di Gianni Lattanzio
C’è un paradosso che attraversa la nostra epoca e che, ogni volta che mi trovo a riflettere sul futuro dell’informazione, mi colpisce con la stessa forza: non siamo mai stati così sommersi di notizie, eppure non siamo mai stati così lontani dalla verità. Non siamo mai stati così connessi, eppure così soli di fronte alla complessità del mondo. L’abbondanza non ha prodotto chiarezza, ma disorientamento. La quantità non ha generato qualità, ma rumore.
I numeri fotografano questo disagio con impietosa precisione. Secondo il Reuters Institute for the Study of Journalism, nel 2026 solo il 38% dei leader dell’informazione a livello globale si dice fiducioso sulle prospettive del settore — un calo di ventidue punti percentuali in quattro anni. Il traffico dai motori di ricerca verso i siti di notizie è già sceso di un terzo a livello mondiale. Le grandi piattaforme, trasformate in motori di risposta basati sull’intelligenza artificiale, restituiscono all’utente una sintesi preconfezionata al posto dell’articolo originale, erodendo quella relazione diretta tra lettore e testata che era il fondamento economico e civile del giornalismo moderno.
Ma sarebbe un errore leggere tutto questo come una semplice crisi economica o tecnologica. Dietro i dati c’è qualcosa di più profondo, che appartiene alla sfera dell’umano: la crisi di un modello che ha progressivamente dimenticato per chi esiste l’informazione. Che ha sostituito il cittadino con l’utente, la notizia con il contenuto, il racconto con il prodotto da ottimizzare per il coinvolgimento emotivo. Un modello che premia ciò che genera click, paura, indignazione o euforia, e penalizza sistematicamente ciò che informa, approfondisce, nutre il giudizio critico.
In questo ecosistema, come ha osservato l’Eurispes, l’intelligenza artificiale generativa non si limita più a documentare la realtà: è in grado di crearla, o ricrearla. I deepfake, le notizie sintetiche, la manipolazione algoritmica dell’opinione pubblica non sono scenari futuribili — sono la quotidianità di milioni di cittadini europei. La disinformazione non è un incidente del sistema: ne è, tragicamente, il prodotto più redditizio. E la dignità della persona — il suo diritto a ricevere informazioni vere, a formarsi un’opinione libera, a partecipare consapevolmente alla vita democratica — viene ogni giorno compressa, aggirata, violata.
È di fronte a questa deriva che sento l’urgenza di invocare qualcosa che va oltre la regolamentazione tecnica o l’ottimismo tecnologico: un cambio di paradigma culturale. Un nuovo umanesimo dell’informazione.
La parola “umanesimo” non è scelta a caso. Nel XV secolo, l’umanesimo europeo nacque come risposta a un sistema di conoscenza che aveva messo la speculazione astratta al posto dell’esperienza viva dell’essere umano. Rimettere la persona al centro: questo era il suo imperativo. Oggi siamo di fronte a una sfida analoga. L’ecosistema digitale ha ridotto la persona a dato, a profilo, a target pubblicitario. Ha trasformato la sua attenzione in merce, i suoi dubbi in vulnerabilità da sfruttare, i suoi desideri in leva per la monetizzazione. Un nuovo umanesimo dell’informazione parte da un’affermazione semplice ma radicale: ogni persona ha diritto a un’informazione che la rispetti.
Non solo a un’informazione tecnicamente vera — pur necessaria — ma a un’informazione che tenga conto della sua dignità, della sua capacità di comprensione, della sua collocazione nella comunità politica e civile di cui fa parte. Un’informazione che sia vera ma confezionata per manipolare non è informazione degna: è propaganda. Un’informazione accurata ma incomprensibile non è informazione utile: è esclusione.
Da questa visione discende un concetto che ritengo urgente introdurre nel dibattito pubblico: il welfare informativo. Così come il welfare state ha riconosciuto nel Novecento che certi beni fondamentali — la salute, l’istruzione, la previdenza — non possono essere lasciati interamente alle leggi del mercato, allo stesso modo il welfare informativo riconosce che l’accesso a un’informazione di qualità è un bene comune che lo Stato e la comunità internazionale hanno il dovere di garantire. Non si tratta di dirigismo, né di censura. Si tratta di creare le condizioni strutturali perché ogni cittadino possa esercitare effettivamente il proprio diritto all’informazione: un giornalismo finanziariamente sostenibile e editorialmente indipendente, un sistema scolastico che formi all’alfabetizzazione mediatica, una regolamentazione delle piattaforme che impedisca la manipolazione sistematica dell’attenzione.
Il welfare informativo si articola intorno a quattro dimensioni che considero irrinunciabili. La prima è l’accessibilità: ogni cittadino deve poter accedere a fonti plurali e di qualità, indipendentemente dalla propria condizione economica, geografica o culturale. La seconda è la comprensibilità: l’informazione deve essere presentata in forme che rispettino la capacità di comprensione del destinatario, senza semplificazioni demagogiche né oscuramenti tecnocratici. La terza è la dignità: ogni persona ha diritto a non essere ridotta a strumento di consumo informativo; i suoi dati non possono essere usati per manipolarne le opinioni senza consenso libero e consapevole. La quarta è il pluralismo: nessun soggetto — pubblico o privato, nazionale o transnazionale — può detenere il monopolio del flusso informativo. La democrazia vive di voci diverse, anche scomode, anche minoritarie.
In questo quadro, il giornalismo professionale torna a essere ciò che avrebbe sempre dovuto essere: non un’industria dell’attenzione, ma un servizio civile. Un presidio della verità condivisa senza la quale una società democratica non può funzionare. La risposta del mondo professionale non è mancata: il nuovo articolo 19 del Codice deontologico dei giornalisti italiani sancisce con chiarezza che l’intelligenza artificiale non può sostituire l’attività giornalistica, e che il giornalista mantiene sempre la responsabilità dei contenuti prodotti. È un principio deontologico, ma ha anche una valenza filosofica: afferma che dietro ogni atto informativo deve esserci una coscienza responsabile, un soggetto che si espone e risponde.
Ma la responsabilità non è solo dei giornalisti. È innanzitutto politica. L’Unione Europea ha compiuto passi importanti con il Digital Services Act e con le sue politiche di contrasto alla disinformazione online. Ma questi strumenti restano insufficienti se non sono accompagnati da una visione complessiva: quella di un sistema informativo europeo che sia al tempo stesso libero e responsabile, plurale e coeso, innovativo e radicato nei valori della dignità umana. La sfida per il legislatore — nazionale ed europeo — è costruire un quadro normativo e di incentivi che premi la qualità editoriale, garantisca la sostenibilità economica del giornalismo indipendente e imponga alle piattaforme la trasparenza degli algoritmi. Non si tratta di imbavagliare la rete: si tratta di costruire, anche nel mondo digitale, quelle istituzioni di garanzia che nelle democrazie mature regolano ogni forma di potere.
Accanto alla dimensione normativa, il welfare informativo richiede un investimento strutturale nell’educazione. Un cittadino che non sa distinguere una fonte affidabile da una falsa, che non conosce il funzionamento degli algoritmi di raccomandazione, che non ha mai imparato a leggere criticamente un’immagine o un titolo, è un cittadino vulnerabile. E una democrazia fatta di cittadini vulnerabili è una democrazia fragile. L’alfabetizzazione mediatica non è un optional: è una competenza di cittadinanza al pari del leggere e dello scrivere. Deve entrare stabilmente nei curricula scolastici, dalla scuola primaria all’università, e diventare parte di quella cultura civica condivisa senza la quale la libertà di informazione rischia di trasformarsi nel suo contrario.
Il nuovo umanesimo dell’informazione è, in ultima analisi, un progetto educativo e politico insieme: formare persone capaci di abitare con autonomia e responsabilità lo spazio pubblico del sapere condiviso. Persone che interroghino le fonti, valutino le prove, tollerino l’incertezza, ascoltino il punto di vista dell’altro. Persone che usino l’informazione non come arma o come specchio in cui riflettere le proprie certezze, ma come strumento di incontro con la realtà.
Penso a tutti coloro per cui questo non è un tema astratto. A quella donna che al mattino accende il telefonino e cerca di capire cosa sta succedendo nel mondo. A quell’anziano che non sa più di chi fidarsi. A quel giovane che si informa su TikTok perché i giornali non gli parlano. Al migrante che cerca notizie sul Paese da cui è fuggito. Al disoccupato che vuole capire se le politiche economiche lo riguardano. Tutti loro hanno un diritto: il diritto a un’informazione che li rispetti come persone dotate di ragione, di dignità e di capacità di scelta.
Il welfare informativo non è utopia. È la declinazione contemporanea di un principio che le democrazie liberali hanno già riconosciuto in altri ambiti fondamentali della vita sociale. È la risposta civile e politica alla crisi di un sistema che ha smesso di servire le persone per cominciare a sfruttarle. Costruirlo richiede coraggio istituzionale, investimento pubblico, responsabilità professionale. E soprattutto una convinzione: che la dignità di ogni essere umano valga più di qualsiasi click.
