di Angelo Bottone
L’anno scorso in Italia sono nati appena 355.000 bambini, in una popolazione di circa 59 milioni di abitanti. Il tasso di fecondità si è attestato a 1,14 figli per donna, uno dei più bassi d’Europa e del mondo. Il dato, di per sé, è già eloquente. Ma lo diventa ancora di più se lo si colloca dentro una tendenza ormai lunga: l’Italia convive da anni con una costante diminuzione delle nascite, mentre interi territori si spopolano e sempre più comuni registrano pochissimi nuovi nati, se non addirittura nessuno.
Quando si affronta questo tema, la spiegazione più immediata è quasi sempre quella economica. Il costo della vita cresce, il lavoro è spesso precario, la casa è difficile da trovare, i servizi per l’infanzia non bastano. Tutto questo è vero. Eppure, non basta. Una recente puntata della trasmissione televisiva Siamo Noi, su TV 2000, ha mostrato con chiarezza che la crisi della natalità affonda le sue radici anche in qualcosa di più profondo: nella solitudine, nella fragilità dei legami, nella sfiducia verso il futuro e, più in generale, nel modo in cui la società guarda alla famiglia e alla generazione dei figli.
https://www.tv2000.it/siamonoi/2026/04/09/denatalita/
Tra gli interventi più incisivi vi è stato quello di Vincenzo Bassi, presidente della Federazione delle associazioni familiari cattoliche in Europa (FAFCE). Il suo sguardo ha avuto il merito di allargare la prospettiva. La denatalità non è, per lui, un problema circoscritto alla sfera privata o alle sole famiglie: è una questione che riguarda l’intera società, la sua tenuta economica, culturale e persino geopolitica. In una frase molto efficace, Bassi ha detto: “Uno sviluppo sostenibile non è possibile senza un equilibrio intergenerazionale.” È un’affermazione che merita di essere presa sul serio. Si parla spesso di sostenibilità quasi esclusivamente in termini ambientali o fiscali, ma un Paese che non genera più figli vede incrinarsi anche il proprio equilibrio tra età, responsabilità, lavoro, cura e trasmissione.
Bassi ha insistito anche su un altro punto decisivo: le politiche demografiche non dovrebbero essere considerate semplicemente come un costo da contenere, bensì come un investimento. I figli non sono un peso morto nei bilanci pubblici. Sono il capitale umano del futuro, la condizione di continuità di una comunità, il presupposto per la stabilità di lungo periodo. Da questo punto di vista, la sua osservazione è tanto semplice quanto penetrante: continuare a classificare ogni misura a favore della famiglia come pura spesa significa non capire fino in fondo la natura del problema.
Tuttavia, ciò che colpisce di più nell’analisi di Bassi è il fatto che egli non si fermi all’economia. Pur riconoscendo l’importanza dei fattori materiali, individua altrove il nodo più profondo. “Il vero problema è la solitudine”, ha detto. Questa frase va al cuore della questione. Una società può offrire bonus, detrazioni, incentivi, assegni, e tuttavia restare incapace di invertire la rotta se uomini e donne si sentono soli, isolati, privi di una rete, incerti sulla stabilità dei rapporti e sul senso stesso del mettere al mondo dei figli.
Le testimonianze di alcuni giovani universitari intervistati durante la trasmissione confermavano proprio questo. Molti non escludevano il desiderio di avere figli, ma quasi tutti rimandavano: “dopo i trent’anni”, quando, forse, ci sarà una maggiore stabilità personale ed economica. Altri si dicevano incerti, scoraggiati dalla precarietà o dal quadro generale del mondo. Una ragazza definiva l’impegno di una relazione stabile come un “accollo”; un’altra osservava che oggi avere figli è diventato “quasi un lusso”. Colpisce, in queste risposte, non soltanto la prudenza, ma una certa disillusione di fondo: come se il futuro fosse percepito più come rischio che come promessa.
Su questo aspetto era intervenuta anche la demografa Alessandra Minello, che parlava di una “grande complessità” e di un mutamento nello “sguardo verso il mondo”. A suo giudizio, ridurre tutto ai soldi non basta più. C’è una ridefinizione dei valori personali, del rapporto con la genitorialità, della percezione della libertà individuale e della qualità della vita. È una lettura utile, purché non diventi un alibi per rassegnarsi. Perché capire che il problema è più complesso non significa affatto che sia irrimediabile.
Dopo Bassi, la trasmissione ha affrontato il lato biologico della questione, con l’intervento del ginecologo Maurizio Guida, ordinario all’Università della Calabria. Il suo contributo è stato particolarmente importante perché ha ricordato un dato spesso rimosso dal dibattito pubblico: la biologia non si adegua automaticamente ai cambiamenti culturali.
Il prof. Guida lo ha detto con chiarezza: “Il cambiamento sociale non coincide con un cambiamento della fisiologia umana.” In altre parole, il fatto che oggi si tenda a pensare ai figli sempre più tardi non significa che il corpo femminile segua gli stessi tempi. Secondo il medico, dopo i 35 anni la capacità riproduttiva della donna si riduce in modo significativo, e dopo i 42-43 anni diventa molto più difficile arrivare alla nascita di un bambino. Si tratta di una verità scomoda ma cruciale. Un’intera cultura ha abituato molti a considerare la maternità e la paternità come progetti pienamente rinviabili, quasi senza costo biologico. Il prof. Guida richiama invece alla realtà: il rinvio prolungato non è neutro.
Questo non significa trasformare la biologia in ideologia, né giudicare scelte personali spesso dettate da condizioni oggettive difficili. Significa però riconoscere che esiste una tensione sempre più forte tra i tempi sociali e i tempi naturali. Se la stabilità economica arriva tardi, se l’accesso alla casa è rinviato, se le relazioni sono più fragili, se i percorsi di formazione e di lavoro si allungano, allora il momento in cui si pensa concretamente ai figli tende a slittare. Ma nel frattempo la finestra biologica si restringe. La denatalità, in questo senso, nasce anche dall’incastro sempre più difficile tra società e natura.
Accanto a questa diagnosi severa, la trasmissione ha mostrato anche un esempio relativamente positivo: il Trentino-Alto Adige, unica regione italiana a distinguersi nettamente per livelli di fecondità superiori alla media nazionale. In particolare, è stata richiamata l’esperienza delle province autonome, dove l’occupazione, anche femminile, è più alta e dove esiste da anni un sistema più robusto di sostegno alla famiglia: servizi per l’infanzia, strumenti di conciliazione tra lavoro e vita familiare, iniziative per i padri, reti territoriali, distretti famiglia, un’attenzione sociale più diffusa.
Non è soltanto una questione economica, neppure lì. È questione di contesto. Dove le famiglie sono meno sole, dove i servizi sono più capillari, dove il lavoro non punisce automaticamente la maternità, dove la rete comunitaria è più viva, la natalità resiste di più. Bassi lo ha espresso molto bene quando ha osservato che “le famiglie, quando sono in rete, sono più stabili e sono più generative.” È forse questa la sintesi migliore dell’intera discussione.
La crisi delle nascite in Italia, allora, non può essere letta in modo riduttivo. È certamente una crisi economica ma è anche una crisi relazionale, culturale, simbolica. È la crisi di una società che fatica a trasmettere fiducia, che spesso lascia soli i giovani e che troppo spesso guarda alla famiglia come a un problema invece che come a una risorsa. Bassi e Guida, da due prospettive diverse, hanno indicato un punto comune: non si uscirà dalla denatalità senza un ritorno alla realtà. La realtà della persona, che ha bisogno di legami e di comunità. E la realtà del corpo, che non segue indefinitamente i ritmi imposti dalla cultura contemporanea.
Finché queste verità non saranno affrontate con serietà, l’Italia continuerà lentamente a scivolare dentro il proprio inverno demografico.
