma non dovrebbe illudersi che il portafoglio esaurisca la persona. Si vive anche di rispetto, di legami, del desiderio di non essere trattati come residui di un mondo destinato a scomparire.<br>Eppure, proprio la condizione materiale offre un punto dal quale ricominciare. Nell\u2019analisi Reuters pubblicata il 20 ottobre, met\u00e0 degli elettori registrati indicava il costo della vita come il fattore pi\u00f9 importante per la propria scelta. Casa, sanit\u00e0, alimentari e carburanti figuravano fra le spese sulle quali gli intervistati chiedevano attenzione politica, secondo la medesima rilevazione richiamata da Reuters.<br>Non \u00e8 un ritorno a questioni meno nobili dei diritti. \u00c8 il luogo nel quale i diritti incontrano la possibilit\u00e0 di essere vissuti. La libert\u00e0 di chi non pu\u00f2 curarsi, l\u2019autonomia di chi non pu\u00f2 permettersi una casa, il merito di chi lavora senza riuscire a uscire dall\u2019incertezza non possono restare formule pronunciate da una distanza rassicurante. La dignit\u00e0 ha bisogno di parole, ma anche di condizioni.<br>La scelta fra giustizia sociale e diritti civili \u00e8 perci\u00f2 una falsa alternativa. Una persona non smette di appartenere a una minoranza quando entra in fabbrica o in un ospedale, e non smette di essere un lavoratore quando chiede rispetto per la propria identit\u00e0. Il compito di un partito popolare non dovrebbe essere stabilire quale parte di lei meriti rappresentanza, ma ritrovare un linguaggio capace di tenerla intera.<br>La filosofia aiuta a dare profondit\u00e0 a questa intuizione. Nel confronto con il liberalismo, Michael Sandel e Charles Taylor hanno insistito sul ruolo dei legami che contribuiscono a costituire la persona, mentre il dibattito successivo ha cercato di conciliare appartenenza e autonomia, senza sacrificare la libert\u00e0 individuale alla comunit\u00e0, come ricostruisce la Stanford Encyclopedia of Philosophy. Non \u00e8 una disputa astratta rispetto alla crisi americana. \u00c8 la domanda su come si possa essere liberi senza essere soli, e uniti senza essere costretti a somigliarsi.<br>Una comunit\u00e0 che non ammette differenze soffoca. Una libert\u00e0 priva di relazioni pu\u00f2 diventare un\u2019esperienza di abbandono. Fra questi due pericoli si apre lo spazio di una politica democratica che non abbia paura di parlare di patria e non abbia bisogno di renderla ostile per darle consistenza.<br>Richard Rorty aveva sollecitato una sinistra meno ripiegata nella diagnosi culturale e pi\u00f9 capace di ricostruire una speranza riformatrice. In \u00abAchieving Our Country\u00bb aveva anche avvertito che lavoratori convinti di essere stati abbandonati avrebbero potuto cercare un uomo forte disposto a promettere una rivincita contro le \u00e9lite, come documenta gi\u00e0 la recensione del libro pubblicata nel 1998 dal New York Times.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Non serve trasformarlo in un profeta. Basta prendere sul serio la responsabilit\u00e0 che la sua domanda affida alla politica: a che cosa serve conoscere tutte le contraddizioni di una societ\u00e0, se non si riesce pi\u00f9 a immaginare con le persone che la abitano un modo per cambiarla? La critica \u00e8 indispensabile. Ma chi sa soltanto smascherare rischia di lasciare a qualcun altro il monopolio della speranza.<br>\u00c8 qui che l\u2019America deve tornare a cercarsi. Ai democratici non baster\u00e0 dimostrare che Trump divide; dovranno mostrare quale vita comune renda possibile la loro alternativa. Alla destra non baster\u00e0 invocare il popolo; dovr\u00e0 riconoscere che il popolo comprende anche chi non vota per il suo leader e non condivide la sua idea di nazione.<br>Non si tratta di immaginare una riconciliazione senza conflitti. Una democrazia viva discute, distingue, sceglie e respinge. Ma deve conservare un confine fra contrastare un progetto e negare l\u2019appartenenza di chi lo sostiene. Non tutte le idee meritano consenso; ogni cittadino conserva diritti che non dipendono dal consenso della maggioranza.<br>La nuova identit\u00e0 americana, se riuscir\u00e0 a prendere forma, non nascer\u00e0 dal ritorno a un passato incontaminato. Nascer\u00e0 dalla capacit\u00e0 di attraversare una storia controversa senza rinunciare a un futuro comune. Dovr\u00e0 riconoscere le ingiustizie senza ridurre l\u2019eredit\u00e0 nazionale a una colpa e custodire la memoria senza trasformarla nel privilegio di chi pretende di esserne l\u2019unico discendente.<br>Le urne possono distribuire il potere. Non possono, da sole, restituire a una nazione il senso di s\u00e9. Quel lavoro comincia quando la vittoria non autorizza a umiliare e la sconfitta non condanna a sentirsi stranieri.<br>Forse l\u2019America ritrover\u00e0 il proprio volto quando smetter\u00e0 di chiedersi a chi debba essere restituita e ricomincer\u00e0 a domandarsi che cosa debba promettere a tutti. Non una patria senza differenze, ma una patria che non abbia bisogno di nemici per sentirsi unita.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>di Gianni Lattanzio La crisi di una nazione comincia quando i suoi cittadini guardano la stessa bandiera e<\/p>\n","protected":false},"author":1,"featured_media":3715,"comment_status":"closed","ping_status":"closed","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"iawp_total_views":60,"footnotes":""},"categories":[13],"tags":[],"class_list":["post-3714","post","type-post","status-publish","format-standard","has-post-thumbnail","hentry","category-esterna"],"yoast_head":"<!-- This site is optimized with the Yoast SEO plugin v28.7 - https:\/\/yoast.com\/product\/yoast-seo-wordpress\/ -->\n<title>L\u2019America che non si riconosce pi\u00f9 -<\/title>\n<meta name=\"robots\" content=\"index, follow, max-snippet:-1, max-image-preview:large, max-video-preview:-1\" \/>\n<link rel=\"canonical\" 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