Francesco d’Assisi, otto secoli dopo
di Gianni Lattanzio
La sera del 3 ottobre 1226, mentre la luce calava sulla piana umbra, un uomo di circa quarantacinque anni, quasi cieco e consumato dalla malattia, chiese ai suoi frati di deporlo nudo sulla terra nuda della Porziuncola. Voleva morire come era vissuto, senza possedere nulla tranne Dio. Le fonti raccontano che in quel momento uno stormo di allodole si alzò sopra la capanna e volteggiò cantando nel buio che arrivava, come se il creato volesse salutare il fratello che lo aveva chiamato per nome. Sono passati ottocento anni. Il 4 ottobre, dalla Loggia del Sacro Convento, il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha ripreso l’immagine con cui Dante, nell’undicesimo canto del Paradiso, salutò la nascita di Francesco: un sole sorto per il mondo intero, tanto che Assisi andrebbe chiamata non più Ascesi, ma Oriente. E ha rivolto quella luce a un mondo ferito: «In questi tempi segnati da guerre insensate e crudeli, da “tanta violenza, manipolazione, arroganza”, come ha detto, giorni fa, Leone XIV, l’auspicio è che il sole di Francesco possa illuminare il mondo, convertire le menti indurite dall’odio, indicare la via della pace, della speranza, della serena, fraterna convivenza».
Non è stata la retorica di un anniversario. Il Capo dello Stato ha fatto un gesto culturale preciso. Ha tolto Francesco dall’oleografia che ne fa un fraticello innocuo, buono per le cartoline e le statue da giardino, e lo ha restituito alla sua forza scandalosa. «Non renderemmo giustizia al Santo di Assisi», ha detto, «se la sua figura fosse esaurita in quella di un ecologista, pacifista e operatore sociale ante litteram». Francesco non anticipa le nostre categorie: le spezza. Chi lo usa come bandiera finisce per non capirlo. Chi accetta di esserne giudicato scopre che quell’uomo piccolo e scalzo parla ancora, con una precisione inquietante, delle tre ferite del nostro tempo: la terra devastata, la guerra che torna a invocare Dio e una fede che rischia di dimenticare la croce.
Bisogna partire dalla terra, perché da lì è partito lui. Il Cantico di frate Sole, dettato tra il 1224 e il 1225 in un corpo segnato dalle stimmate e da una vista quasi perduta, è l’atto di nascita della poesia italiana. È anche uno dei testi più sovversivi mai scritti sul rapporto tra l’uomo e il cosmo. Un uomo che non riesce più a vedere la luce loda il Signore «per frate Sole». Uno che soffre in ogni fibra benedice «sora nostra matre Terra, la quale ne sustenta et governa». In quella preposizione, «per», ripetuta come un respiro, la filologia distingue la causa, il mezzo e la lode che le creature stesse innalzano. Le creature sono il motivo della lode, la voce con cui si loda e il coro che loda. Francesco non adora la natura alla maniera pagana e non la riduce a materia da sfruttare come farà la modernità. Le dà un nome di famiglia: fratello, sorella, madre. È una cosmologia della parentela, l’opposto esatto dell’antropologia del dominio.
Non è un caso che nel 1967 Lynn White, accusando dalle pagine di Science il cristianesimo occidentale di aver legittimato il saccheggio del pianeta, indicasse proprio Francesco come l’unica eccezione e il patrono possibile di un’ecologia diversa. Giovanni Paolo II lo proclamò patrono dei cultori dell’ecologia nel 1979. Papa Francesco, scegliendone il nome e intitolando la sua enciclica alle parole del Cantico, ha fatto di lui il simbolo di un’ecologia integrale in cui il grido della terra e il grido dei poveri sono un solo lamento. Mattarella si è posto in questa linea senza esitazioni. Ha evocato «le enormi e decisive questioni dell’inquinamento dell’acqua e della terra, della devastazione delle foreste, del surriscaldamento del pianeta che oggi viviamo con crescente preoccupazione». Ha ricordato che per Francesco l’acqua, bene oggi «a rischio di scatenare gravi contrasti in futuro», era «utile et humile et pretiosa et casta». In tempi in cui il negazionismo climatico ha di nuovo cittadinanza nel dibattito pubblico, queste parole risuonano come un richiamo alla responsabilità. Ricordano anche che la povertà francescana, letta oggi, non è un ascetismo per pochi. È una critica radicale all’economia del superfluo e, come ha detto il Presidente, una «rottura concreta con l’idolatria del denaro». Il figlio del mercante di stoffe, che davanti al vescovo restituì al padre perfino i vestiti, aveva capito prima di chiunque che il mercato senza limiti divora le cose, le persone e alla fine sé stesso.
Ma il sole di Assisi illumina soprattutto il campo di battaglia. Il passaggio più alto e più drammatico del discorso presidenziale è stato questo: «Oggi terribili conflitti insanguinano tante parti del mondo, e addirittura da alcune parti si tornano a benedire le armi e a porre gli eserciti sotto insegne religiose: Francesco ci insegna che non c’è colpa maggiore di quella di uccidere altri uomini in nome di Dio». Mattarella non ha fatto nomi, e non ce n’era bisogno. Chiunque abbia occhi vede le icone portate al fronte in Ucraina e la retorica della guerra santa che si diffonde da Mosca. Vede il fanatismo che uccide gridando il nome dell’Altissimo e le teologie politiche che, dal Medio Oriente in poi, trasformano Dio in un generale. Contro tutto questo il Presidente ha evocato un pomeriggio del 1219. Sotto le mura di Damietta, durante la quinta crociata, mentre le armi cristiane e quelle musulmane si contendevano il delta del Nilo, un piccolo frate di Assisi attraversò le linee senza armi, rischiando la vita, per chiedere udienza al sultano al-Malik al-Kamil, nipote del grande Saladino. Non lo convertì. Ma, come ha detto Mattarella con una delle sue formule più dense, «prima che un nemico, prima che un infedele, Francesco riconobbe nel temibile interlocutore un uomo, un figlio di Dio e dunque un fratello».
Al ritorno Francesco scrisse nella Regola non bollata parole che, nell’Europa delle crociate, suonavano quasi come un’eresia. I frati che vanno «tra i saraceni» non devono fare «liti né dispute», ma devono essere «soggetti a ogni creatura umana per amore di Dio». Prima la testimonianza, poi la parola. Prima la presenza disarmata, poi l’annuncio. Otto secoli dopo, proprio ad Assisi, sulla tomba del santo, il 3 ottobre 2020 un Papa avrebbe firmato Fratelli tutti, che si apre con quell’incontro e ne fa il paradigma di una fraternità universale.
Sarebbe però un tradimento fare di questa mitezza una resa, o della sua pace un’equidistanza tra il carnefice e la vittima. Francesco non fu l’anima bella che predica la concordia da un pulpito al riparo. Fu un costruttore di pace che si sporcava i sandali nella polvere delle contese reali. Ad Arezzo, nel 1221, entrò in una città dilaniata dalle fazioni. Ad Assisi, ormai morente, vide il vescovo e il podestà sull’orlo di uno scontro che avrebbe incendiato la città. Aggiunse allora al Cantico la strofa sul perdono, «Laudato si’, mi’ Signore, per quelli ke perdonano per lo tuo amore», e mandò i frati a cantarla davanti ai due contendenti, che si abbracciarono. Fu un capolavoro di diplomazia morale, la pace concepita come un’architettura e non come un sentimento. Mattarella lo ha detto con esattezza: la ricerca storica ci presenta «una figura mite, ma tutt’altro che accomodante». E il lupo, «simbolo di inconciliabile inimicizia con l’uomo», ha aggiunto, «viene ammansito, non abbattuto». In questa frase c’è un’intera filosofia delle relazioni tra i popoli. Il nemico non va annientato, ma trasformato. La sicurezza nasce quando si eliminano le cause della ferocia, e il lupo, come ha ricordato il cardinale Matteo Zuppi nell’omelia nella Basilica superiore, «ha bisogno di pace e di pane». Il presidente dei vescovi ha denunciato la «cultura della potenza, volgare, invadente» che seduce le nostre società e i «nazionalismi che rovinano le nazioni», e ha ripetuto che «la guerra non è un destino». Mentre i ponti sul Dnepr crollano sotto i missili, il Sudan diventa un’apocalisse dimenticata e la Terra Santa resta ferma all’alba del 7 ottobre, questa non è ingenuità. È l’unico realismo che non si inginocchia davanti all’idolo della forza.
Tutto questo però resterebbe un’etica, magari nobile ma alla fine fragile, se non si arrivasse alla sorgente da cui Francesco ha preso ogni cosa. Lo ha ricordato lo stesso Mattarella: Francesco e Chiara «erano soprattutto innamorati di Dio e del Vangelo», e il Francesco più autentico va cercato nei «silenziosi, lunghissimi, intimi colloqui con Dio» della Verna. Quella sorgente è un Dio che si abbassa. La teologia francescana è una teologia della kenosi, dello svuotamento di sé che san Paolo canta nella Lettera ai Filippesi: il Figlio che non considera un tesoro geloso la sua uguaglianza con Dio, ma si spoglia, prende la forma di servo e si fa obbediente fino alla morte di croce. Francesco ha contemplato questo mistero nei due luoghi in cui l’umiltà di Dio diventa visibile. Il primo è la mangiatoia di Greccio, dove nella notte di Natale del 1223 volle vedere «con gli occhi del corpo» il disagio del Bambino. Il secondo è la croce, che sul sasso della Verna, nel settembre del 1224, gli si impresse nella carne. Da qui viene tutto. Viene la fraternità con le creature, perché il Verbo è entrato nella materia e l’ha santificata. Viene la fraternità con il nemico, perché il Crocifisso ha pregato per chi lo uccideva. Viene la povertà, perché Colui che era ricco si è fatto povero per noi. All’inizio di tutto, come confessa il Testamento, c’è il bacio al lebbroso: «ciò che mi sembrava amaro mi fu cambiato in dolcezza d’animo e di corpo». Mattarella lo ha definito un gesto «sorprendente e inatteso», capace di sovvertire «le barriere di emarginazione del tempo», un amore che «non distingue tra chi dà e chi riceve, tra chi è sano e chi è malato». È lì, nell’incontro con il corpo più rifiutato, che la teologia diventa carne. È lì che Francesco capisce che Dio non si trova fuggendo dal mondo, ma scendendo nei suoi margini.
Per questo, ha detto il Presidente con parole che ogni servitore delle istituzioni dovrebbe meditare, l’umiltà di Francesco «non era nulla di ingenuo, nasceva da una sete esigente di verità». E la sua obbedienza «non fu remissività, ma una faticosa, ponderata ricerca delle ragioni superiori dell’unità del popolo cristiano e della Chiesa». Il giorno stesso Leone XIV, all’Angelus in piazza San Pietro, ha completato l’immagine. Ha chiamato Francesco un operaio della vigna del Signore e ha ricordato il Crocifisso di San Damiano che chiedeva a quel giovane di riparare la sua Chiesa. Francesco, ha detto il Papa, la riparò con la fede in Cristo, sanando le fratture della discordia con la testimonianza dell’amore fraterno. La riforma, allora come oggi, non comincia dalle strutture. Comincia da un cuore che si lascia spogliare.
Patrono d’Italia dal 1939, Francesco non appartiene a una sola parte. Lo hanno amato Dante e Giotto, Chesterton e Hermann Hesse, Simone Weil e Pasolini, Giorgio La Pira e i giovani che ogni anno salgono a piedi per la via di Francesco. Mattarella lo ha ricordato con la sobrietà che gli è propria: «I caratteri della società italiana ne hanno tratto un segno profondo e non possono prescindere dalla sua lezione». E ha indicato i fondamenti attuali di quella lezione: «la dignità di ogni persona, il rispetto del creato, la pace». Sono anche i pilastri silenziosi della nostra Carta costituzionale. Otto secoli dopo quella sera alla Porziuncola, Francesco non chiede di essere celebrato. Chiede di essere seguito. Chiede di credere che la mitezza sia più forte della forza, che la terra sia una sorella e non una preda, che il nemico abbia un volto, e che il Dio dei cieli si trovi chinandosi verso il basso. Le allodole di quella sera continuano a cantare nel buio. Tocca a noi decidere se vogliamo ancora ascoltarle.

