di Fabio Porta
Il centocinquantesimo anniversario della nascita di Luciano Di Lello offre l’occasione per riportare all’attenzione pubblica una storia nella quale si incontrano l’emigrazione italiana, la cultura del lavoro artigiano e la ricerca di soluzioni per la protezione della persona.

Ricordare Di Lello significa andare oltre il doveroso omaggio a un nostro connazionale. Significa riconoscere il contributo che gli italiani all’estero hanno offerto alle società di accoglienza e riflettere sulla capacità di trasformare competenze professionali e conoscenze pratiche in innovazione.
La sua vicenda appartiene a quell’Italia che si è costruita anche fuori dai confini nazionali: un’Italia fatta di persone che, partendo, hanno portato con sé non soltanto il desiderio di migliorare le proprie condizioni di vita, ma un patrimonio di saperi, una cultura del lavoro e la disponibilità a misurarsi con realtà nuove.
Originario di Villa Santa Maria e trasferitosi a Parigi, Di Lello esercitava il mestiere di calzolaio. La conoscenza del cuoio, delle sue proprietà e delle tecniche di lavorazione costituì la base della sua attività inventiva. Nella sua esperienza emerge un elemento fondamentale della nostra tradizione produttiva: il lavoro artigiano non è soltanto un patrimonio da conservare, ma una risorsa capace di affrontare problemi nuovi.
L’innovazione non nasce esclusivamente nei grandi laboratori o negli istituti di ricerca. Può svilupparsi attraverso l’osservazione, la pratica e la capacità di individuare in un materiale possibilità ancora inesplorate. Il sapere delle mani diventa così capacità progettuale e una competenza individuale si traduce in un’utilità collettiva.

È in questo passaggio che si colloca il lavoro di Di Lello: impiegare la propria esperienza professionale per studiare un dispositivo destinato a proteggere il capo e ad attenuare le conseguenze degli urti. Un’esigenza che acquistava crescente importanza con lo sviluppo della mobilità e la diffusione dei nuovi mezzi di trasporto.
Il casco da lui progettato viene descritto nelle ricostruzioni storiche come una struttura composta da strati di cuoio con elementi elastici intermedi. La finalità era affrontare un problema che conserva tutta la sua rilevanza: ridurre gli effetti di un impatto sulla testa.
Per comprendere il valore di questo contributo occorre collocarlo nel suo tempo. I materiali, gli standard e le tecnologie dei caschi contemporanei sono profondamente diversi. Riconoscere l’originalità dell’opera di Di Lello non significa attribuire a un singolo progetto l’intera evoluzione dei dispositivi di protezione. Significa studiarne le caratteristiche e inserirlo con precisione nella storia della sicurezza.
Il brevetto del 1904 rappresenta, in questa prospettiva, un riferimento centrale. Testimonia il passaggio dall’intuizione alla formalizzazione di un progetto e richiama l’importanza della documentazione nella ricostruzione storica. Una memoria pubblica solida deve fondarsi sulla ricerca, sull’esame delle fonti e sulla capacità di distinguere i fatti accertati dalle interpretazioni.
È questo il metodo che deve accompagnare la valorizzazione di Di Lello: rendere accessibili i documenti, favorire gli approfondimenti e costruire un racconto nel quale il riconoscimento del merito si unisca al rigore storico.
Con tale spirito abbiamo promosso, nel giugno 2024, una conferenza stampa alla Camera dei deputati. L’obiettivo era offrire attenzione istituzionale a una vicenda rimasta a lungo poco conosciuta e riconoscere il lavoro della famiglia, della comunità di Villa Santa Maria e di quanti si erano impegnati nella sua riscoperta.
Portare questa storia a Montecitorio ha significato creare un’occasione di incontro tra memoria familiare, iniziativa locale e istituzioni nazionali. Un appuntamento pubblico, tuttavia, non può esaurire un percorso di valorizzazione. Il suo significato più duraturo risiede nella capacità di favorire continuità, conoscenza e partecipazione.
Il Museo del Casco di Villa Santa Maria, inaugurato nell’agosto 2024, offre un luogo stabile nel quale questo percorso può svilupparsi. Un museo consente di custodire testimonianze e documenti, organizzarli in un racconto comprensibile e metterli a disposizione di studiosi, cittadini e nuove generazioni.
La sua funzione va oltre la celebrazione di un concittadino. Può collegare la biografia di Di Lello alla storia del lavoro artigiano e dell’emigrazione, spiegare come nasce un progetto e mostrare il rapporto tra conoscenza dei materiali e ricerca di soluzioni.
Può, soprattutto, contribuire a un’educazione alla sicurezza che parta dalla comprensione e non soltanto dall’obbligo. Dietro un dispositivo di protezione vi sono conoscenze, sperimentazioni e competenze orientate alla tutela della persona. Rendere visibile questo percorso aiuta a comprendere il valore dei comportamenti responsabili.
La sicurezza stradale richiede norme efficaci, controlli, infrastrutture adeguate e tecnologie affidabili. Richiede anche una consapevolezza diffusa. In questo ambito, le istituzioni culturali possono svolgere una funzione complementare a quella delle amministrazioni, delle scuole e dei soggetti impegnati nella prevenzione.
La strada da percorrere dopo il riconoscimento pubblico è dunque quella della collaborazione: approfondire la ricerca documentale, valorizzare il patrimonio disponibile, sviluppare attività didattiche e rafforzare i collegamenti con le comunità italiane all’estero. Sono obiettivi da costruire con serietà, distinguendo quanto è stato realizzato da quanto resta da programmare.
Come deputato eletto nella circoscrizione Estero, considero particolarmente significativo il legame tra la vicenda di Di Lello e la storia delle nostre comunità nel mondo. Gli italiani emigrati non sono stati soltanto custodi di un’appartenenza. Sono stati protagonisti di attività produttive, scambi culturali e processi di innovazione.
La loro esperienza dimostra che il rapporto con il Paese di origine può convivere con una piena partecipazione alla vita della società di accoglienza. Nel caso di Di Lello, l’Abruzzo e la Francia sono parti di uno stesso percorso: il patrimonio professionale portato con sé incontra un ambiente nel quale può trovare nuove possibilità di sviluppo.
Valorizzare il contributo italiano significa riconoscere anche il valore di quell’incontro. Non contrapporre appartenenze nazionali, ma comprendere come conoscenze ed esperienze possano arricchirsi attraverso il dialogo.
Il centocinquantesimo anniversario richiama, infine, una questione essenziale: il rapporto tra innovazione e responsabilità. Il progresso tecnico acquista pieno significato quando migliora le condizioni di vita, riduce i rischi e tutela la dignità delle persone.
È in questa prospettiva che merita di essere ricordato Luciano Di Lello: un artigiano emigrato che mise il proprio sapere al servizio di un’esigenza collettiva. La sua memoria può diventare un’occasione per riconoscere la dignità del lavoro, approfondire il contributo degli italiani nel mondo e promuovere una cultura della protezione.
L’impegno della famiglia, del Comune di Villa Santa Maria, dell’Associazione Abruzzese di Roma e di quanti hanno contribuito alla riscoperta di questa storia costituisce una base preziosa. Consolidarla significa fare della ricorrenza non soltanto un momento celebrativo, ma una tappa di un percorso duraturo di ricerca e di educazione.
È questo il modo più concreto per rendere onore a Di Lello: trasformare la conoscenza del passato in un impegno presente per la tutela della vita umana.

