{"id":987,"date":"2026-03-21T08:00:03","date_gmt":"2026-03-21T08:00:03","guid":{"rendered":"https:\/\/www.meridianoitalia.tv\/meridiano\/2026\/03\/21\/un-europa-un-mercato-una-potenza\/"},"modified":"2026-03-21T08:00:03","modified_gmt":"2026-03-21T08:00:03","slug":"un-europa-un-mercato-una-potenza","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.meridianoitalia.tv\/meridiano\/2026\/03\/21\/un-europa-un-mercato-una-potenza\/","title":{"rendered":"Un\u2019Europa, un mercato, una potenza?"},"content":{"rendered":"<p><strong>Le conclusioni del Consiglio europeo di marzo 2026 e la fisionomia diplomatica dell\u2019Unione<\/strong><\/p>\n<p><strong>di Gianni Lattanzio<\/strong><\/p>\n<p><span style=\"color: #ff6600;\"><strong>Il Consiglio europeo del 19 marzo 2026 pu\u00f2 essere letto come una sorta di \u201cspecchio ustorio\u201d dell\u2019Unione: le sue conclusioni concentrano in poche pagine tensioni, ambizioni e contraddizioni di un soggetto politico che non pu\u00f2 pi\u00f9 limitarsi a essere il grande regolatore del continente, ma \u00e8 chiamato a misurarsi con la grammatica, pi\u00f9 aspra, della potenza. Nel fitto intreccio di riferimenti all\u2019Ucraina, al Medio Oriente, al mercato unico, all\u2019energia, alla difesa e al multilateralismo, prende forma una domanda che scorre sottotraccia: che cosa significa, oggi, essere Europa in un mondo che sembra riscoprire la legge del pi\u00f9 forte?<\/strong><\/span><\/p>\n<p>L\u2019impressione \u00e8 che i capi di Stato o di governo abbiano tentato un esercizio delicato: dare all\u2019Unione una postura strategica pi\u00f9 definita senza tradire la sua vocazione originaria di comunit\u00e0 di diritto. Ne nasce un testo che, al di l\u00e0 della sua apparente tecnicit\u00e0, traccia una possibile dottrina della \u201cpotenza sobria\u201d: un\u2019Europa che non rinuncia alla forza, ma la lega a regole, istituzioni e vincoli di responsabilit\u00e0 condivisa.<\/p>\n<p><strong>Ucraina e Medio Oriente: la geopolitica come giudizio sulla coerenza europea<\/strong><\/p>\n<p>La guerra di aggressione della Russia contro l\u2019Ucraina continua a essere la grande prova di verit\u00e0 dell\u2019Unione. Non si tratta pi\u00f9 di una crisi tra le altre, ma del luogo in cui viene quotidianamente messa alla prova la densit\u00e0 politica delle parole \u201csovranit\u00e0\u201d, \u201cintegrit\u00e0 territoriale\u201d, \u201cindipendenza\u201d. L\u2019insistenza sul sostegno duraturo a Kiev \u2013 politico, economico, militare, finanziario \u2013 mostra che per i leader europei l\u2019Ucraina non \u00e8 solo un vicino in difficolt\u00e0, ma un frammento essenziale dell\u2019ordine europeo che si vorrebbe preservare.<br \/>Questa scelta ha un costo, e le conclusioni non lo nascondono: occorre consolidare nel tempo la capacit\u00e0 industriale di produrre sistemi di difesa, munizioni, tecnologie critiche; occorre difendere l\u2019unit\u00e0 politica interna di fronte a resistenze, veti, stanchezze; occorre convincere opinioni pubbliche attraversate da paure e disincanto. Ma proprio per questo l\u2019Ucraina diventa il banco di prova della coerenza europea: se l\u2019Unione non riuscisse a mantenere le promesse fatte a Kiev, la sua credibilit\u00e0 come attore internazionale ne uscirebbe intaccata ben oltre il fronte orientale.<br \/>Il secondo grande teatro \u00e8 il Medio Oriente allargato, con epicentri in Iran, Gaza\u2013Cisgiordania e Libano. Qui, l\u2019Europa si muove lungo un crinale stretto: da un lato, la condanna degli attacchi indiscriminati dell\u2019Iran e la riaffermazione che Teheran \u201cnon deve mai\u201d accedere all\u2019arma nucleare; dall\u2019altro, il richiamo alla soluzione dei due Stati, al cessate il fuoco, al rispetto del diritto internazionale umanitario da parte di Israele, alla necessit\u00e0 di garantire accesso umanitario e protezione dei civili a Gaza. L\u2019Unione cerca di tenere insieme fermezza e equidistanza normativa, sapendo che ogni parola viene pesata in un contesto incendiato.<br \/>In Libano, il sostegno alle istituzioni statali, a UNIFIL e alle forze armate libanesi, unito alla condanna della scelta di Hezbollah di aprire un ulteriore fronte, segnala la consapevolezza che il collasso di uno Stato fragile ma nodale avrebbe ricadute dirette sulla sicurezza mediterranea ed europea. Qui, la diplomazia si fa \u201carte della prevenzione\u201d: scongiurare la regionalizzazione incontrollata del conflitto, contenere gli effetti a catena su energia, migrazioni, stabilit\u00e0 politica.<\/p>\n<p><strong>Un\u2019Europa, un mercato\u201d: l\u2019economia come infrastruttura della potenza<\/strong><\/p>\n<p>Se la geopolitica \u00e8 il fronte esterno, il mercato unico \u00e8 la retrovia, o forse meglio l\u2019infrastruttura materiale della potenza europea. L\u2019agenda \u201cUn\u2019Europa, un mercato\u201d, da attuare entro il 2027, non \u00e8 una semplice riforma tecnico\u2013amministrativa: \u00e8 il tentativo di rendere l\u2019Unione capace di sostenere, con le proprie forze, il peso delle ambizioni che esprime all\u2019esterno.<br \/>Un regime societario europeo opzionale, completamente digitale, pensato per agevolare l\u2019espansione transfrontaliera di start-up e PMI; un sistema di dichiarazione elettronica semplificata per i servizi oltre frontiera; un riconoscimento pi\u00f9 rapido e interoperabile delle qualifiche professionali: dietro questi dettagli, apparentemente innocui, si intravede la volont\u00e0 di trasformare il mercato unico da spazio di concorrenza regolata a piattaforma di proiezione industriale globale.<br \/>L\u2019altro pilastro \u00e8 la semplificazione normativa. Pacchetti \u201comnibus\u201d per sfoltire l\u2019acquis, preferenza per i regolamenti, contenimento degli atti delegati, lotta alla sovraregolamentazione nazionale: misure che parlano a imprenditori e investitori, ma che hanno una valenza politica pi\u00f9 ampia. Perch\u00e9 un\u2019Europa che continua a produrre norme pi\u00f9 rapidamente di quanto produca innovazione rischia di diventare un \u201cgigante regolatorio\u201d ma un \u201cnano strategico\u201d. La consapevolezza che la competitivit\u00e0 non \u00e8 un lusso, bens\u00ec la condizione per finanziare difesa, transizione energetica, politiche sociali e coesione, attraversa in filigrana l\u2019intero testo.<br \/>In questo contesto si colloca anche la discussione, sempre meno implicita, sulla \u201cpreferenza europea\u201d in settori strategici. Non una chiusura autarchica, ma l\u2019idea che l\u2019UE debba poter proteggere, e se necessario promuovere, le proprie tecnologie chiave \u2013 dall\u2019energia pulita ai semiconduttori, dall\u2019IA alla difesa \u2013 attraverso una combinazione di incentivi interni, strumenti di difesa commerciale e diversificazione delle catene di approvvigionamento. \u00c8 un cambio di paradigma che avvicina l\u2019Unione ad altri grandi attori globali, pur mantenendo l\u2019aspirazione a un commercio aperto ma \u201cleale\u201d.<\/p>\n<p><strong>Energia e difesa: verso un nucleo di sovranit\u00e0 condivisa<\/strong><\/p>\n<p>Se c\u2019\u00e8 un campo in cui la trasformazione dell\u2019Unione appare pi\u00f9 evidente, \u00e8 l\u2019intreccio tra energia e difesa. Le crisi degli ultimi anni hanno spezzato l\u2019illusione di una sicurezza europea affidata, in ultima istanza, a mercati globali benevolenti e a garanzie altrui.<br \/>Sul versante energetico, le conclusioni riconoscono che la transizione non \u00e8 pi\u00f9 solo un dovere climatico, ma una condizione di autonomia strategica. Ridurre la dipendenza dai combustibili fossili importati, investire in rinnovabili, stoccaggio, reti elettriche e interconnessioni non serve soltanto a perseguire obiettivi ambientali: significa liberarsi dal vincolo di fornitori inaffidabili, di strozzature logistiche, di shock di prezzo che si traducono in tensioni sociali e populismi. La prospettiva di un\u2019agenda \u201cUnione dell\u2019energia 2030\u201d punta a trasformare questo cambio di paradigma in un percorso concreto, fatto di infrastrutture, regole e investimenti.<br \/>Sul versante difesa, il linguaggio diventa insolitamente diretto. La \u201cprontezza alla difesa\u201d entro il 2030, le coalizioni di capacit\u00e0, il ricorso a strumenti dedicati per la produzione congiunta di sistemi e piattaforme, il rafforzamento del mercato europeo della difesa non sono slogan, ma tasselli di una strategia che mira a colmare il divario tra aspettative esterne e mezzi interni.<br \/>In questa prospettiva, la questione finanziaria diventa centrale. Per quanto tempo l\u2019Unione potr\u00e0 sostenere la modernizzazione delle proprie capacit\u00e0 militari, l\u2019assistenza a partner come l\u2019Ucraina, il rafforzamento del fianco orientale e delle missioni esterne, affidandosi quasi esclusivamente a bilanci nazionali e a fondi speciali di volta in volta creati? Non \u00e8 difficile immaginare che, proseguendo su questa traiettoria, emerga con forza il tema di un vero e proprio bilancio europeo per la difesa comune.<br \/>Un tale bilancio non nascerebbe in un giorno, n\u00e9 con un tratto di penna simbolico. Potrebbe sorgere per gradi, consolidando strumenti esistenti e conferendo loro una programmazione pluriannuale stabile; potrebbe prevedere una linea specifica nel quadro finanziario pluriennale per le capacit\u00e0 congiunte, distinta ma complementare rispetto alla cooperazione strutturata permanente; potrebbe ancorarsi a criteri di responsabilit\u00e0 condivisa e di controllo democratico da parte dei Parlamenti nazionali e del Parlamento europeo.<br \/>Le implicazioni sarebbero profonde. Si riaprirebbe la discussione sulla sovranit\u00e0 in materia di difesa, sul rapporto con la NATO, sul tipo di \u201cautonomia strategica\u201d che l\u2019Europa intende perseguire: complementare e rafforzativa dell\u2019Alleanza, o progressivamente pi\u00f9 autonoma nelle proprie scelte operative? Ma, allo stesso tempo, un simile passo darebbe coerenza a una realt\u00e0 gi\u00e0 in movimento: se difesa delle frontiere, sicurezza marittima, protezione dalle minacce ibride e sostegno ai partner attaccati sono considerati beni pubblici europei, allora appare sempre meno sostenibile lasciare che siano finanziati solo da bilanci nazionali in ordine sparso.<br \/>La vera posta in gioco, in fondo, \u00e8 la capacit\u00e0 di evitare che l\u2019Europa resti intrappolata in un paradosso: unita nel discorso, frammentata nelle capacit\u00e0. Un nucleo di bilancio comune per la difesa \u2013 ancorato a regole chiare, a meccanismi di accountability e a una salda cornice giuridica \u2013 potrebbe essere il punto di incontro tra realismo strategico e fedelt\u00e0 allo Stato di diritto.<\/p>\n<p><strong>Migrazione, frontiere, spazio ibrido: la sicurezza come ecosistema<\/strong><\/p>\n<p>Le conclusioni affrontano la migrazione con un tono meno emergenziale e pi\u00f9 sistemico. Si riconosce che i conflitti in corso non hanno ancora prodotto flussi massicci verso l\u2019Unione, ma si insiste sulla necessit\u00e0 di restare vigili, di trarre lezione dal 2015, di usare l\u2019intera gamma di strumenti \u2013 diplomatici, operativi, giuridici, finanziari \u2013 per prevenire movimenti incontrollati.<br \/>La migrazione appare sempre pi\u00f9 come un \u201cnexus\u201d fra politiche esterne e interne: dipende dalla stabilit\u00e0 dei vicinati, dall\u2019azione di attori che possono usarla come leva di pressione, dalla capacit\u00e0 europea di coniugare controllo delle frontiere, canali legali di ingresso, cooperazione allo sviluppo e tutela dei diritti fondamentali. \u00c8 uno dei campi in cui si misura, nel bene e nel male, la qualit\u00e0 morale e politica dell\u2019Unione.<br \/>Accanto alle frontiere fisiche, emerge con forza la dimensione ibrida. Campagne di disinformazione, interferenze straniere nei processi elettorali, manipolazione algoritmica del dibattito pubblico: tutto ci\u00f2 viene ormai percepito come un fattore di vulnerabilit\u00e0 strategica e non pi\u00f9 soltanto come un problema di \u201cregolazione dei contenuti\u201d. Il richiamo alla responsabilit\u00e0 giuridica delle piattaforme, al pieno utilizzo degli strumenti di vigilanza digitale, alla protezione dei minori online e alla messa al bando di applicazioni d\u2019intelligenza artificiale capaci di generare materiale di abuso sessuale, mostra come la sicurezza europea ormai abbracci l\u2019intero arco che va dal confine terrestre al feed dei social media.<\/p>\n<p><strong>Multilateralismo e resilienza democratica: l\u2019anima dell\u2019Unione<\/strong><\/p>\n<p>In un mondo in cui il multilateralismo viene spesso liquidato come residuo di un ordine ormai superato, l\u2019Unione sceglie di rilanciare la propria fede nella Carta delle Nazioni Unite, nel diritto internazionale, nei tribunali e nei meccanismi di soluzione pacifica delle controversie. Non \u00e8 un gesto di nostalgia, ma un calcolo consapevole: in assenza di regole condivise, un\u2019Europa circondata da potenze pi\u00f9 grandi e aggressive sarebbe strutturalmente svantaggiata. Difendere il diritto internazionale significa, in ultima istanza, difendere se stessi.<br \/>Ma il multilateralismo esterno ha bisogno di una democrazia interna solida. Da qui l\u2019attenzione alla resilienza dello spazio pubblico europeo: dalla lotta alla disinformazione al sostegno al pluralismo dei media, dalla partecipazione civica alla protezione della societ\u00e0 civile. L\u2019Unione sembra intuire che la prima linea di difesa non \u00e8 solo alla frontiera esterna, ma nella fiducia dei cittadini nelle istituzioni, nella percezione di poter incidere sulle scelte comuni, nella certezza che libert\u00e0 e sicurezza non vengano contrapposte in modo sterile.<br \/>In questa chiave va letta anche la sensibilit\u00e0 verso i minori, verso i rischi di un\u2019IA usata per umiliare e controllare, verso la tutela della dignit\u00e0 nei nuovi spazi digitali. \u00c8 come se l\u2019Europa dicesse: possiamo parlare di potenza, possiamo costruire capacit\u00e0 militari, possiamo proteggerci nel mondo, ma resteremo fedeli a noi stessi solo se sapremo proteggere i pi\u00f9 vulnerabili al nostro interno.<\/p>\n<p><strong>Verso una \u201cpotenza sobria\u201d: l\u2019equilibrio come destino<\/strong><\/p>\n<p>Le conclusioni del Consiglio europeo di marzo 2026 non sono un manifesto compiuto, ma segnano una tappa importante nella lenta emersione di una dottrina europea della potenza. Una potenza che non si esprime solo in termini di capacit\u00e0 militari, ma anche di resilienza economica, autonomia energetica, profondit\u00e0 del mercato finanziario, coesione sociale e qualit\u00e0 della democrazia.<br \/>L\u2019ambizione \u201cUn\u2019Europa, un mercato\u201d si salda con l\u2019idea, ancora in nuce, di una futura capacit\u00e0 di difesa realmente condivisa; la transizione energetica si intreccia con la necessit\u00e0 di proteggere cittadini e imprese dalla volatilit\u00e0 geopolitica; il multilateralismo si combina con la consapevolezza che, senza strumenti di deterrenza credibili, le regole internazionali rischiano di diventare meri auspici.<br \/>La sfida che si apre davanti all\u2019Unione \u00e8 chiara: trasformare questo lessico nuovo in decisioni, bilanci, programmi, riforme; evitare che la distanza tra grandi parole e piccoli fatti diventi il tallone d\u2019Achille dell\u2019intero edificio europeo. In un tempo in cui le democrazie sembrano spesso parlare sottovoce di fronte al frastuono delle potenze autoritarie, l\u2019Europa dovr\u00e0 imparare a far sentire la propria voce senza rinunciare al proprio timbro: quello, unico, di una comunit\u00e0 che ha fatto dell\u2019equilibrio tra forza e diritto la propria ragione d\u2019essere.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p><strong>Le conclusioni del Consiglio europeo di marzo 2026 e la fisionomia diplomatica dell\u2019Unione<\/strong><\/p>\n<p><strong>di Gianni Lattanzio<\/strong><\/p>\n<p><span style=\"color: #ff6600;\"><strong>Il Consiglio europeo del 19 marzo 2026 pu\u00f2 essere letto come una sorta di \u201cspecchio ustorio\u201d dell\u2019Unione: le sue conclusioni concentrano in poche pagine tensioni, ambizioni e contraddizioni di un soggetto politico che non pu\u00f2 pi\u00f9 limitarsi a essere il grande regolatore del continente, ma \u00e8 chiamato a misurarsi con la grammatica, pi\u00f9 aspra, della potenza. 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