{"id":922,"date":"2026-01-22T20:46:24","date_gmt":"2026-01-22T20:46:24","guid":{"rendered":"https:\/\/www.meridianoitalia.tv\/meridiano\/2026\/01\/22\/davos-tra-finanza-armi-e-nuove-mappe-del-potere\/"},"modified":"2026-01-22T20:46:24","modified_gmt":"2026-01-22T20:46:24","slug":"davos-tra-finanza-armi-e-nuove-mappe-del-potere","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.meridianoitalia.tv\/meridiano\/2026\/01\/22\/davos-tra-finanza-armi-e-nuove-mappe-del-potere\/","title":{"rendered":"Davos tra finanza, armi e nuove mappe del potere"},"content":{"rendered":"<p><strong>di Gianni Lattanzio<\/strong><\/p>\n<p><span style=\"color: #ff6600;\"><strong>Davos 2026 \u00e8 una vetrina abbagliante: montagne innevate, finanza globale, leader che parlano di \u201cspirito di dialogo\u201d. Ma sotto quella superficie lucida, il cuore dell&#8217;Occidente batte irregolare, stretto tra riarmo, nuove mappe commerciali e una disuguaglianza che ha raggiunto livelli da et\u00e0 dorata.<\/strong><\/span><\/p>\n<p><strong>La nuova &#8220;questione sociale&#8221; ai piedi delle Alpi<\/strong><br \/>Il Forum di Davos nasceva, mezzo secolo fa, come luogo di confronto tra capitalismo e bene comune. Oggi, nel pieno della rivoluzione digitale e dell'&#8221;et\u00e0 dell&#8217;algoritmo&#8221;, la domanda \u00e8 pi\u00f9 radicale: la finanza globale e le nuove oligarchie tecnologiche sono ancora compatibili con la democrazia sociale che ha retto l&#8217;Occidente nel secondo dopoguerra?<\/p>\n<p>Gli ultimi dati sulle disuguaglianze parlano chiaro: una minuscola \u00e9lite concentra una quota di ricchezza superiore a quella di met\u00e0 della popolazione mondiale, mentre il reddito di miliardi di persone cresce lentamente, quando non arretra. Lo 0,001% pi\u00f9 ricco \u2013 meno di 60.000 persone \u2013 controlla oggi un patrimonio equivalente a quello dell&#8217;intera met\u00e0 inferiore della popolazione globale. Le grandi organizzazioni internazionali avvertono che, se questa traiettoria non cambia, molte democrazie scivoleranno in regimi ibridi, dove la forma resta ma la sostanza \u2013 partecipazione, eguaglianza di opportunit\u00e0, fiducia reciproca \u2013 si svuota.<\/p>\n<p>In controluce, la Davos di quest&#8217;anno mostra tre linee di frattura: l&#8217;uso della finanza e dei dazi come strumenti di potere geopolitico; la trasformazione della sicurezza europea dopo l&#8217;Ucraina e la crisi artica; l&#8217;esplosione delle disuguaglianze, che rende sempre pi\u00f9 fragile il patto sociale all&#8217;interno degli stessi Paesi occidentali.<\/p>\n<p><strong>Groenlandia, Artico e la &#8220;pace armata&#8221;<\/strong><br \/>Il caso Groenlandia, che per giorni ha occupato il retroscena del Forum, \u00e8 emblematico. Dopo minacce di dazi e dichiarazioni incendiarie, il presidente statunitense ha annunciato che non proceder\u00e0 con le misure tariffarie contro l&#8217;Europa e che \u00e8 stato trovato un &#8220;quadro di futuro accordo&#8221; sull&#8217;isola, rinunciando pubblicamente all&#8217;uso della forza.<\/p>\n<p>Il Segretario generale della NATO, Mark Rutte, ha chiarito che la sovranit\u00e0 della Groenlandia non \u00e8 stata messa in discussione e che le discussioni riguarderanno Stati Uniti, Danimarca e autorit\u00e0 groenlandesi. Ma ha subito aggiunto che questo &#8220;compromesso&#8221; implica una cosa molto concreta: accelerare la presenza alleata nell&#8217;Artico, trasformando una regione finora percepita come remota in frontiera strategica permanente.<\/p>\n<p>\u00c8 la traduzione moderna del vecchio si vis pacem, para bellum. Nel Nord estremo, dove il cambiamento climatico apre nuove rotte e nuove risorse, la pace viene garantita attraverso un equilibrio armato sempre pi\u00f9 complesso. Il rischio, per\u00f2, \u00e8 di dimenticare che ogni euro in pi\u00f9 stanziato per difesa, senza un parallelo investimento in coesione sociale, rappresenta una scelta politica precisa: spostare il baricentro dalle politiche per la casa, il lavoro, l&#8217;istruzione, verso un paradigma in cui la sicurezza militare precede e talvolta assorbe quella sociale.<\/p>\n<p><strong>Il &#8220;Board of Peace&#8221; e l&#8217;Occidente che si frantuma<\/strong><br \/>Dentro Davos nasce anche un nuovo oggetto politico: il &#8220;Board of Peace&#8221;, una piattaforma annunciata dal presidente americano e sottoscritta da un primo gruppo di Paesi che spaziano dal Mediterraneo orientale all&#8217;Asia centrale, con una composizione volutamente eterogenea.<\/p>\n<p>Alcuni Stati europei \u2013 tra cui Regno Unito, Francia, Norvegia, Svezia, Slovenia \u2013 hanno fatto sapere che non ne faranno parte, ribadendo la centralit\u00e0 delle Nazioni Unite e delle sedi multilaterali tradizionali per la gestione dei conflitti. Altri governi, soprattutto in aree di frizione geopolitica, vedono in questa nuova piattaforma una possibile corsia preferenziale verso Washington.<\/p>\n<p>Il risultato \u00e8 un&#8217;ulteriore segmentazione dell&#8217;ordine occidentale: accanto alle alleanze militari e alle istituzioni nate nel secondo dopoguerra si moltiplicano &#8220;club&#8221; ad hoc, reti selettive, cerchi concentrici di influenza. A parole, si parla di pace; nei fatti, ogni nuova architettura parziale rischia di indebolire l&#8217;universalit\u00e0 delle regole, sostituendola con una geometria variabile di interessi.<\/p>\n<p>In questa cornice, l&#8217;Europa appare divisa: tra chi cerca sponde a Washington a qualsiasi costo e chi tenta di difendere un&#8217;idea di multilateralismo inclusivo. Ma se le povert\u00e0, le diseguaglianze territoriali e il disagio sociale non trovano risposta, nessuna architettura di pace \u2013 vecchia o nuova \u2013 potr\u00e0 reggere a lungo.<\/p>\n<p><strong>Finanza, dazi e la nuova &#8220;et\u00e0 dorata&#8221; dei miliardari<\/strong><br \/>Sul piano economico, Davos registra la consacrazione di una nuova mappa commerciale: dazi e tariffe non sono pi\u00f9 eccezione, ma strumento ordinario della politica estera. I governi e le imprese ridisegnano catene del valore, percorsi logistici e investimenti per ridurre la propria esposizione al rischio politico, finendo per\u00f2 per aumentare la frammentazione del sistema globale.<\/p>\n<p>In questo scenario, la finanza continua a premiare i &#8220;campioni&#8221; delle grandi transizioni \u2013 digitale, energetica, militare \u2013 mentre un numero crescente di famiglie nei Paesi avanzati sperimenta salari stagnanti, precariet\u00e0 abitativa, accesso pi\u00f9 difficile ai servizi essenziali.<\/p>\n<p>Le ultime analisi sull&#8217;andamento della ricchezza globale mostrano che il patrimonio dei miliardari ha raggiunto nel 2025 il livello pi\u00f9 alto di sempre, crescendo tre volte pi\u00f9 rapidamente dell&#8217;economia reale e concentrandosi in pochi settori: tecnologia, finanza, energia, farmaceutica.<\/p>\n<p>Non stupisce che la societ\u00e0 civile presente a Davos parli apertamente di &#8220;nuova et\u00e0 dorata&#8221;, richiamando il Gilded Age statunitense di fine Ottocento: un periodo di splendore per pochi e di tensioni sociali crescenti per molti. Organizzazioni come Oxfam denunciano una &#8220;economia del let them eat cake&#8221;, dove le \u00e9lite festeggiano i record di Borsa mentre vasti strati di popolazione lottano per pagare affitti, bollette e carrello della spesa.<\/p>\n<p><strong>Rutte, l&#8217;Ucraina e la lezione dell&#8217;Europa<\/strong><br \/>Nel panel dedicato alla sicurezza europea, Mark Rutte ha offerto uno sguardo disincantato sullo stato dell&#8217;Alleanza. Ha ricordato che la sicurezza degli Stati Uniti non pu\u00f2 essere pensata senza un&#8217;Europa stabile e un Artico sotto controllo, ma ha anche ammesso che l&#8217;aumento degli impegni militari europei \u2013 la famosa soglia del 2% del PIL e la prospettiva del 5% complessivo decisa all&#8217;Aia \u2013 non sarebbe arrivato senza la pressione costante esercitata da Washington.<\/p>\n<p>Sull&#8217;Ucraina, il quadro \u00e8 ancora pi\u00f9 duro: mentre a Davos si discute, missili e droni russi colpiscono infrastrutture energetiche in un inverno glaciale, lasciando il Paese con capacit\u00e0 elettriche ridotte e popolazioni costrette a resistere in condizioni estreme. Il messaggio \u00e8 chiaro: se l&#8217;Occidente distoglie lo sguardo, contando solo su promesse di fondi che arriveranno tra mesi, consegna ai regimi autoritari un segnale di debolezza.<\/p>\n<p>Ma anche qui emerge una contraddizione: il riarmo e il sostegno militare all&#8217;Ucraina avvengono in societ\u00e0 europee segnate da nuove povert\u00e0, da una &#8220;geografia del malcontento&#8221; che vede nelle aree interne, nelle province in declino, nelle periferie delle grandi citt\u00e0 un accumulo di frustrazione verso \u00e9lite percepite come lontane. Se la politica non sapr\u00e0 tenere insieme difesa esterna e giustizia sociale interna, il fronte interno sar\u00e0 il primo a incrinarsi.<\/p>\n<p><strong>Europa, Italia e i &#8220;luoghi che non contano&#8221;<\/strong><br \/>L&#8217;Europa che arriva a Davos \u00e8 gi\u00e0 attraversata da faglie profonde. Negli ultimi anni, ricerche sul voto antisistema hanno mostrato che la spaccatura decisiva non corre solo tra ricchi e poveri, ma tra territori che beneficiano della globalizzazione e territori che ne pagano il costo.<\/p>\n<p>In Italia, questi territori hanno un nome: &#8220;Italia di mezzo&#8221;, aree interne, citt\u00e0 medie, periurbano dimenticato. Sono luoghi dove la deindustrializzazione, l&#8217;invecchiamento demografico, la riduzione dei servizi pubblici e il lavoro povero hanno scavato una frattura profonda tra cittadini e istituzioni. \u00c8 qui che la percezione di essere diventati &#8220;luoghi che non contano&#8221; alimenta astensione, voto di rottura, sfiducia generalizzata.<\/p>\n<p>Se a questa frattura si sommano la sensazione di un sistema fiscale sbilanciato a favore dei grandi patrimoni, la difficolt\u00e0 di accesso a casa, sanit\u00e0, istruzione di qualit\u00e0, la prospettiva di un aumento della spesa militare senza un parallelo rafforzamento dello Stato sociale rischia di apparire come l&#8217;ennesima conferma di un ordine che protegge l&#8217;alto e scarica il basso.<\/p>\n<p><strong>Sud del mondo: povert\u00e0, debito, clima<\/strong><br \/>Mentre nei resort svizzeri si discute di tariffe, AI e sicurezza, il Sud del mondo arriva a Davos con un&#8217;agenda diversa: riduzione del debito, accesso a finanziamenti per la transizione climatica, lotta alla povert\u00e0 estrema e all&#8217;insicurezza alimentare.<\/p>\n<p>Le Nazioni Unite segnalano che l&#8217;obiettivo di eliminare la povert\u00e0 estrema \u00e8 in ritardo, con intere regioni dell&#8217;Africa subsahariana e del Medio Oriente che non hanno visto miglioramenti sostanziali negli ultimi anni.<\/p>\n<p>Al tempo stesso, la crisi climatica colpisce prima e pi\u00f9 duramente proprio le economie pi\u00f9 fragili, generando una spirale di disastri naturali, aumento dei prezzi alimentari, migrazioni forzate. Per sostenere la transizione verde e l&#8217;adattamento nei Paesi in via di sviluppo, gli esperti stimano servano almeno mille miliardi di dollari l&#8217;anno di risorse esterne; finora, per\u00f2, gli impegni effettivi sono molto inferiori, frammentati e spesso condizionati.<\/p>\n<p>Qui si consuma una delle contraddizioni morali pi\u00f9 forti di Davos: da un lato si riconosce che senza un riequilibrio tra Nord e Sud non ci sar\u00e0 stabilit\u00e0 globale; dall&#8217;altro, si continua a rimandare una riforma seria della finanza internazionale e della tassazione globale che permetterebbe di mobilitare quelle risorse in modo strutturale.<\/p>\n<p><strong>Disuguaglianze e democrazia: un bivio storico<\/strong><br \/>I segnali sono chiari: proteste di massa in molti Paesi, restringimento degli spazi civici, crescita di regimi autoritari o illiberali, sfiducia verso partiti, media, istituzioni. Gli studi mostrano una correlazione robusta: maggiore \u00e8 la diseguaglianza, maggiore \u00e8 la probabilit\u00e0 di erosione democratica, polarizzazione, astensionismo.<\/p>\n<p>Se si vuole invertire questa rotta, non bastano richiami generici alla &#8220;responsabilit\u00e0 sociale&#8221; o alla &#8220;sostenibilit\u00e0&#8221;. Servono scelte concrete: sistemi fiscali progressivi, in grado di alleggerire il carico su lavoro e ceti medi e di chiedere un contributo maggiore ai grandi patrimoni e alle rendite; norme chiare che separino denaro e politica, limitando il peso delle lobby pi\u00f9 potenti; una finanza orientata ai beni pubblici globali \u2013 clima, salute, educazione, pace \u2013 con obiettivi quantitativi verificabili e non solo annunciati.<\/p>\n<p>La filosofia politica dell&#8217;Occidente offre le parole per questo cambiamento: dalla critica di Pascal alla &#8220;giustizia dei forti&#8221;, alla pace kantiana fondata su repubbliche e diritto internazionale, alla Dottrina sociale della Chiesa che richiama la funzione sociale della propriet\u00e0 e la destinazione universale dei beni. Ma i principi, senza politiche, restano lettera morta.<\/p>\n<p><strong>Conclusione: una nave senza meta<\/strong><br \/>Davos 2026 ci consegna l&#8217;immagine di una nave poderosa, ricca di tecnologia e capitale, ma con un equipaggio ristretto in plancia e una moltitudine di passeggeri che non partecipano alle decisioni sul viaggio. La domanda che si pone all&#8217;Europa \u2013 e all&#8217;Italia in particolare \u2013 \u00e8 semplice e radicale: vogliamo continuare a discutere di rotte e armamenti senza chiederci per chi stiamo navigando, o abbiamo il coraggio di rimettere al centro pane, lavoro, dignit\u00e0 e voce di chi oggi vive nei &#8220;luoghi che non contano&#8221;?<\/p>\n<p>La credibilit\u00e0 dell&#8217;Occidente, pi\u00f9 che nelle sale ovattate di Davos, si giocher\u00e0 nelle scelte che sapr\u00e0 fare su questo terreno.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p><strong>di Gianni Lattanzio<\/strong><\/p>\n<p><span style=\"color: #ff6600;\"><strong>Davos 2026 \u00e8 una vetrina abbagliante: montagne innevate, finanza globale, leader che parlano di \u201cspirito di dialogo\u201d. 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