di Ranieri de Ferrante
Da tre negozi cinesi affacciati sulla stessa piazza nasce una domanda: perché si espandono senza quasi sovrapporsi? Dietro non c’è una regia di Pechino, ma un sistema fatto di reti familiari, credito informale, informazioni condivise e adattamento pragmatico. Il confronto con la comunità ebraica romana mostra come storie diverse producano strategie diverse: concentrazione e resilienza da una parte, espansione e occupazione di nuove nicchie dall’altra. Il draghino della piazza finisce per comportarsi come il Dragone.
Abito su una piazza, medio piccola. Silenziosa. C’è una chiesa ed il mio terrazzo affaccia sulla sua destra. Posso quindi dire che siedo al posto che merito. E’ un quartiere ben organizzato: c’è tutto nell’arco di 200 metri da casa: supermercat(ino) PAM, farmacia, quattro bar, edicola, barbiere, riparazione telefoni e negozi vari. Ci sono un paio di parrucchieri, una “nail artist” e diverse agenzie immobiliari, cosa strana perché nella zona vanno in vendita un paio di appartamenti all’anno. Manca solo la banca. C’era, ora non più, ma che le banche siano sempre più lontane dai cittadini – e non solo in metri – è un fatto ormai assodato.
E’ un quartiere in cui l’età media mi fa sentire un pischello e dove tutti i residenti sono bianchi (anzi, scusate, caucasici). Razze (si può dire?) diverse appaiono solo come personaggi di passaggio.
Con eccezioni.
Da circa 20 anni c’è un negozio cinese: un negozio di abbigliamento. Ottimo rapporto prezzo/qualità, e soddisfazione per tutti, compresi – evidentemente – i proprietari, visto che la figlia ha un cavallo nel maneggio a poche centinaia di metri (abbiamo anche questo). Mia moglie giura che certe cose sono, ad una frazione del prezzo, migliori dei marchi più noti. E la padrona ha un ottimo gusto nel selezionare la propria merce.
Curiosità: lei parla un italiano perfetto, il marito, anche lui in Italia da 20 anni, fa finta di parlare Cinesitaliano. Marketing, il malcanzoncello!
Alcuni anni fa si è aggiunto un secondo negozio cinese. Una coppia giovane, lui con i capelli tinti castani ed una grande comprensione delle problematiche familiari e delle sofferenze umane. Sa che io vivo con mia suocera quasi centenaria e mi ha detto che il suo cuore mi è vicino: Gli si legge negli occhi che capisce quanto è fortunato: sua suocera vive dalle parti di Shanghai. Il figlio di questa coppia ha il 100% di sangue cinese, ma ha un accento romanesco. E’ molto educato, ma io aspetto con ansia la sua transizione da “famme vede” a “li mortacci!”.
Il negozio vende tutto. Entri e dici: “hai …?” e lui ti indica lo scaffale: matite, stufe, piatti, alberi di Natale, pompe per biciclette. Ha tutto, tranne le cineserie … politica aziendale, immagino.
Qualche giorno fa ha aperto un terzo negozio cinese. I locali ospitavano inizialmente una filiale della Banca d’Etruria, poi diventata S. Paolo e poi spostata (vedi sopra). Ora questo nuovo esercizio, un incrocio fra Tiger o di mini Coin casa: cosmetici, cuscini, tazze particolari, materiale per feste (il segmento dove i suoceri di William d’Inghilterra sono diventati milionari).
Le commesse parlano perfettamente la nostra lingua e, da come l’unico commesso maschio è trattato dalle altre, hanno perfettamente assorbito la nostra civiltà.
Tutte piccole imprese. Nessun gigante multinazionale, nessuna Alibaba. Non c’è motivo di pensare che la pianificazione dell’export cinese includa la mia piazza. Spero, almeno. Eppure qualcosa colpisce.
I tre negozi si sono insediati progressivamente, come fossero passi successivi, senza interferire l’uno con l’attività dell’altro: abbigliamento, general store, poi cosmetica, oggettistica ecc. Le aree si sovrappongono, ma poco: abbastanza da occupare quasi tutto lo spazio commerciale disponibile, non abbastanza da cannibalizzarsi.
Potrebbe essere un caso. Ma c’è abbastanza da far rizzare il naso ad uno che, come me, è ricco di curiosità (da sempre) e di tempo (… ormai …). Ci deve essere qualche spiegazione.
Ed ovviamente, ragionando, spulciando e cercando, ci sono delle situazioni che definirei “darwiniane”.
La comunità cinese, dovunque, e quindi anche in Italia, è molto compatta ed è caratterizzata da reti familiari e comunitarie molto forti. Circolano solidarietà, ma anche informazione economica: chi vende cosa, dove si libera un locale, quali prodotti funzionano dove, quali fornitori, magari italiani, sono affidabili.
E circola capitale. Sembra che una parte estremamente importante del capitale iniziale delle microaziende cinesi in Italia provenga da reti informali, soprattutto risparmi familiari e prestiti di amici cinesi residenti in Italia o in Cina. Una fonte afferma addirittura un poco credibile 99%.
C’è quindi solidarietà, infrastruttura finanziaria, informazioni, esperienza e credito, e ne nasce un sistema che può produrre un risultato che assomiglia sorprendentemente a qualcosa di pianificato.
Non una regia a Pechino, ma un sistema a Roma. Non burocrati e pianificatori, ma vecchi zii, amici e cugini.
Gli studi fanno riferimento particolare a quanti provengono da Wenzhou, nello Zhejiang, a sud di Shanghai (la famosa suocera vive a Shangai …). Evidenziano comportamenti quasi sovrapponibili a quelli che mi hanno incuriosito. Ad esempio, attività coordinate per non farsi concorrenza diretta, massa critica negli acquisti o espansione della presenza.Ne nasce un sistema dove chi vuole iniziare non parte necessariamente da zero: chi ha già avuto successo conosce fornitori, prezzi e problemi; il nuovo arrivato può essere aiutato finanziariamente e professionalmente, ed indirizzato dove è più opportuno; tutti osservano ciò che fanno gli altri e si producono forza complessiva, adattamento ed espansione della presenza di mercato.
Sempre non lontano da casa mia, a Roma, facendo due passi a viale Libia si vede un’altra comunità in azione. E si vede come ne sia nata una “strategia” opposta: una parte importante del commercio, soprattutto nell’abbigliamento, è tradizionalmente legata alla comunità ebraica, inclusi quelli arrivati dalla Libia dopo il 1967. Qui non c’è dispersione delle attività per coprire il mercato, ma la loro concentrazione: negozi vicini vendono prodotti simili e spesso appartengono a famiglie che operano da generazioni nello stesso settore.
I due comportamenti non sono in contraddizione ma potrebbero essere il risultato di storie diverse.
Le comunità ebraiche europee sono state per secoli minoranze soggette a restrizioni e limitazioni nell’accesso alle professioni e alla proprietà. In quelle condizioni, una competenza commerciale consolidata diventa un patrimonio strategico, da proteggere. Le relazioni, conoscenze, fornitori e capitale in un determinato settore di una comunità vengono trasferiti al nuovo arrivato: questi ne beneficia e la comunità si rafforza. Una strategia di resilienza di fronte ad un ambiente ostile.
La storia cinese è profondamente diversa. I cinesi non si sono formati storicamente come una minoranza commerciale dispersa e costretta a difendere nicchie consentite da società altrui, ma come il popolo maggioritario di una grande civiltà che per secoli si è considerata centrale, autosufficiente e capace di assorbire ciò che la circondava. L’Impero di Mezzo, e le tante comunità cui ha dato vita in tutto il mondo.
Pensare che secoli di storia non lascino tracce nei comportamenti delle comunità sarebbe sciocco. Una comunità che per secoli ha dovuto difendere gli spazi economici che le erano consentiti può sviluppare una straordinaria capacità di consolidarli. Una cultura formatasi invece al centro di un proprio sistema può essere più incline a cercare continuamente lo spazio successivo. Pragmatismo in entrambi i casi, ma da radici diverse.
I comportamenti sono “darwiniani”. Sono ormai “genetici”. Un sistema trasmesso non dal sangue, ma da famiglie, reti, esperienza e tradizione fino al punto da apparire naturale a chi lo pratica e, se l’osservatore sceglie di pensare, anche all’osservatore.
Vale per i cinesi, vale per gli israeliti.
Il draghino della mia piazza, quindi, farebbe pensare al Dragone perché ne condividerebbe il codice genetico.
Entrare dove c’è spazio, partendo dai segmenti nei quali il prezzo rappresenta il vantaggio principale, imparare e migliorare qualità e tecnologia, ampliando progressivamente la propria presenza nelle catene del valore. Utilizzare capitale locale quando conviene, joint venture quando necessarie, produzione domestica o all’estero a seconda della convenienza. Il Dragone non ha sempre la stessa tattica, ma ha un’impronta riconoscibilissima: pragmatismo straordinariamente costante. Un passo alla volta.
Sono praticamente certo che nessuno si sia mai seduto intorno a un tavolo per pianificare la conquista della mia piazza. Si sono seduti a tavola per mangiare, fra amici e parenti. Il risultato, però, è lo stesso: il draghino.
