di Emanuele Mariani
MA NON CERTAMENTE L’ARTISTA CANTAUTORE, IL POETA “MAESTRONE” CHE RESTA IMMORTALE: HA NARRATO IN PAROLE, MUSICA E SCRITTI, L’ESSENZA DELLA VITA E DEI SENTIMENTI RADICATI NELLA SOCIETA’ IN DIVENIRE, DALLA FINE DEGLI ANNI ’60 AD OGGI
Lo rende noto la famiglia sottolineando che “nel rispetto delle sue volontà, le esequie si svolgeranno nei prossimi giorni e in forma strettamente privata”. La famiglia, “nel chiedere che questo momento di dolore possa essere vissuto nella più stretta intimità, ringrazia tutti coloro che si uniranno al suo lutto con affetto, discrezione e rispetto”.
Per permettere, a chi lo ha amato, di ricordarlo e di salutarlo, verrà organizzata una cerimonia commemorativa nel mese di settembre.
L’ultima volta in pubblico era apparso a maggio, ai Chiostri di San Pietro, a Reggio Emilia, per ‘Canterò soltanto il tempo’, la mostra allestita fino al 18 ottobre allo Spazio Gerra: un titolo tratto da un verso di ‘Il Tema’ (1970), che riassume uno dei nuclei della sua poetica, il rapporto tra parola, memoria e lo scorrere dei giorni.
”Le sue canzoni parlano di giustizia e uguaglianza. Con Francesco Guccini scompare un poeta, un musicista, un intellettuale che ha composto canzoni che hanno segnato questi anni, che parlano di impegno, di giustizia, di uguaglianza. Ai familiari va il più sentito sentimento di cordoglio”. Così il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella.
”Francesco Guccini ha interpretato inquietudini e ideali di generazioni di italiani. E io ho amato profondamente la sua musica e le sue canzoni. Conosco a memoria molto dei suoi testi. Splendidi, poetici, lirici. “Cirano” e “Cristoforo Colombo” sono tra le composizioni più belle e profonde della musica italiana, e io gli sono grata per il contributo che ha dato alla mia formazione ideale”. E’ quanto afferma la presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, che ha poi così concluso:
”Continuerò a cantare le sue canzoni, e a ringraziarlo per averci regalato delle emozioni. Lo farò nonostante probabilmente non ne sarebbe contento, nonostante abbia letto le sue dichiarazioni livorose verso di me. Perché non mi appartiene e non mi apparterrà mai l’ideologia: sono una persona libera e la libertà di leggere e ascoltare tutto – al di là delle differenze – sarà sempre la mia bussola”.
“Oggi l’Emilia-Romagna perde il suo grande Maestro. La scomparsa di Francesco Guccini addolora profondamente e provoca in tutti noi una sentita commozione. Guccini è stato uno dei nostri più grandi artisti, cantautore, scrittore, illuminato intellettuale, capace in modo unico di cantare e raccontare la nostra terra, le persone, le bellezze e le nostalgie delle storie di ognuno. Generazioni sono cresciute con la profondità dei suoi versi a segnare momenti della propria vita e della società attorno, facendosi ispirare dal suo sguardo poetico, fine, impegnato, unico nel cogliere le sfumature, tra sogni, paure, speranze, malinconie, quelle che ci uniscono tutti e tutte”. Così il presidente della Regione, Michele de Pascale, e l’assessora regionale alla Cultura, Gessica Allegni, ricordano il Maestro Francesco Guccini, nato a Modena nel 1940.
Pochi mesi fa era stata presentata in Regione, a Bologna, la mostra ‘Francesco Guccini. Canterò soltanto il tempo’: un’esposizione costruita con Guccini, frutto di quasi tre anni di incontri, dialogo e condivisioni. “Un ultimo dono dolce-amaro che Guccini ci ha lasciato – proseguono il presidente e l’assessora – Ed è un primo esempio di ciò che ci impegneremo a fare per conservare e valorizzare per sempre la sua immensa opera, straordinario patrimonio culturale di questa regione e di tutto il Paese. Esprimiamo le nostre più sentite condoglianze, a nome di tutta la Giunta e la comunità regionale, alla sua famiglia, alla moglie Raffaella, alla figlia Teresa, agli amici e a tutti coloro che oggi lo piangono, insieme a noi. ‘Farewell’, grande Maestro”.
”Quel giorno è arrivato e così le nostre lacrime, le lacrime di Bologna e dell’Italia intera. Per noi sei stato un compagno di strada, una coscienza critica, una presenza, un amore, la rabbia e la rivolta, una piazza piena, sei stato il sapore della terra e delle radici, il sogno, la musica, la potenza della parola, la nostalgia, il desiderio. L’amicizia”. Con queste parole il sindaco di Bologna,Matteo Lepore esprime a tutta la famiglia di Francesco Guccini “l’immenso cordoglio” suo e della città di Bologna. “Nei prossimi mesi – conclude il Sindaco – Bologna saprà ricordarlo come merita”. Nel giorno del funerale a Bologna sarà proclamato lutto cittadino.
Nato a Modena il 14 giugno 1940 (cresciuto “fra i saggi ignoranti di montagna che sapevano Dante a memoria e improvvisavano di poesia”, come amava ricordare), figlio di un impiegato postale e di una casalinga, Guccini si è formato tra Modena e l’Appennino pistoiese, luoghi ai quali dedicherà il suo primo romanzo ‘Croniche epafaniche’ uscito nel 1989, legame che avrebbe segnato profondamente la sua opera. Guccini, dunque, è nato quattro giorni dopo l’entrata dell’Italia nella Seconda Guerra Mondiale.
Suo padre Ferruccio era nato nel 1911, a Pavana, il borgodella montagna pistoiese dove il “Maestrone” ha vissutostabilmente dal 2001.
Il genitore, impiegato alle Poste, fu chiamato alle armi poco dopo la nascita del figlio, nel 1940. Nel 1943, dopo l’8 settembre, fu catturato a Corinto e deportato nei campi di concentramento, prima a Leopoli e poi Amburgo, insieme a Giovanni Guareschi e allo scrittore Gianrico Tedeschi.
“Van Loon viveva e io lo credevo morto o peggio, inutile, solo per la distanza”, mette in versi Guccini, che nulla sapeva del destino del padre: “Che ne sapevo quanto avesse navigato, con il coraggio di un Caboto fra le schiume”.
Ferruccio tornò a casa nel 1945. “Sono anni – raccontò la figlia del cantautore, Teresa Guccini – che svolgo ricerche sulla storia di mio nonno che non parlò mai dell’accaduto. Recentemente ho prodotto i documenti necessari per fargli ottenere la medaglia. Mio nonno, persona molto discreta, forse non avrebbe gradito perchè non amava le onorificenze. Mi sono chiesta se, per questo motivo, fosse o meno giusto richiederla. Ho pensato che in tempi come questi dove il revisionismo sta prendendo sempre più piede, fosse importante un riconoscimento che può servire per raccontare ancora una volta alle nuove generazioni gli orribili eventi di quegli anni. Un modo per sottolineare ancora una volta l’importanza della memoria”.
Memoria, tema intensamente presente nella canzoni di Guccini, Auschwitz su tutte. “Facciamo memoria, sempre”, sottolineava l’europarlamentare ed ex presidente della Regione Emilia-Romgna, Stefano Bonaccini, commentando la notizia della medaglia, ad un anno dall’onorificenza analoga conferita a Carlo Rossi, padre di Vasco, un altro grande della musica emiliana.
Ferruccio è morto nel 1990. E anche la canzone Van Loonnon è più stata eseguita: “La provo e poi sono costretto a rimetterla via. Non riesco a farla senza star male e piangere”, ha spiegato più volte Francesco Guccini.
Il fatto di aver passato, all’insaputa del figlio, due anni in un campo di concentramento tedesco vicino ad Amburgo come prigioniero internato militare italiano, costrinse il piccolo Francesco ad andare a vivere con la madre Ester (1914-2009) presso i nonni paterni propria a Pavana, frazione di Sambuca Pistoiese (PT). Solo nel 1945, a guerra finita, tornò a vivere a Modena.
Pavana, il mulino dei nonni, il padre Ferruccio che torna dalla prigionia in Germania e lo butta nel laghetto per insegnargli a nuotare, le balere, i primi amori, il primo goccio di liquore, «mai vino rosso che appesantiva l’alito», le prime ragazze, il primo gruppo musicale: «Ci chiamavano i Gatti, suonavamo da ballo, ma anche Peppino di Capri».
Il debitto di Guccini, a livello musicale, ufficialmente avvenne nel 1967 con l’LP Folk Beat n. 1, pur avendo scritto le prime canzoni già nel 1959. I suoi indirizzi erano diventati dischi, microcosmi, mondi. Via Paolo Fabbri 43, il quartiere Cirenaica a Bologna, le case dei ferrovieri, la piccola borghesia, il vicino pensionato – «lo sento da oltre il muro che ogni suono fa passare, l’odore quasi povero di roba da mangiare…», gli altri vicini che vennero a bussargli una mattina all’alba: «Abbiamo saputo che sta scrivendo una canzone sul pensionato, noi preferiremmo non comparire…».
Nell’arco di una carriera lunga oltre cinquant’anni pubblica più di venti album, diventando una delle voci più rappresentative della canzone d’autore italiana. Tra i suoi brani più celebri figurano “La locomotiva” ed “Eskimo”, canzoni di forte impegno civile e politico (pur senza mai aderire formalmente al comunismo). Il suo ultimo album in studio, “Canzoni da osteria”, è uscito nel novembre 2023 ed è stato certificato disco d’oro.
Se ne va, insomma, uno dei più grandi cantautori italiani, ma chiamarlo soltanto cantautore significherebbe raccontare una parte della sua storia. Guccini è stato scrittore, narratore, studioso della lingua e, per vent’anni, anche insegnante. E’ stato anche scrittore, autore di romanzi autobiografici e noir, sceneggiatore di fumetti, attore occasionale, compositore di colonne sonore e appassionato studioso di lessicografia, glottologia e dialettologia. Un grandeitaliano che in un periodo della sua vita ha affiancato alla carriera musicale quella di docente.
Modena, la “piccola città”, come l’ha descritta nella sua canzone, ha fatto da sfondo all’adolescenza di Francesco Guccini. Dopo la scuola dell’obbligo, ha frequentato l’istituto magistrale Carlo Sigonio, lo stesso frequentato anche da Luciano Pavarotti. Si è diplomato nel 1958. Guccini proprio in questo periodo si è formato dal punto di vista culturale e musicale, imparando anche a suonare la chitarra. Lì, a Modena, lavorerà per due anni (dal 1959 al 1960) come giornalista alla Gazzetta dell’Emilia e deciderà di dedicarsi in maniera dilettantesca alla musica, suonando anche nelle balere. “Comprai la prima chitarra – ricordava – per cinquemila lire da un falegname di Porretta”. E di tutto questo ha parlato nel suo ultimo libro ‘Così eravamo’.
Dopo il diploma, si iscrive all’Università, una prima volta, nel ’58-59: Facoltà di Magistero, indirizzo Lingue e Letterature straniere.
Nel 1961, si trasferisce con la famiglia a Bologna e si unisce ad un gruppo di musica da ballo (I Marinos diventati poi I Gatti); continua a suonare fino al 1962, quando è costretto a partire per il servizio militare. Al ritorno, nell’ottobre del 1963, decide di tornare a studiare all’Università, Facoltà di Magistero con indirizzo in Materie Letterarie (senza mai arrivare alla laurea, anni di studi che ricorreranno spesso nei ricordi delle sue canzoni), rinunciando così ad entrare a far parte dell’Equipe 84.
Nel 2002, però, l’Università di Bologna e di Modena e Reggio Emilia ha conferito a Francesco Guccini la laurea honoris causa in Scienze della Formazione, per la sua attività culturale e il suo impegno come musicista.
A Bologna, Francesco sotto le luci del palco con la chitarra imbracciata e il fiasco di vino accanto di quelle trattorie anch’esse fonte di grande ispirazione per componimenti e perfino amori; Francesco da Vito, il ristorante dei cantautori vicino a via Paolo Fabbri 43, intento a giocare a tarocchino fra Lucio Dalla e Jimmy Villotti in quella Bologna dove si mangiava con mille lire, whisky compreso e che ha visto nascere la scuola bolognese ed emiliano- romagnola, appunto dei Guccini, dei Dalla, dei Morandi ed in tempi più recenti dei Cremonini; Francesco nella goliardica allegria dell’osteria delle Dame pronto a rimbrottare l’amico Bonvi, il padre delle Sturmtruppen, che gli chiede a gran voce ‘La locomotiva’ urlando ‘ciuf ciuf’.
Ma anche Francesco, lontano da ogni clamore con la prima moglie Raffaella nella rassicurante quiete di Pavana e di un Appennino ormai disabitato; Francesco, scrittore richiestissimo in corsa perfino nella cinquina finale di un Campiello; Francesco pronto a rivendicare fino all’ultimo il proprio lavoro intellettuale in aperta polemica con Jovanotti.
Adesso che lui, il “Maestrone”, se ne è andato assumono ancora più vigore i contorni di questa autentica icona capace di attraversare due secoli, di raccogliere l’attenzione di generazioni diverse, di scommettere sulla schiettezza, sulla coerenza e sul coraggio. Attraverso la forza della poesia.
A chi chiedeva se gli capitasse di pensare alla morte, Guccini rispondeva che ancora non era il momento e che ci avrebbe riflettuto poi. “Cerco di stare attaccato alla ‘fiopa’ e cioè al pioppo, all’albero della vita – ripeteva citando un proverbio dialettale – Fin qui intanto ci sono arrivato e qualcosa ho fatto”.
E quanto ha fatto… Album che sono entrati nella storia (‘Folk beat n.1’ è del ’67, ‘Canzoni da osteria’ del ’23), brani che hanno accompagnato la parabola di un Paese (da ‘Dio è morto’ a ‘Eskimo’, da ‘Culodritto’ dedicato alla figlia Teresa a ‘L’avvelenata’, il pezzo che lui meno amava), eventi indimenticabili come il concerto del 14 giugno 1984 a Bologna con 150mila persone assiepate in piazza Maggiore per ascoltare ‘Tra la via Emilia e il West’. “Per me – avrebbe poi spiegato – era la campagna emiliana”.
La musica lo aspettava. Spiegava: “Quando nacque l’Equipe 84 mi chiesero di farne parte. Mi sarebbe piaciuto per i soldi e le ragazze ma dissi no. Quando la mia prima canzone ‘Auschwitz’ finì in un disco non vidi un soldo perché non ero iscritto alla Siae’.
Auschwitz infatti è un brano musicale scritto da Francesco Guccini, ma accreditato a Lunero e Maurizio Vandelli in quantol’autore non era iscritto alla SIAE. La canzone uscì come singolo nel settembre del 1966 dall’Equipe 84 nel singolo Bang bang/Auschwitz.
L’anno dopo la canzone fu registrata da Francesco Guccini ed inserita nella raccolta Folk beat n. 1, con il titolo La canzone del bambino nel vento (Auschwitz).
Di quel periodo è ‘Canzone per un’amica’, il brano che ha aperto tutti i suoi concerti fino all’ultimo del 5 dicembre 2011 a Casalecchio dove lui accuserà un malore (la chiusura dei live spettava sempre a ‘La locomotiva’).
Con l’album della svolta ‘Radici’, inizia nei primi anni ’70 il periodo più fortunato: arrivano gli Lp ‘Via Paolo Fabbri 43’ ed ‘Amerigo’, è il tempo delle osterie, amate persino da Gianni Brera nella bassa lombarda dove, tra una partita a carte e l’altra, si parlava di musica e pallone e si improvvisavano, tirando fino a tardi, fino all’ultimo cliente, pezzi giornalistici e musicali, tavolo di osteria riprodotto in studi televisivi per un programma post domenicale sportivo con Gigi Garanzini.
La Bologna delle notti senza fine, ci sono gli amici e le interminabili partite a carte. “Eravamo tutti giovani – avrebbe detto – e le ragazze tutte belle. Bologna era diversa”. Il resto, fra ristampe e novità discografiche – è storia recente e arriva alla versione di ‘Bella ciao’ dell’anno passato. Le sue canzoni sono fatte di impegno politico e civile, raccontano amori fragili e mostrano citazioni alte e giochi linguistici.
Forse non tutti sanno che fino alla metà degli anni Ottanta Francesco Guccini ha insegnato lingua italiana agli stranieri presso la scuola off-campus bolognese del Dickinson College. Si tratta di un liberal arts college, un’università privata statunitense, con sede centrale a Carlisle, in Pennsylvania. Ha lavorato qui per una ventina di anni, dal 1965 al 1985, conciliando per anni l’attività di insegnante con quella di cantautore.
Come ricordato da La Repubblica nel 2025, l’ateneo conserva ancora i bigliettini di ringraziamento degli studenti statunitensi che hanno scritto parole di gratitudine al loro insegnante. “Il migliore in assoluto!”, “Il Prof. Guccini è divertentissimo! Nessuno farebbe un lavoro migliore!”, “Il Prof. Guccini è un grande e ci tiene davvero!”. “Non so cosa sarebbe il programma di Bologna senza Guccini”, si legge nei messaggi.Alcuni di quegli studenti, molti anni dopo, lo avrebbero ricordato come uno dei migliori insegnanti mai incontrati. Prima ancora di diventare una figura centrale della musica italiana, Guccini aveva quindi conosciuto la scuola dall’interno: la pazienza necessaria per spiegare una parola, l’attenzione verso chi sta imparando e la responsabilità di consegnare a un giovane qualcosa che continuerà a vivere dentro di lui.
Anche le sue canzoni, in fondo, sono state lezioni. Non lezioni costruite per offrire risposte semplici, ma racconti capaci di suscitare domande, attraversare la storia e mettere generazioni diverse una di fronte all’altra.
In un’intervista a Bruno Grazioli, lo stesso cantante aveva svelato: “Ho iniziato a insegnare al Dickinson, anche se ho poi trovato le canzoni lungo la mia strada e mi sono dato alla musica mollando il resto perché era più divertente e più vantaggioso economicamente”. In realtà era stato chiamato il suo insegnante di inglese, il prof Rizzardi, “ma lui non poteva e indicò me. All’epoca frequentavo la Johns Hopkins perché c’era la biblioteca dove si poteva fumare”.
Guccini è stato il cantastorie principe della canzone d’autore, saldamente ancorato alle proprie matrici culturali e con una vocazione da poeta, con brani entrati nella memoria collettiva che sono espressione di impegno politico e sociale oltre che artistico: Francesco Guccini, che ha reso immortali versi come «Lunga e dritta correva la strada» o «Ma s’io avessi previsto tutto questo, dati causa e pretesto». Il cantautore emiliano lascia un patrimonio di canzoni che ha trovato interlocutori in tutte le generazioni in quasi 60 anni: da “La locomotiva” a “Il vecchio e il bambino”, da “Vedi cara” a “Eskimo”, da “L’avvelenata” a “Canzone delle osterie di fuori porta”, passando per “Autogrill”, “Piccola città”, “Auschwitz” e “Canzone per un’amica”, per citarne alcune.
Per assistere a un concerto di Francesco Guccini accorrevano ogni volta in migliaia, uno spettacolo dove non esisteva alcun effetto scenico, dove l’unica cosa che contava era il rapporto che si stabiliva fra pubblico e l’interprete, accompagnato solo dalla sua chitarra.
Tuttavia Guccini non è stato solo cantautore: «Non scrivo più canzoni, ora scrivo libri». Era il 2020 quando in occasione di Pordenone legge pronunciò questa frase. Paroliere lo è sempre stato – e pezzi come Canzone per Silvia (brano di impegno civile dedicato all’attivista italiana Silvia Baraldini, condannata negli Stati Uniti a una lunghissima pena detentiva), o come Vorrei, Canzone di notte, Don Chisciotte, ne sono un esempio lampante per lessico e capacità narrativa – ma scrittore vero e proprio lo è diventato nel 1989, esordendo con l’autobiografico Crònicheepafàniche (Feltrinelli), il suo primo romanzo sulle radici pavanesi. Da lì in poi non ha mai più fermato la sua penna, spaziando prolificamente anche tra generi diversi, dal noir al racconto, passando per la saggistica.
Nel 2020 è stato finalista al Premio Campiello, con Tralummescuro – Ballata per un paese al tramonto (Giunti), al centro del quale la parola chiave è senza ombra di dubbio la già citata “radici”, anche titolo di uno dei suoi primi album e rappresentativa delle sue storie, dei suoi paesaggi, dei contesti appenninici che ha saputo raccontare, evocandone tempi andati, sguardi di artigiani, frutti della terra, e una nostalgia di fondo per le piccole grandi cose umane.
Tra gli altri libri da ricordare, certamente vanno citati Vacca d’un cane (Feltrinelli) e Icaro (Mondadori), ma anche Dizionario delle cose perdute (Mondadori) e i libri di racconti, dove tornano temi cari a Guccini come le osterie, il dopoguerra, la montagna, il dialetto, con ricchezza di dettagli nelle descrizioni, una marcata e onnipresente ironia della lingua, un lessico variegato e puntuale, un ritmo lento, senza fretta, mai incalzante, capace di prendersi i suoi tempi tra digressioni e ricordi. Lo tratteggia bene Ligabue in questa figura, raccontandolo proprio come uno dei suoi stessi personaggi di provincia, quando lo mette dietro al bancone di Radiofreccia, a passare idealmente il testimone alla generazione delle radio libere, con quell’epica scena in cui alza il volume della radio del bar (peraltro non la sua unica apparizione in video per dei film).
L’arcivescovo di Bologna, il cardinale Matteo Zuppi, appena appresa la notizia della morte di Francesco Guccini, ha espresso «a nome della Chiesa di Bologna vicinanza nella preghiera, cordoglio e partecipazione al dolore della famiglia». In questi anni, ricorda la diocesi, diversi sono stati i momenti di incontro con il cantautore, bolognese d’adozione, che per decenni con le sue canzoni, scritti e riflessioni ha raccontato e interpretato la società italiana. Nel 2016 Guccini e Zuppi avevano accompagnato insieme, ad Auschwitz, un gruppo di studenti nell’ambito dell’iniziativa “Un treno per la memoria” partendo dalle note e dalle parole della suo brano “Canzone del bambino nel vento (Auschwitz)”. L’anno successivo, il 21 aprile 2018, insieme a migliaia di bolognesi, Guccini aveva incontrato papa Francesco in piazza San Pietro a Roma all’udienza speciale al termine del pellegrinaggio di ringraziamento della Chiesa di Bologna, guidato dall’arcivescovo, per la visita pastorale del Papa sotto le Due torri dell’1 ottobre 2017. Nel luglio del 2023 Guccini aveva partecipato a una serata-evento, nel complesso della Basilica di Santo Stefano a Bologna, sul tema della memoria nell’ambito dell’iniziativa “Un alfabeto per l’umano”, dialogando con il cardinale Zuppi e don Luigi Verdi, fondatore della Comunità di Romena.
Guccini è stato considerato a lungo il cantautore “politicizzato” per eccellenza, un giudizio a cui hanno contribuito le risonanze che si sono sempre colte fra le parole delle sue canzoni e le vicende e le occasioni storiche e politiche di decenni cruciali della vita civile e sociale.
L’impegno politico di Guccini consisteva, in realtà, a suo dire, nel suo modo di raccontare storie particolari elevandole a significati generali, per non dire universali. “Politico” è stato Guccini anche nel suo perenne invito al dubbio, alla possibilità di osservare la realtà e il mondo da un altro punto di vista, come rivela anche il ricorso frequente all’ironia e all’autoironia, che sono fra le caratteristiche più costitutive e interessanti della sua fisionomia d’artista: il ma, il forse, l’oppure che attraversano molti dei suoi testi servono così a mitigare, a togliere ogni enfasi alle sue affermazioni, proponendole, al contrario, come pensieri sempre suscettibili di nuove e diverse interpretazioni.
La carriera come cantautore avrà però il sopravvento, portando Francesco Guccini alla realizzazione di 18 album in più di quarant’anni di attività. Autore per l’Equipe 84 (L’Antisociale, Auschwitz, È dall’amore che nasce l’uomo), per I Nomadi (Noi non ci saremo, Dio è morto, Per fare un uomo e molti altri) e per Caterina Caselli, debuttò in proprio nel 1967 con Noi non ci saremo e Auschwitz (La canzone del bambino nel vento), con le quali entra nella storia della musica italiana dalla porta principale; altri pezzi degni di nota sono Statale 17, Il Sociale e l’Antisociale e Canzone per un’amica (In morte di S.F.).
Nel 1970 è la volta di Due anni dopo e di L’isola non trovata. In questo album collaborano per la prima volta con lui il pianista Vince Tempera, il batterista Ellade Bandini e il bassista Ares Tavolazzi. Il vero salto artistico e qualitativo arriva nel 1972 con Radici, in cui ci sono canzoni storiche come Il vecchio e il bambino e la mitica Locomotiva, il brano che per molti anni ha chiuso ogni suo concerto.
Nel 1973 è la volta di Opera buffa, live registrato all’Osteria delle Dame e denso di scherzi musicali. Francesco Guccini mostra qui per la prima volta un lato fortemente ironico della sua personalità, esibito soltanto al pubblico dei concerti dal vivo. Stanze di vita quotidiana (1974) torna a puntare l’attenzione sulla riflessione e sull’intimismo.
Il successo commerciale arriva nel 1976. È l’anno di Via Paolo Fabbri 43, disco che entusiasma e commuove e che contiene brani come L’avvelenata e Piccola storia ignobile. L’album successivo, pubblicato nel 1978, è Amerigo, a partire da questo disco che Guccini inaugura il rapporto professionale, e poi l’amicizia, con il chitarrista Juan Carlos “Flaco” Biondini. Nel 1979 esce Album Concerto, un live realizzato con I Nomadi. Album Concerto è il primo disco a cui partecipa Renzo Fantini, colui che è destinato a diventare il produttore storico di Guccini, nelle vesti di coordinatore artistico.
Guccini apre gli anni Ottanta con Metropolis (1981), album dedicato a città ricche di storia e dalla forte valenza simbolica come Bisanzio, Venezia, Bologna, e Milano. Il disco successivo, Guccini (1983), riprende le stesse tematiche del precedente, soprattutto il tema del viaggio e del disagio metropolitano. Uno tra i brani più conosciuti è Autogrill, canzone sospesa tra irreale e verosimile, mistero e sogno, nel racconto di un amore solo sfiorato. Nel 1984 segue il live Fra la via Emilia e il West, fedele registrazione del trionfale concerto in Piazza Maggiore a Bologna. Il 1987 è l’anno di Signora Bovary, un album di stampo intimista in cui le varie canzoni ritraggono o alludono a persone intensamente legate alla vita del cantautore. Gli anni Ottanta terminano con un altro disco dal vivo, Quasi come Dumas (1988), una raccolta di alcuni dei pezzi più popolari. Quello che non (1990), il dodicesimo album di Francesco Guccini, tra i più amati dall’artista (Canzone per Anna, Le ragazze della notte, Cencio) battezza il nuovo decennio.
Nel 1993, Parnassius Guccinii è un grande successo: vi spiccano canzoni come Samantha, fotografia di un amore adolescenziale, Nostra Signora dell’Ipocrisia, atto d’accusa contro il medium televisivo manipolatore di coscienze e soprattutto Farewell, bellissima ballata dell’amor perduto. D’amore di morte e di altre sciocchezze esce nel 1996. L’amore inonda l’album in pezzi come Vorrei e Cirano. Il 1997 è l’anno in cui inizia la collaborazione letteraria con Loriano Macchiavelli. Scriveranno, a quattro mani, ben otto romanzi. Con il disco Guccini Live Collection (1998), 27 successi dal vivo, si chiudono gli anni Novanta. Le canzoni presenti in questa raccolta sono state registrate in momenti assai diversi tra loro nell’arco di oltre dieci anni di ininterrotte tournée.
Nel 2000 esce Stagioni, quelle stagioni di tempo che Guccini da sempre osserva e registra nel suo personale calendario emotivo e sentimentale. All’interno di questo album sono da ricordare il brano alla figura di Ernesto “Che” Guevara; Addio, critica esplicita alla società contemporanea. Il brano Ho ancora la forza – scritto a quattro mani con Luciano Ligabue – vince la Targa Tenco.
L’album successivo, “Ritratti” (2004), è caratterizzato da emozionanti quadri metaforici che ritraggono ed evocano uomini entrati nella grande storia per volontà propria o loro malgrado: Ulisse, Cristoforo Colombo, Carlo Giuliani (Piazza Alimonda).
Nel 2005 è la volta di Anfiteatro Live, il concerto registrato l’anno precedente nell’anfiteatro di Cagliari. Nel 2006 vede la luce la raccolta celebrativa di 40 anni di carriera: The Platinum Collection contiene 47 grandi classici della discografia gucciniana.
Nel 2010, Storia di altre storie raccoglie in un doppio album 30 tra i più grandi successi di Francesco Guccini e l’inedito Nella Giungla. Nel 2012, a quasi nove anni di distanza dal precedente Ritratti, viene pubblicato l’album in studio di Francesco Guccini: L’Ultima Thule. Con queste canzoni (tra le altre, Canzone di notte n.4) incise a Pavana nel Mulino dei nonni, dichiarando poi di volersi congedare dalla sua professione di cantautore. Nel marzo 2013, il dvd “La mia Thule” documenta in un film, attraverso immagini e interviste inedite a Guccini e alla band, il lavoro presso il Mulino di Chicòn, a Pavana, i momenti salienti che hanno caratterizzato le varie fasi della registrazione dell’ultimo disco.
Il 27 novembre 2015, esce una nuova raccolta di 10 cd (Studio, Live Acustico, Live, Collaborazioni e rarità) intitolata “Se io avessi previsto tutto questo. Gli amici, la strada, le canzoni”. Nel novembre del 2017 viene pubblicato “L’ostaria delle dame”, cofanetto contenente le registrazioni live di tre concerti del cantautore (23 gennaio 1982, 14 gennaio 1984, 19 gennaio 1985) presso la “mitica” Osteria delle Dame, storico locale di Bologna di cui Francesco fu co-fondatore, assieme al frate domenicano padre Michele Casali. Nello stesso periodo, Francesco Guccini affida alla voce di Enzo Iacchetti e alla musica di Juan Carlos FlacoBiondini un testo politicamente scomodo, “Migranti”.
Nell’estate del 2018, sollecitato dai colleghi incide, per Morgan, un paio di versi della canzone Cantautore e per Roberto Vecchioni una strofa della canzone “Ti insegnerò a volare”, brano dedicato all’ex campione di Formula 1 Alex Zanardi, da poco scomparso. Nell’agosto del 2020, Guccini partecipa, insieme ad altri artisti italiani, all’incisione di “Crêuza de mä pe Zêna”, una nuova versione del brano di Fabrizio De André registrata in occasione dell’inaugurazione del nuovo ponte di Genova, realizzato dopo il crollo e la demolizione del primo Viadotto Polcevera.
Il 18 novembre 2022, viene pubblicato il diciassettesimo album in studio “Canzoni da intorto”, disco di cover che segna il ritorno di Guccini dall’ultimo album “L’ultima Thule”. Nel 2023 partecipa, nella parte di se stesso, al docufilm dedicato al cantautore milanese Jannacci, Enzo Jannacci – Vengo anch’io, con la regia di Giorgio Verdelli. Nello stesso anno, il 10 novembre, pubblica il nuovo album “Canzoni da osteria”. Nel 2024, pubblica un 45 giri con due versioni di Bella ciao, una cantata da lui e una cantata insieme a Tosca, in italiano e in farsi.
Uno dei brani più celebri e controversi di Guccini fu «Dio è morto, ma poi risorge»: Guccini, uomo con la fede mai avuta e la speranza sempre coltivata, si ispirò per questo brano musicale scritto nel 1965, ad un testo del poema di Allen Ginsberg intitolato L’urlo, mentre il titolo al mito di Friedrich Nietzsche della Morte di Dio.
Nell’aprile 1967, il brano fu inciso in contemporanea da Caterina Caselli e dal gruppo beat I Nomadi.
Ecco un brano dal quale si comprende il senso della canzone:
«Perché è venuto ormai il momento di negare
tutto ciò che è falsità, le fedi fatte di abitudine e paura,
una politica che è solo far carriera,
il perbenismo interessato, la dignità fatta di vuoto,
l’ipocrisia di chi sta sempre con la ragione e mai col torto.
E un dio che è morto.»
(Francesco Guccini)
Con questo brano Guccini apre la stagione della canzone di protesta italiana che parla di temi relativi all’opposizione radicale all’autoritarismo, all’arrivismo, al carrierismo, al conformismo.
L’incipit del testo di Guccini è molto simile a quello di Ginsberg che aveva cercato di descrivere la protesta nascente di un’intera generazione. La controcultura degli anni 1960, veicolata dal movimento hippy e dalla contestazione studentesca, era arrivata anche in Italia ed aveva portato la consapevolezza della necessità di un cambiamento del mondo, della società, dell’uomo. Secondo la maggioranza dei giovani la civiltà del tempo era piena di contraddizioni: da un lato gli ideali formalmente proclamati e dall’altro lato un mondo pieno di ipocrisie e di meschinità. Il “dio” di quella società era morto, non convinceva più nessuno.
«Ho visto le menti migliori della mia generazione distrutte dalla pazzia, affamate, nude isteriche, trascinarsi per strade di negri all’alba in cerca di droga rabbiosa, alternativi dal capo d’angelo ardenti per l’antico contatto celeste con la dinamo stellata nel macchinario della notte […].»
(Incipit del poema L’urlo di Allen Ginsberg)
Tuttavia, nelle ultime strofe, l’autore pensa che la sua generazione è preparata a un mondo nuovo, una speranza appena nata, ad un futuro che ha già in mano, a una rivolta senza armi quindi ad una rinascita basata su nuovi ideali che alla fine porteranno un mondo dove dio è risorto. Ed è proprio questo il senso della vita, sia per chi crede che per chi non crede. Perché in Dio che risorge (Pasqua dell’esistenza), tutto riprende e tutto si spiega per l’uomo di ogni epoca.
La canzone ebbe problemi di censura in quanto il testo venne ritenuto blasfemo dalla Rai, per il contenuto e per il titolo stesso, per cui, in quel periodo, il pezzo non fu mandato in onda. Tuttavia, nel contempo, il brano veniva trasmesso da Radio Vaticana e pare che anche il papa Paolo VI lo apprezzasse.
Il brano fu pubblicato nell’LP Diamoci del tu di Caterina Caselli; la versione dei Nomadi fu pubblicata nell’album Per quando noi non ci saremo e contemporaneamente lanciata come Lato A del 45 giri Dio è morto (se Dio muore, è per tre giorni poi risorge)/Per fare un uomo.
Tra i brani, invece, che meglio rappresentano la dimensione educativa di Guccini c’è “Il vecchio e il bambino”, pubblicato nel 1972 nell’album Radici.
La canzone racconta il cammino di un anziano e di un bambino attraverso un paesaggio ormai consumato e irriconoscibile. Il vecchio ricorda un mondo diverso, fatto di campi, colori e vita. Il bambino lo ascolta, ma quel passato gli appare così lontano da sembrare una favola. In questa distanza tra ciò che l’anziano ricorda e ciò che il bambino riesce a immaginare si trova una delle lezioni più profonde lasciate da Guccini. Ogni generazione riceve un mondo che non ha costruito. Lo abita senza conoscere completamente ciò che esisteva prima, le trasformazioni avvenute e le scelte che hanno prodotto il presente. Per questo ha bisogno di qualcuno disposto a raccontare.
Il vecchio della canzone non trasmette soltanto un ricordo. Cerca di salvare dall’oblio qualcosa che rischia di scomparire insieme a lui. Il bambino, ascoltando, diventa il luogo nel quale quella memoria può continuare a vivere. È ciò che accade anche a scuola quando un insegnante riesce ad andare oltre il programma e fa comprendere ai propri studenti che la storia non è una successione di date lontane, ma il racconto delle vite, delle speranze e degli errori di chi è venuto prima di noi. “Il vecchio e il bambino” può ancora entrare nelle aule per parlare di memoria, ambiente, trasformazioni sociali e dialogo tra generazioni. Può aiutare gli studenti a osservare il paesaggio che li circonda, a interrogare i nonni, a confrontare il mondo di ieri con quello di oggi e a comprendere che il progresso non coincide sempre con la capacità di custodire ciò che conta. Ma il brano porta con sé anche una domanda rivolta agli adulti: quale mondo stiamo consegnando ai bambini?
Non basta raccontare loro com’era bello ciò che abbiamo perduto. Educare significa assumersi la responsabilità del presente, affinché i più giovani non debbano conoscere la bellezza soltanto attraverso i nostri ricordi.
Guccini possedeva la rara capacità di parlare ai ragazzi senza cercare di imitarne il linguaggio. Non semplificava il mondo per renderlo più accettabile, ma offriva parole con cui attraversarne la complessità. Le sue canzoni hanno accompagnato generazioni diverse perché non hanno mai smesso di interrogare il tempo, la memoria, le ingiustizie, le radici e il bisogno umano di lasciare una traccia. Oggi muore l’uomo, ma resta quella voce capace di trasformare una canzone in una pagina di letteratura e un ricordo in una responsabilità.
Resta il professore che insegnava italiano agli studenti stranieri. Resta il cantautore studiato nelle scuole come un poeta contemporaneo. Restano un vecchio e un bambino che continuano a camminare insieme, mentre uno racconta e l’altro prova a immaginare.
Forse è questa la lezione più bella che Francesco Guccini lascia alla scuola: educare significa accompagnare qualcuno verso un mondo che ancora non conosce, affidandogli la memoria di ciò che siamo stati e la speranza di ciò che potrebbe ancora essere.
“Le parole sono importanti e il loro suono è quello con cui abbiamo imparato ad amare le cose”. È un brano dell’ultima testimonianza di Francesco Guccini, raccolta nel libro ‘Calde le pere!’, al quale ha lavorato fino all’ultimo e che uscirà postumo a settembre per Giunti.
Cantautore, autore, scrittore – è stato anche in cinquina al Campiello nel 2020 con ‘Tralummescuro’ -, sporadicamente anche attore, autore di colonne sonore e di fumetti, allergico alle celebrazioni e alla retorica ma anche punto di riferimento, in un momento in cui si avverte drammaticamente la mancanza di figure simbolo, Guccini fa parte di quella generazione che con la canzone d’autore ha dato uno dei contributi più significativi e originali alla cultura italiana del secolo scorso..
Di fronte alla scomparsa di Guccini la prima domanda che viene in mente è: chi è stato Francesco Guccini? La risposta è molto più complessa della domanda. Guccini è stato (ed è ancora,e sarà per sempre) tante cose.
Alcuni cantautori lo hanno ricordato così: “Ciao Francesco. Hai avuto una vita piena di musica e arte”. Con queste parole Vasco Rossi ha esordito oggi su Instagram, condividendo un post di getto per salutare il grande cantautore scomparso. “Non sei mai stato ‘di moda’ ma sempre attuale e coerente con le tue canzoni”, ha aggiunto il Blasco, ricordando poi gli anni che li separavano, e la stessa terra emiliana che invece li aveva avvicinati: “Di generazioni diverse, tu eri il grande Maestro, io l’allievo alle prime armi. Abbiamo respirato la stessa aria. Fra la Via Emilia…e Il Roxi Bar. Resterai per sempre nei nostri cuori”.
”Non ti ho mai perduto, con quanto amore, stai soltanto dormendo in fondo al mio cuore”. Così sui social Zucchero ‘Sugar’ Fornaciari ricordando Guccini. Il cantante ha anche pubblicato una foto che li ritrae insieme a pranzo a tavola in una spiaggia.
”Con Francesco Guccini se ne va una delle più importanti figure del dopoguerra italiano. Ha raggiunto Fabrizio, Franco, Pino, Ivan e troppi altri che hanno segnato un’era storica straordinaria per la canzone popolare italiana”. Con questo pensiero Eugenio Finardi ricorda il cantautore scomparso.
”Anche stavolta, come sempre, dovevi battermi sul tempo. Non posso, non devo mai pensarti lontano, ma sempre qui come alle Dame, al Tenco o da Vito, burbero, dilagante, geniale, eterno amico mio: comincia a versare vino. Non fare che ti raggiunga con il bicchiere vuoto”. Così Roberto Vecchioni ricorda Guccini.
”Oggi siamo un po’ più soli. Ciao Cirano”. Con questo messaggio pubblicato su Instagram Fiorella Mannoia ricorda Francesco Guccini.
”Addio Maestrone. Porti via con te pezzi di storie di molti. Possano farti compagnia. Claudio”. Queste le parole con cui Claudio Baglioni sui social ricorda Francesco Guccini, morto all’età di 86 anni.
”Grande maestro, la tua arte non morirà mai”. Così Eros Ramazzotti ricorda in un post sui social Francesco Guccini.
”Con la scomparsa di Francesco Guccini se ne va una parte fondamentale della storia del cantautorato italiano. Come mio padre, ha rappresentato una voce libera, capace di raccontare il nostro Paese con poesia, impegno civile e spirito di resistenza. La sua è una perdita immensa per la cultura italiana e per tutti coloro che nelle sue canzoni hanno trovato uno sguardo lucido, umano e vero sulla realtà. Ciao Francesco. Che la terra ti sia lieve”. Così Cristiano De André ricorda sui social il cantautore modenese Francesco Guccini.
Per Giuliano Sangiorgi, Guccini è stato molto più di un autore da reinterpretare. Il frontman dei Negramaro ha ricordato l’esperienza di “Note di viaggio – Capitolo 1: Venite avanti…”, il progetto del 2019 in cui diversi artisti italiani hanno reinterpretato le canzoni del cantautore sotto la direzione artistica di Mauro Pagani. “È stato un ponte di congiunzione, anzi una congiunzione astrale perfetta fra me, Mauro Pagani e tanti altri artisti, proprio nel momento in cui abbiamo omaggiato la sua musica”.
Sangiorgi ha raccontato come Guccini abbia accompagnato quel lavoro non solo artisticamente, ma anche umanamente: “C’è stata anche la guida spirituale di Francesco Guccini, perché in qualche modo è stato accanto a quel lavoro, accanto a noi. Da un lato ha ammirato quello che tornava a sé con le sue canzoni trasformate, reinterpretate e rivisitate”.
Tra i brani scelti dal cantante pugliese c’era “Stelle”, una canzone che considera tra le più rappresentative della dimensione più intima dell’autore: “Scelsi Stelle proprio perché lì sembra parlare di universo ed essere meno ideologico e meno politico”.
Più personale e ricco di aneddoti, invece, il ricordo di Francesco Baccini, che ha definito Guccini uno dei padri della canzone d’autore italiana. “Con Francesco Guccini non va via soltanto un cantante, va via un pezzo di storia italiana. È stato uno dei primi a essere definito veramente cantautore, e credo che tutti quelli che sono venuti dopo si siano comunque rifatti, almeno in parte, anche a lui”.
Per Baccini, oltre al poeta e allo scrittore, resta soprattutto il ricordo dell’uomo: “Guccini, oltre a essere un poeta e uno scrittore, era anche una persona dotata di un grandissimo senso dell’ironia e dell’umorismo”.
Poi l’episodio più divertente, ambientato dopo la vittoria della Targa Tenco. Mi disse: “Vieni che andiamo a festeggiare. Mi portò in quella che chiamavano l’infermeria, ma in realtà era un’osteria ricavata nel camerino del teatro, dove tutti andavano a bere”.
Lì Guccini, insieme a Carlo Petrini, cercò inutilmente di convertirlo al vino. “Tentavano di farmi bere del vino rosso senza sapere che ero astemio. Guccini mi guardava tra lo schifato e lo stupito: ‘Non è possibile che tu sia astemio. Un giorno ti farò cambiare idea’. Non c’è mai riuscito”.
Prima di tutto, Guccini è stato un cantautore, ma non nel senso tradizionale del termine. La difficoltà dell’artista modenese nel definirsi e il pudore con cui era solito utilizzare questo termine come definizione del suo mestiere la dicono lunga su quanto considerasse complesso il ruolo di questa figura, per certi aspetti mistica. La definizione migliore di cantautore, e per certi aspetti di sé stesso, l’ha fornita lui stesso: “Il cantautore è quello che gli antichi romani chiamavano camelopardo”, ovvero una creatura ibrida (la giraffa, metà cammello e metà leopardo), che non solo scrive le canzoni e se le canta da sé, aspetto che già di per sé è stato rivoluzionario negli anni Cinquanta e Sessanta, ma anche un artista che inevitabilmente perde il controllo della propria opera, una volta che la condivide con il mondo. E non è un caso che non amasse soffermarsi a lungo sulle proprie creature musicali. Per Guccini le canzoni devono parlare da sé, con la propria voce, e suggerire a ciascuno pensieri e suggestioni anche diversissime tra loro. È stato insomma, una voce e una penna libera, forse la più libera tra quelle (mitiche) che hanno reso la canzone d’autore italiana una delle più importanti e poeticamente rilevanti del mondo.
Ma Guccini è stato anche un maestro, e non metaforicamente. Ha fatto il Magistero e la sua professione principale, fino alla metà degli anni Ottanta, è stata proprio quella di insegnante, presso la sede bolognese del Dickinson College, un’università statunitense. Ma una certa maniera di mettere in fila le parole in modo che risultassero perfettamente comprensibili fin dal primo ascolto, diciamo un modo di scrivere “da insegnante”, Guccini l’ha sempre mantenuto. Il tutto senza essere pedagogico o pedante: la potenza delle sue canzoni sta nel fatto che ti insegnano alcune delle verità più complesse dell’esistenza umana senza darti l’impressione di avere di fronte un’istituzione su una cattedra, ma semplicemente un essere umano come te. Le sue canzoni non sono mai semplici, eppure appaiono immediatamente più comprensibili dei testi di tanti altri suoi colleghi, straordinari certo, ma decisamente meno umani nella loro scrittura.
E questa qualità cresce ulteriormente se si considera quanto colto fosse il Maestro di Pavana. Guccini è da ritenersi senza timore di smentita come uno dei più grandi intellettuali del secondo Novecento e del nuovo millennio. Le sue canzoni sono farcite, quando non impregnate, di riferimenti storici, culturali e di costume semplicemente unici nel panorama musicale nostrano. Dall’epica classica (Odysseus) al teatro (Cirano), dai personaggi letterari più noti (Don Chisciotte, Signora Bovary) alla storia famigliare, che diventa storia di tutti (Amerigo, Radici, Incontro), fino alle canzoni “filosofiche” (Dio è morto, Noi non ci saremo, Addio), molte generazioni nel nostro Paese hanno compreso meglio il mondo e la storia grazie alle sue parole.
Guccini è stato un grande musicista e un grande interprete. Al di là della penna, un aspetto che non si considera mai abbastanza quando si parla del Maestro di Pavana è la sopraffina qualità musicale che le sue canzoni, anche quelle più semplici, hanno sempre rappresentato. Guccini saliva sul palco, di fronte a folle oceaniche e festanti, circondandosi dei suoi Musici, alias alcuni dei più straordinari interpreti dei loro strumenti della musica italiana: Vince Tempera, Ares Tavolazzi, Juan Carlos “Flaco” Biondini, Antonio Marangolo, Ellade Bandini. Basta ascoltare i suoi album, specialmente quelli della maturità, per rendersi conto di quale musicista sopraffino abbiamo perso con Guccini. La stessa qualità la si deve considerare anche nel Guccini interprete. Si contano sulle dita della mano gli artisti italiani riconoscibili dopo pochissime parole: uno di questi è proprio Francesco Guccini. Complice il suo proverbiale rotacismo ma anche l’inconfondibile grinta con cui cantava le sue canzoni, la sua voce non si può fraintendere con quella di nessun altro e fa inevitabilmente parte del suo sound. Perché sì, Guccini è uno di quegli artisti dotati di un proprio, unico e inconfondibile, sound.
Ma Guccini, prima che cantautore, è un narratore straordinario. Non è un caso che abbia lasciato la musica per dedicarsi alla scrittura di romanzi, perché il Maestrone è sempre stato un animale da narrazione. Alcune delle sue canzoni più belle sono dei racconti perfetti, degni di un Hemingway o di un Carver: si pensi ad Autogrill, a Il vecchio e il bambino, a Piccola storia ignobile o a tutte quelle con cui ha cantato l’amore in ogni sua fase (sugli scudi in questo senso ci sono “Vedi cara”, “Vorrei”, “Farewell” e “Quattro stracci”). Di fronte al foglio bianco, l’atteggiamento di Guccini è sempre stato quello di riempirlo con parole poetiche, certo, ma anche estremamente piene di storie. Ha quindi incarnato meglio di tutti gli altri una pulsione verso la narrazione da grande scrittore più che da semplice menestrello.
Ma forse l’aspetto più straordinario, quello che rende Guccini veramente unico nel panorama culturale e musicale italiano, sta nell’intuizione di dover rinunciare a trovare le parole per esprimere determinati concetti, più alti di tutti noi. In un’epoca in cui ai cantautori era demandato il compito di trovare sempre e comunque le parole giuste, con tanto di contestazioni violente nel caso in cui avessero tradito questa missione, Guccini in molte canzoni fa un passo indietro, consapevole della propria umana limitatezza espressiva. E così Amerigo comincia con un “Probabilmente”, La locomotiva con un “Non so che viso avesse, neppure come si chiamava” e il ritornello di Vorrei, una delle più belle canzoni d’amore mai scritte, culmina in un “Ed io…” che non sa cosa aggiungere. Le sue canzoni sono più ricche di incertezze che di verità e questo aspetto non solo è stato compreso e ben accettato dai suoi fan, ma ha contribuito a rendere le sue meraviglie musicali più calde e famigliari per chi le ascolta. Questa capacità di fare un passo indietro, di comprendere e rispettare le parole anche nella loro fallibilità, dovrebbero ricordarsela più spesso molti artisti e persino molti scrittori di oggi.
Per queste e per mille altre ragioni, oggi chi ama la musica e la cultura nella sua più alta accezione, non può che versare qualche lacrima per questa perdita. Guccini è sempre stato uno di noi, ma più bravo di noi.
L’immagine del cantautore con l’eskimo è riduttiva per un autore che ha nobilitato la scrittura musicale attraverso riferimenti amplissimi che vanno dalla poesia italiana a Borges, da Dylan e la poetica Beat alla Bibbia e Procopio di Cesarea, da Cervantes a Dumas a Barthes, in un mix affascinante e sofisticato in cui emergono i suoi studi da linguista e la sua conoscenza della storia.
La sua grande lezione, e per questo è stato amato anche dalle generazioni più giovani, è nell’aver saputo dimostrare che non esiste un solo modo di raccontare la storia e la realtà. E che attraverso il dubbio si può scoprire un altro punto di vista, a volte anche attraverso l’ironia. E anche così che le vicende delle sue canzoni sono diventate universali. Sporadicamente anche attore, autore di colonne sonore e di fumetti, Guccini esordisce come scrittore nel 1989 con Crònache epafàniche, il suo primo romanzo, ispirato agli anni dell’infanzia; poi escono Vacca d’un cane e Cittanòva Blues, a chiudere una trilogia autobiografica. Nel 1998 pubblica il Dizionario del dialetto di Pàvana e ancora diversi gialli in collaborazione con Loriano Macchiavelli. Nel 2012 ecco “L’ultima Thule”, canzoni incise a Pavana nel Mulino dei nonni;quarant’anni dopo, il Maestrone tornerà sul palco per rivivere quei momenti ‘Fra la via Emilia e il West’ (così si intitolò il concerto, da un passo del brano ‘Piccola città’, datato 1971) tra suggestioni e ricordi di “una sorta di piccola Woodstock italiana” dei nonni: in questa occasione Guccini annuncia l’intenzione di lasciare la professione di cantautore.
Negli ultimi anni vive ritirato a Pavana, il paesino dell’Appennino della sua infanzia e delle radici della sua famiglia. E grazie a lui, quel piccolo centro fuori da ogni rotta conosciuta è diventato un luogo che sconfina nel mito.
Ma dieci anni dopo esce a sorpresa Canzoni da intorto, vincitore della Targa Tenco per la categoria ‘Interprete di canzoni’ e album fisico più venduto del 2022, seguito nel 2023 dall’album “Canzoni da osteria”, raccolta di canti popolari e brani ispirati al repertorio nazionale e internazionale, poi pubblicati insieme in una raccolta.
”Le parole sono importanti e il loro suono è quello con cui abbiamo imparato ad amare le cose”. È un brano dell’ultima testimonianza di Francesco Guccini, raccolta nel libro ‘Calde le pere!’, al quale ha lavorato fino all’ultimo e che uscirà postumo a settembre per Giunti.
Sono tante le sue canzoni che sono diventate inni collettivi: “La locomotiva”, “Piccola città”, “Il vecchio e il bambino”, “Vedi cara”, “Incontro”, “Autogrill”, “Canzone per un amica”, “Cirano”, “L’avvelenata” per fare qualche esempio. Negli annali il concerto del 21 giugno 1984, in piazza Maggiore a Bologna, per i 40 anni di carriera: sul palco passano Lucio Dalla con ‘Piazza grande’, l’Equipe 84 con ‘Auschwitz’, i Nomadi con ‘Dio è morto’, Claudio Lolli che propone ‘Ho visto anche degli zingari felici’, i vecchi amici Viulan, Jimmy Villotti, Giampiero Alloisio e l’Assemblea musicale teatrale con ‘Venezia’, Paolo Conte con ‘Genova per noi’.
E ancora, Giorgio Gaber, Pierangelo Bertoli, Deborah Kooperman e Andy J.Forest.
Per assistere a un concerto di Francesco Guccini accorrono a migliaia da più di quarant’anni. Uno spettacolo dove non esiste alcun effetto scenico, dove l’unica cosa che conta è il rapporto che si stabilisce fra pubblico e interprete. La musica di Guccini trova interlocutori in tutte le generazioni: dai suoi coetanei, ai figli, fino ai nipoti, ciascuno ricerca qualcosa di diverso, trovando nelle parole e nella musica dell’artista uno spazio proprio e privato. E’stato considerato a lungo il cantautore «politicizzato» per eccellenza, un giudizio a cui hanno di certo contribuito le risonanze che si sono sempre colte fra le parole delle sue canzoni e le vicende e le occasioni storiche e politiche di decenni cruciali della vita civile. L’impegno politico di Guccini consiste in realtà nel suo modo di raccontare storie particolari elevandole a significati generali, per non dire universali. Politico è Guccini anche nel suo perenne invito al dubbio, alla possibilità di osservare la realtà e il mondo da un altro punto di vista, come rivela anche il ricorso frequente all’ironia e all’autoironia, che sono fra le caratteristiche più costitutive e interessanti della sua fisionomia d’artista. Il ma, il forse, l’oppure che attraversano molti dei suoi testi servono così a mitigare, a togliere ogni enfasi alle sue affermazioni, proponendole, al contrario, come pensieri sempre suscettibili di nuove e diverse interpretazioni.
La vita di Francesco Guccini, morto oggi all’età di 86 anni, è stata piena anche sul lato sentimenti. E tuttavia sempre vissuta con grande riservatezza: il «poeta di Pavana» ha sempre protetto il suo privato, lasciando che fossero le sue canzoni a raccontare emozioni e sentimenti.
Guccini si era sposato, una prima volta, con Roberta Baccilieri.
Capelli ramati raccolti in una coda e tenuti insieme da un foulard bianco e blu, un abito rosa antico che le incornicia il giovane corpo, gambe incrociate alle caviglie e una mano sulla spalla del marito.
Questa l’immagine che ci resta della prima moglie di Guccini, immortalata nel retro dell’album “Radici”, del 1972. Francesco e Roberta, la donna per cui nel 1970 fu scritta “Vedi cara”, con la frase «Tu sei molto, anche se non sei abbastanza», si sposarono nel 1971. Un matrimonio fatto di alti e bassi, separazioni e riconciliazioni, fino alla definitiva rottura nel 1976.
Un capitolo breve ma denso, che la penna di Guccini ha trasformato in materia poetica capace di attraversare i decenni.
Sono questi gli anni che il cantautore avrebbe raccontato indirettamente in alcune delle sue canzoni più note, tra cui “Eskimo” e “Vedi cara”.
Dopo il divorzio Guccini ebbe una nuova relazione con Angela Signorini, dalla quale nel 1978 ha avuto la sua unica figlia Teresa-
Di Angela, che ha sempre voluto vivere nell’ombra, quel poco che sappiamo lo possiamo desumere dai brani che preannunciano o sanciscono la fine del rapporto. La donna nel 1993 compare implicitamente in Farewell (con evidente rimando a Farewell Angelina di Bob Dylan) e dalla stessa canzone emergono pochi dettagli: l’inclemente confronto fra la spensieratezza dell’inizio – con le serate passate tra chitarre e vino – e la disillusione del presente. Tre anni più tardi, quando la storia con Angela finì, arrivò “Quattro stracci”, con più acredine che rimpianti. Nel brano Francesco raccontava «l’eterna vittima d’un sopruso», «la libertà delle tue pozioni, di yoga, di erbe, psiche, di omeopatia, di manuali contro le frustrazioni», ma anche «le vie del mondo ti sono aperte, tanto hai le spalle sempre coperte».
Francesco Guccini ha avuto una sola figlia, Teresa, nata nel 1978 dalla relazione con Angela Signorini. Il rapporto tra padre e figlia ha rappresentato uno dei legami più intensi della sua vita e ha lasciato una traccia indelebile anche nella sua musica. A Teresa è dedicata infatti “Culodritto”, uno dei brani più personali del cantautore, contenuto nell’album “Signora Bovary” del 1987. La canzone racconta con delicatezza lo sguardo di un padre sulla crescita della propria figlia: l’affetto, la protezione e insieme la consapevolezza che i figli devono trovare la propria strada. Il titolo richiama un’espressione modenese usata per indicare i bambini che si allontanano risentiti o contrariati. Dietro una parola curiosa si nasconde così un’immagine tenera e privata del rapporto tra Guccini e Teresa. Quest’ultima ha studiato al Damsdell’Università di Bologna e ha lavorato nel settore della comunicazione, mantenendo sempre un profilo riservato. La sua presenza nella vita del padre è stata però costante. Durante la pandemia fu proprio lei a intervistarlo in una conversazione realizzata attraverso Skype. Un episodio curioso che racconta bene anche il carattere di Guccini: il cantautore non aveva mai amato la tecnologia e non aveva mai ceduto all’uso del cellulare. A permettere il collegamento fu l’aiuto della moglie Raffaella. La famiglia si allarga anche alla generazione più giovane: Teresa ha reso Guccini nonno con la nascita di Pietro.
Qualche anno fa Teresa, la figlia di Angela e Francesco, in una rara intervista parlando dei suoi genitori aveva raccontato: “Mia madre si chiama Angela Signorini. Io non stata stata il frutto di una scappatella misteriosa, la nostra è stata una vera e propria famiglia. Mia madre è sempre stata interessata esclusivamente al ruolo privato di compagna e madre, per questo non è apparsa quasi mai in pubblico”. “Mia madre è sempre stata più interessata al ruolo privato di compagna e madre non apparendo quasi mai in pubblico, non amando particolarmente indossare ruoli mondani”, rimarcava la figlia, che riconosceva come “il fatto di essere stata sempre nell’ombra, rispettando i ruoli di chi lavorava con mio padre senza immischiarsi nel suo lavoro e preferendo l’intimità alla vita mondana”, l’abbia resa “quasi sconosciuta anche se è comunque la protagonista femminile, più o meno nascosta, di numerose canzoni”. E ancora: “I miei genitori sono stati molto innamorati e poi la storia è finita come, purtroppo, spesso accade”, rimarcava Teresa, addetta stampa di professione e diventata a propria volta madre del piccolo Pietro, il nipote dell’artista.
Teresa, insomma, non è stata “il frutto di una scappatella misteriosa”. “La nostra è stata una vera e propria famiglia. Abbiamo vissuto insieme nella casa di via Paolo Fabbri a Bologna, la casa di tutta la mia infanzia e adolescenza e in estate in quella di Pàvana, la casa dei miei nonni”. La stessa dove l’artista si è spento in queste ore.
Anche Teresa, come Raffaella Zuccari, era al fianco di Guccini quando il grande cantautore è passato a miglior vita. E ora il pensiero torna inevitabilmente a “Culodritto”, il brano che il papà aveva scritto per lei nel 1987: «Come vorrei avere i tuoi occhi, spalancati sul mondo come carte assorbenti e le tue risate pulite e piene, quasi senza rimorsi o pentimenti. Ma come vorrei avere da guardare ancora tutto come i libri da sfogliare e avere ancora tutto, o quasi tutto, da provare».
Il cuore del cantautore ha avuto un ultimo nome, quello di Raffaella Zuccari, sua seconda moglie, insegnante marchigiana, professoressa di lettere conosciuta in una trattoria di Bologna. Come raccontò lo stesso artista in un’intervista al Corriere della sera, il loro rapporto cominciò con un corteggiamento “lento, rispettoso, d’altri tempi”.
La relazione tra i due comincia a metà degli anni Novanta in un momento in cui le loro strade sembravano provenire da mondi diversi ma destinati a incrociarsi.
Tra loro correva una differenza d’età importante (quasi trent’anni) che però non ha mai pesato sul loro legame. Al contrario, la relazione si è consolidata nel tempo con una naturalezza sorprendente, fino a diventare una presenza stabile e profonda. Prima di arrivare alle nozze, hanno condiviso circa quindici anni di vita insieme, costruendo una quotidianità fatta di semplicità, lontana dai riflettori e dalle dinamiche del mondo dello spettacolo.
E sfocia nel matrimonio il 21 aprile 2011 a Mondolfo, in provincia di Pesaro, quando Guccini aveva compiuto 71 anni.
Raffaella ha sempre scelto la discrezione, restando distante dalla popolarità che circondava il marito, ma ha ispirato alcune delle canzoni d’amore del cantautore, come “Vorrei” e “Certo non sai”, dove le diceva «non sono quando non ci sei».
Figlia di due eugubini, Gian Maria Zuccari e Katia Barbetti, figlia dell’indimenticato commendator Pietro Barbetti, portava con sé anche un legame familiare con Gubbio, città d’origine della sua famiglia.
Il centro della vita di Guccini, però, è rimasto altrove: a Pavana, sull’Appennino tosco-emiliano, il paese dove il cantautore aveva ritrovato le proprie radici e dove aveva scelto di vivere gli ultimi anni. Un luogo simbolico, legato all’infanzia trascorsa durante la guerra e diventato negli anni una presenza costante nei suoi racconti, nei suoi libri e nelle sue canzoni, pur mantenendo sempre un profilo lontano dai riflettori.
Raffaella è stata sempre accanto a Guccini, nella dimora di Pavana, dove la coppia conduceva una vita estremamente riservata e lo ha accompagnato negli ultimi anni anche nei problemi di salute.
Dalla diagnosi di maculopatia bilaterale, una patologia che negli ultimi tempi ha impedito quasi del tutto al cantautore di leggere e scrivere in autonomia, Raffaella è diventata il suo sguardo, la sua mano e la sua voce, si è presa amorevolmente cura di lui, aiutandolo a gestire la routine quotidiana e l’attività letteraria attraverso la dettatura dei suoi libri.
A Guccini, sono stati dedicati un asteroide (39748 Guccini), una specie di cactus e una sottospecie di farfalla, segno della vastità dell’eredità culturale lasciata da uno dei più grandi cantautori e intellettuali italiani del Novecento e degli anni 2000.

