di Ranieri de Ferrante
Tre episodi introducono una riflessione sul pregiudizio politico: spesso giudichiamo una proposta per chi la formula, non per il merito. Chiariti i punti su burqa, niqab e studenti con insufficiente italiano, resta il problema vero: evitare che scuole già separate si cristallizzino. L’esperienza americana del busing suggerisce che integrare può richiedere misure forti. La direzione indicata dal governo va quindi giudicata senza slogan: servono mescolanza, corsi di lingua e risorse adeguate per integrare davvero i nuovi italiani nel futuro nazionale.
Qualche anno fa sentii mia moglie che consolava un’amica lasciata dal marito per l’amante. Ebbe parole dure per il marito. Pochi giorni dopo, la sentii esprimere conforto e comprensione a un’altra amica che era amante di un uomo sposato, non disposto a lasciare la moglie per lei. Anche qui l’uomo era il cattivo. Chiarisco subito: non intendo parlare di uomini e donne, e aggiungo che mia moglie, donna intelligente, ne ha riso quando gliel’ho fatto osservare.
Proprio stamane ero al supermercato, banco salumeria, in fila. Una signora ha commentato il prezzo di frutta e verdura, un’altra ha dato la colpa all’estate caldissima e al prezzo del gasolio. Una terza, che a occhio non sembrava avesse studiato politica ad Harvard, ha incolpato il governo, causa dei prezzi dei carburanti. Incapace di stare zitto mi sono intromesso: “Veramente si tratta di un problema mondiale… Hormuz… Trump”. Mi ha risposto: “La Meloni voleva dare il Nobel a Trump”.
Un paio di settimane fa ho scritto – su questo sito – un pezzo sulle interferenze di Trump nel processo elettorale. Proposte giuste, di per sé, ma macchiate nella mia valutazione dalla natura di chi le propone, e dai suoi possibili obiettivi. Mi sono poi chiesto se non fossi caduto in un circolo vizioso: “Trump non mi piace, quindi giudico sbagliato tutto ciò che fa Trump, e poi giustifico il mio giudizio”. La mia opinione ha lo stigma del pregiudizio? Ho dovuto chiedere aiuto ad Aristotele per autoassolvermi.
Tre esempi diversi, che mostrano come le azioni vengano giudicate non sulla base del merito, ma di altri parametri. Capita a una donna intelligente – mal guidata dall’affetto per le amiche – che poi ci ride; capita a chi parla di politica senza veramente capirne, peccato che poi voti; capita a chi cerca di pensare e poi capisce che, forse, c’è un baco nella sua riflessione.
Non dovrebbe però capitare a chi fa del pensare e del fare politica la propria professione: piegare il merito delle vicende al proprio interesse di partito, aizzando i tanti che forse non hanno i mezzi per valutarle – vedi la signora del supermercato – fa passare questi personaggi immediatamente da Politici a politicanti. Solito uso, banale ma appropriato, di maiuscole e minuscole.
Nel caso specifico mi riferisco al provvedimento, ancora in corso di definizione, sulla composizione delle classi annunciato dal governo.
Sulla base delle ultime informazioni sembra che almeno due elementi che sono stati oggetto di scontro e dibattito si siano chiariti, e nella maniera in cui era logico si definissero:
• È stato chiarito che il divieto si estende a burqa e niqab. Ha un senso vietarli: nascondono il viso, creando un problema di sicurezza e socializzazione. Se il divieto si fosse esteso all’hijab sarebbe stato diverso: l’hijab è un’espressione di appartenenza religiosa, come la kippah ebraica e il turbante dei sikh. Lo Stato deve essere laico, ma non antireligioso, e tantomeno antireligioso in modo selettivo. Però la frase di Meloni che “nessuna donna può essere obbligata a coprirsi il volto” presuppone che questo sia un atto forzato. Non lo si presuppone per un ragazzo ebreo che porta la kippah. È un processo alle intenzioni, intriso di pregiudizio.
• Il secondo è che si parla di ragazzi che non parlano sufficientemente italiano. Mio figlio è portatore di handicap, e ci sono precise regole che disciplinano l’inclusione dei ragazzi speciali nelle classi. A protezione della loro debolezza e, al tempo stesso, del diritto degli altri alunni di avanzare, nel processo didattico, a un passo “normale” o quasi. Un ragazzo che non parla italiano è, agli effetti didattici, un portatore di handicap. Per sua fortuna temporaneo e correggibile. E come tale la sua inclusione nelle classi deve essere regolata. Se se ne fosse fatta una questione di passaporto sarebbe stato orrendo. Mi fa però un po’ ridere il Ministro Valditara che comunica il lancio di un programma che, a regime, sarà finanziato con 14 milioni per facilitare l’apprendimento. Briciole. È comunque un passo avanti rispetto alla circolare Gelmini del 2010, che si basava sulla cittadinanza.
Ma proprio la circolare Gelmini ci porta al problema vero, cioè che in oltre 15 anni non sia stato possibile applicarla. Non basta affermare un principio o definire un obiettivo. Bisogna realizzarlo. Sui diritti civili, il Partito Democratico americano implementò l’affirmative action, cioè una serie di azioni deliberate per forzare la modifica di una situazione reale. Dove le parole chiave sono “azione” e “forzare”.
Il simbolo più drammatico di questo arrivò nel 1957, a Little Rock. Il governatore dell’Arkansas aveva usato la Guardia nazionale per impedire a nove ragazzi neri di entrare nella Central High School; Eisenhower la federalizzò e mandò anche la 101ª Airborne a garantire l’integrazione. Negli anni Sessanta, con Johnson, i Democratici spinsero decisamente l’acceleratore sui diritti civili: uno degli strumenti utilizzati per accelerare la desegregazione scolastica fu il busing: ragazzi di colore venivano portati in autobus in scuole a maggioranza bianca, e viceversa, per spezzare nei fatti la segregazione prodotta dalla concentrazione residenziale.
Oggi Meloni dice che non è accettabile che in una classe italiana i bambini italiani finiscano “in un angolo” perché diventati minoranza. È brutta propaganda elettorale: inseguire Vannacci sulle parole, spero, per non doverlo inseguire sui fatti. Ma è un fatto reale.
Ieri al TG una mamma egiziana diceva: “Io non voglio che mio figlio studi in una scuola tutta di stranieri, perché voglio che si integri”. Lo stesso fatto, visto dall’altra parte.
Meloni e quella madre egiziana guardano la questione da due punti di partenza completamente diversi. Ma il problema che indicano è lo stesso: una scuola nella quale la concentrazione degli stranieri diventa troppo alta rende il sistema ostile ed inefficiente nel garantire il più basico degli obiettivi, cioè creare cittadini, o almeno residenti, integrati.
E sono convinto che le due parti sognino anche la stessa soluzione: mischiare, non separare, e questo non succede lasciando scorrere il fiume nella direzione naturale. Se una scuola arriva all’80 o 90 per cento di ragazzi stranieri, non basta stabilire che non dovrebbe succedere. Bisogna fare qualcosa perché non succeda, o perché smetta di succedere. Dobbiamo trovare la nostra versione del busing: impedire che una separazione già in atto diventi totale, si cristallizzi e finisca per riprodursi da una generazione all’altra.
Le banlieue sono dietro l’angolo, ed i maranza ne sono l’avanguardia.
Dobbiamo cercare questa soluzione senza pregiudizi e strumentalizzazioni. La strada indicata da Giorgia Meloni non può che portare, se fatta seriamente, a qualcosa di molto simile ad un metodo che ha funzionato altrove, sotto un governo “di sinistra”. Un metodo che forse è traumatico, ma le cure efficaci spesso lo sono. Un metodo che richiede comprensione, pazienza, comunanza di obiettivi.
Oggi Giorgia Meloni sottolinea il problema. Lo fa forse con le parole – ed al limite con finalità – discutibili. Ma la direzione va giudicata nel merito.
La politica è abitualmente antitesi, ma possono esserci anche scelte bipartisan, nella logica dell’interesse comune, della difesa dei deboli e della società. Anzi, dovrebbe essere normale che ci siano.
Trasformare tutto in un agone politico, nel quale una proposta è buona o cattiva non per quello che contiene ma per chi l’ha fatta, e aizzare su questa base folle che spesso non hanno gli strumenti per valutare, non è solo poco intelligente.
È delinquenziale.
Mattarella, anni fa, quando era Ministro dell’Istruzione, invitò a tenere presente che sono soprattutto ragazzi (e quindi vanno rispettati). Se però pensiamo che questi ragazzi sono il futuro della nostra nazione, che si voglia ammettere o no, e sono loro che pagheranno le nostre pensioni, risulta evidente come nascondersi dietro percentuali e formule politiche voglia dire, ancora una volta, ignorare il problema.
L’integrazione dei nuovi italiani è una priorità cui dedicare risorse, tante risorse – insegnanti, corsi – e non 14 milioni, e soprattutto non slogan. Da entrambe le parti.
Altrimenti il delinquenziale diventa suicida.
