Il Papa del diritto in un continente che vacilla
di Gianni Lattanzio
C’è una frase, pronunciata da Leone XIV nella Plaza Independencia di Montevideo davanti a trentamila persone, che merita di essere letta come si leggono i grandi testi del diritto pubblico: «In tempi in cui le differenze possono facilmente trasformarsi in motivo di scontro, perseverare nel rispetto del diritto, nella negoziazione e nella paziente ricerca di accordi costituisce un servizio che l’Uruguay può continuare a offrire ai propri vicini». Il Papa l’ha fatta precedere da un richiamo preciso: la Costituzione uruguaiana chiede alla Repubblica di risolvere le controversie con l’arbitrato o con altri mezzi pacifici e di promuovere l’integrazione degli Stati latinoamericani, e il fatto che Montevideo sia sede del Segretariato del Mercosur dà «espressione concreta a questa vocazione». Detta nel Paese più laico dell’America Latina, accanto al presidente Yamandú Orsi, essa non ha il sapore di un omaggio protocollare. È una proposta di metodo, quasi una dottrina, consegnata a un continente che in queste stesse ore vede incrinarsi le proprie istituzioni una dopo l’altra.
Basta guardare la mappa che il Papa ha sorvolato per raggiungere il Río de la Plata. Ad Asunción, venerdì 6 novembre, il Senato paraguaiano ha destituito all’unanimità dei presenti il presidente Santiago Peña per «cattivo esercizio delle funzioni», tre giorni dopo che la Banca centrale aveva commissariato Ueno Bank, congelando i risparmi di quasi tre milioni di persone, circa metà della popolazione del Paese. Le accuse parlano di conflitti di interesse, di vigilanza piegata, di centinaia di milioni di dollari del fondo pensioni pubblico depositati oltre i limiti di legge in una banca legata alla cerchia presidenziale. Peña, che aveva tentato invano di dimettersi, è stato posto agli arresti domiciliari; il vicepresidente Pedro Alliana, egli stesso sotto indagine, ha giurato nella notte per completare il mandato fino al 2028. È il secondo presidente rimosso con il giudizio politico dalla fine della dittatura di Stroessner, dopo Fernando Lugo nel 2012. Un intero ciclo di modernizzazione tecnocratica si è dissolto in meno di settantadue ore, e la piazza ha cantato l’inno della patria come si celebra una liberazione.
A est, il Brasile vive il dopo-elezioni come una frattura ancora aperta. Lula è stato rieletto, ma lo sfidante sconfitto Flávio Bolsonaro, pochi giorni dopo aver raccolto sessanta milioni di voti, ha lasciato clandestinamente il Paese per la Florida, denunciando un complotto ai suoi danni, mentre il padre Jair resta in carcere. A sud, il presidente argentino Javier Milei rifiuta di riconoscere la vittoria di Lula, scavando un fossato ideologico che attraversa il cuore stesso del Mercosur. A nord-ovest, il Perù, ultima e più lunga tappa del viaggio, ha conosciuto otto presidenti dal 2016, tra destituzioni, dimissioni e rivolte sociali. E sullo sfondo caraibico, Washington annuncia nuove sanzioni contro Cuba mentre Pechino denuncia l’ingerenza americana: il continente torna a essere, come nei decenni della guerra fredda, terreno di contesa tra potenze.
È dentro questo paesaggio che le parole di Leone acquistano la loro densità. Il Pontefice non arriva come un arbitro della politica, ma come il custode di una grammatica che le democrazie latinoamericane rischiano di smarrire: quella che fa della legge non lo strumento del vincitore, ma la casa comune dei vinti e dei vincitori. Lo stesso discorso ne offre la chiave, risalendo alle origini della nazione: davanti al Congresso del 1813 Artigas disse ai rappresentanti orientali «La mia autorità emana da voi e cessa per la vostra presenza sovrana», e il Papa vi ha letto l’unione tra l’origine dell’autorità e la responsabilità di chi la esercita, ricordando con la Gaudium et spes che l’autorità pubblica «è chiamata ad esercitarsi nell’ambito dell’ordinamento giuridico». Non è casuale che a pronunciare queste parole sia un figlio di Sant’Agostino. Nel quarto libro del De civitate Dei il vescovo di Ippona pose una domanda che attraversa i secoli con intatta ferocia: «Remota iustitia, quid sunt regna nisi magna latrocinia?», tolta la giustizia, che cosa sono i regni se non grandi bande di predoni? La vicenda di Ueno Bank, in cui il risparmio di un popolo è stato esposto agli interessi di pochi, ne è un commento quasi letterale. E nel diciannovesimo libro Agostino definì la pace «tranquillitas ordinis», la tranquillità dell’ordine: non l’immobilità imposta dall’alto, ma l’armonia di un ordine giusto in cui ciascuno riceve ciò che gli spetta. È questa la pace che il Papa chiede al Sud America, e che nessun uomo forte, di destra o di sinistra, può fabbricare per decreto.
La Chiesa conosce bene il costo dell’instabilità in queste terre. Ha accompagnato le transizioni dalle dittature degli anni Settanta e Ottanta, ha mediato, con Giovanni Paolo II, la contesa del Beagle che nel 1978 aveva portato Argentina e Cile sull’orlo della guerra, ha custodito nelle sue parrocchie la memoria dei desaparecidos. Sa che il diritto, in America Latina, non è mai un dato acquisito ma una conquista quotidiana, esposta alla tentazione caudillista come alla corruzione delle élite. Per questo il richiamo di Montevideo al negoziato e agli accordi pazienti non è un elogio della prudenza, ma una forma alta di realismo politico: le sole istituzioni che durano sono quelle che sanno contenere il conflitto senza negarlo.
Il discorso uruguaiano ha avuto anche un respiro economico e antropologico che lo lega alla tradizione inaugurata dal Leone di cui il Papa ha voluto prendere il nome. Il Pontefice ha riconosciuto che la creazione di ricchezza, gli investimenti e l’iniziativa economica sono necessari allo sviluppo, ma ha chiesto che i loro frutti si traducano «in beni e opportunità che raggiungano effettivamente tutti», perché, con le parole della sua enciclica Magnifica humanitas, «sono le persone concrete che contano». E, richiamando la Laborem exercens, ha ammonito che lo sviluppo dell’intelligenza artificiale deve far sì che «la persona che lavora non venga ridotta a un semplice pezzo sostituibile all’interno del processo produttivo». È l’eco della Rerum novarum di fronte alla rivoluzione digitale, la stessa linea di un’enciclica che mette in guardia dalla concentrazione del potere nelle mani di pochi giganti tecnologici. In un continente dove la disuguaglianza è la ferita originaria e dove le democrazie cadono più spesso per il tradimento delle aspettative sociali che per i colpi di Stato, la questione della giustizia economica è, a tutti gli effetti, una questione costituzionale.
Domenica 8 novembre, alla Casa Rosada, questa visione incontrerà il suo interlocutore più ruvido. Milei, che in campagna elettorale aveva insultato Francesco e che quest’anno ha attaccato lo stesso Leone dopo le sue critiche alla guerra all’Iran, riceverà un Papa che parla di giustizia sociale, di disuguaglianze e di beni comuni, temi che urtano frontalmente l’ideario ultraliberale del presidente. L’incontro si colloca, per di più, all’indomani di una stagione nuova a Washington: la sconfitta di Trump alle elezioni di metà mandato ha incrinato la rete dei governi che a lui si richiamavano nella regione, e già si comincia a riscrivere l’agenda politica del continente. Il Papa, che ha rivendicato con semplicità di aver votato per posta da cittadino americano, non si presenta come il portavoce di un campo, ma come il testimone di un principio: la partecipazione democratica è un dovere morale prima che un diritto politico, e la legittimità del voto non si negozia secondo le convenienze.
Qui il viaggio interpella direttamente l’Europa e l’Italia. L’accordo di partenariato tra l’Unione europea e il Mercosur, firmato il 17 gennaio 2026, vede il suo pilastro commerciale applicato in via provvisoria dal primo maggio, dando vita a uno spazio di settecento milioni di persone, mentre la piena ratifica attende ancora il consenso del Parlamento europeo. Questo accordo non può essere ridotto a una tabella di dazi: è, o dovrebbe essere, un patto tra democrazie, la scelta di due continenti di legare i propri destini allo Stato di diritto, alla prevedibilità delle regole, alla risoluzione pacifica delle controversie. Se il Mercosur si sfalda sotto il peso delle sue polarizzazioni, e se uno dei suoi Stati membri vede il proprio presidente rimosso per lo scandalo bancario più grave da oltre un decennio, l’Europa ha tutto l’interesse a sostenere ciò che il Papa ha chiamato il servizio del rispetto del diritto e della negoziazione.
L’Italia, in questo disegno, non è uno spettatore. Milioni di cittadini e discendenti di italiani vivono in Argentina, in Uruguay, in Brasile, in Paraguay; le nostre comunità hanno contribuito a costruire le istituzioni, le università, le imprese, perfino la lingua civile di quei Paesi. Esse sono, per la nostra politica estera, una risorsa strategica e insieme una responsabilità: un ponte naturale per una diplomazia che sappia unire interessi economici e valori democratici, cooperazione commerciale e difesa dello Stato di diritto. Ignorare la crisi di Asunción o la frattura tra Brasília e Buenos Aires significherebbe dimenticare una parte di noi stessi.
Leone XIV attraverserà in dodici giorni trentunomila chilometri, dieci città, trentasei discorsi, salendo fino ai tremila metri delle Ande con un polmone operato appena un mese fa. C’è in questa ostinazione fisica una lezione che va oltre la cronaca: l’autorità che non si impone, ma si espone; che non promette scorciatoie, ma indica la strada lunga della legge, del dialogo, della pazienza. In un continente tentato dai salvatori e dalle fughe, dagli uomini della provvidenza e dagli esili dorati, il Papa venuto dalla missione peruviana ricorda che la democrazia è anzitutto una forma di umiltà istituzionale. Agostino lo avrebbe detto così: nessuna città terrena è la città di Dio, ma ogni città può diventare più giusta. È questo, forse, il messaggio più politico di un viaggio che si vuole soltanto pastorale.

