di Ranieri de Ferrante
Tre poteri governano il mondo: temporale, spirituale e criminale. Nelle democrazie sane sono ben separati. Nelle democrazie sotto stress si possono formare alleanze temporanee o stabili, che a volte determinano da che parte una società finisca per stare rispetto alla linea democrazia/autocrazie. Il Brasile, che in questi giorni è al voto, è un buon esempio, ma ce ne sono altri, anche a casa nostra. E come tutti fenomeni, non anche questo non è bianco o nero, ma può assumere ogni tonalità di grigio.
Quando parliamo dei tre poteri, nelle democrazie moderne, pensiamo ad esecutivo, legislativo e giudiziario. In democrazia, e questi tre poteri è previsto siano rigorosamente indipendenti l’uno dall’altro. In genere lo sono.
C’è poi un’altra triade di poteri: temporale, spirituale e criminale. Anche questi è previsto siano separati, ma a volte possono essere intrecciati, fino a diventare, in determinate circostanze, praticamente un’unica entità.
Il Brasile offre in questi giorni un interessante laboratorio. Si è svolto il primo turno delle elezioni presidenziali. FlávioBolsonaro, candidato alla presidenza e figlio di Jair, si presenta come erede del conservatorismo bolsonarista e può contare su una forte componente evangelica dell’elettorato; dall’altra parte Lula, progressista e cattolico, guida un blocco politico e sociale profondamente diverso.
La religione, e relativa struttura, insomma, non sono semplicemente una convinzione privata dei candidati, ma parte della geografia politica brasiliana. Parallelamente, viene riportata una grande attività delle organizzazioni criminali nel processo elettorale.
Politica, religione e criminalità. I tre attori sono sullo stesso palcoscenico.
Il fatto interessante non è tanto stabilire chi stia con chi. Il punto è capire perché, in alcuni momenti storici, tre forme di potere che in una democrazia normale dovrebbero non solo essere separati, ma addirittura vivere in mondi differenti comincino a cercarsi.
In una democrazia stabile – in teoria – non si toccano nemmeno: il potere politico è legittimo, pubblico e governa le istituzioni. Il potere spirituale è anch’esso legittimo e pubblico, ma propone valori dell’anima;. Il potere criminale, invece, è illegittimo e quindi, per definizione, si nasconde.
Politica alla luce del sole, religione fuori dallo Stato, criminalità sotto il tavolo.
La teoria. Ma a volte teoria e la pratica non coincidono al 100%.
Nel 1960. John Fitzgerald Kennedy cercava di diventare il primo presidente cattolico degli Stati Uniti, e il cattolicesimo rappresentava per lui un problema politico molto concreto. Una parte consistente dell’America protestante temeva che un presidente cattolico potesse essere, in ultima analisi, subordinato a Roma. Un problema così serio che Kennedy dovette, nel famoso discorso ai pastori protestanti di Houston, dichiarare in termini inequivocabili che le sue decisioni da presidente sarebbero state sue e non del Papa.
Però l’handicap causato da un potere extrapolitico (la religione.) andava bilanciato. Qui compare l’altro potere extrapolitico. I rapporti tra i Kennedy e la criminalità organizzata sono oggetto da decenni di indagini. Queste non hanno chiarito quanto JFK sapesse e quanto sia stato influenzato il risultato finale, ma l’esistenza di contatti e interessi convergenti è abbastanza documentata da rendere il caso significativo.
E va, comunque detto che, dopo l’elezione, l’amministrazione Kennedy, scatenò contro la criminalità organizzata una forte pressione: se qui pro quo ci fu, non fu onorato.
Un’alleanza momentanea – quindi – fra due dei tre poteri, per bilanciare il terzo. Una volta superata la necessità, l’alleanza può sciogliersi e trasformarsi addirittura in conflitto. Il potere criminale non diventa parte dello Stato americano e quello religioso continua ad esserne costituzionalmente separato. Il sistema assorbe l’anomalia e ritorna verso il proprio equilibrio. Così è stato per oltre 50 anni. Poi …
Dodici anni prima, in Italia, era successo qualcosa di forse ancora più interessante.
Le elezioni del 18 aprile 1948 sono state probabilmente le elezioni più importanti della storia repubblicana. Da una parte la Democrazia Cristiana, dall’altra il Fronte Democratico Popolare di comunisti e socialisti. Dietro non c’erano semplicemente due programmi di governo, ma due modelli di società, in un mondo appena cambiato nel quale molti stati erano caduti sotto il controllo comunista ed in Grecia infuriava la guerra civile. Era in gioco la permanenza dell’Italia nell’Occidente.
La Chiesa scese in campo senza particolari pudori: “nella cabina elettorale Dio ti vede, Stalin no”. Il potere spirituale a fianco di una parte politica.
Anche alla Mafia interessava mantenere un certo status quo, e il suo sostegno alla DC viene ormai dato come fatto assodato, come i benefici economici ottenuti successivamente nel settore delle costruzioni.
Siamo benevoli: di fronte ad una situazione esistenziale critica, con il ricordo del fascismo ancora caldo e la guerra fredda che si affacciava, possiamo credere che la DC volesse vincere, ma soprattutto salvare l’Italia. La Chiesa voleva impedire l’affermazione di un sistema ateo e comunista. E la mafia – con i suoi interessi economicamente – era utile. Tre motivazioni completamente differenti ma convergenti.
Qui non abbiamo Kennedy, che è forzato ad utilizzare strumentalmente un potere extrapolitico per compensarne un altro. Abbiamo tre poteri che sconfinano contemporaneamente perché percepiscono la situazione come eccezionale.
E qui forse compare la regola: nel grigio del limite fra democrazia ed autocrazia, i tre poteri possono vedersi ed allearsi. I limiti fra di loro, di solito strettamente definiti, diventano porosi.
Ieri, nel 1948 in Sicilia, una convergenza per impedire uno sconfinamento da democrazia in autocrazia.
Oggi, in Brasile, la stessa triade è in gioco, e in buona parte converge, con il rischio di far finire una democrazia.
Torniamo, quindi, al Brasile.
Il rapporto tra bolsonarismo e mondo evangelico non nasce nel 2026. Si è costruito progressivamente e studi recenti lo descrivono come una trasformazione profonda del panorama politico e religioso brasiliano. Si vede lo stesso fenomeno – ad esempio – negli USA di Trump.
Bolsonaro aggiunge al quadro legami con la criminalità, ed esistono sovrapposizioni impressionanti fra parte del mondo evangelico e determinate organizzazioni e milizie fuori legge.
Non significa che evangelici, bolsonarismo e criminalità organizzata formino una coalizione. Sarebbe una conclusione molto più forte dei fatti disponibili. Significa che i tre poteri sono contemporaneamente attivi e in gran parte paralleli sul terreno sul quale si decide il futuro politico del paese. E che i loro confini sono pericolosamente indistnti.
E questa è ancora la zona grigia fra democrazia ed autocrazia.
Il passaggio successivo si vede molto bene nella Russia di Putin, dove il sistema è sostanzialmente arrivato alla sua conclusione. Si è strutturato stabilmente.
Il potere politico di Putin, quello economico formatosi intorno alle reti dello Stato, dei servizi e delle grandi ricchezze, e quello spirituale rappresentato dal Patriarcato di Mosca non sono più mondi realmente separati. Kirill e la Chiesa ortodossa russa hanno fornito una giustificazione religiosa e morale alla stessa guerra contro l’Ucraina; ha messo al servizio dell’Autocrate una narrativa radicalizzati dei “valori morali tradizionali”. Ha inviato
reliquie al fronte: il mese scorso la chiesa ortodossa ha mandato ai soldati russi nel Donbass frammenti ossei attribuiti al principe medievale Dmitrij Donskoj, che, a 650 anni dalla morte viene così riarruolato.
Quanto al terzo potere, chiamarlo semplicemente mafia sarebbe riduttivo. In Russia la linea di separazione tra grande ricchezza privata, apparato statale, servizi e meccanismi cleptocratici è diventata talmente labile da rendere il loro insieme un complesso criminale – cleptocratico. Ben più che una banale criminalità organizzata.
In Russia il triangolo ha collassato, in una specie di Big Bang al contrario.
Spaventati …? Si può andare oltre. La Russia vede al suo vertice una persona, Putin, che ha creato il sistema. Il sistema + alla prima generazione: ex complici sono diventati partner, sia pur subordinati. C’è sempre qualcosa di relativamente paritario.
La Cina va un passo oltre: Il sistema è alla “generazione n”, ed al vertice non c’è il fondatore, che può avere “debiti”. E’ il PCC, rappresentato da una persona. I tre vertici del triangolo si sono separati di nuovo e due, chiesa (nazionalizzata) e criminalità (al massimo strumento) sono in posizione totalmente subordinata. Così come sono integrati come gemelli siamesi PLAN ed industria degli armamenti. Vengono ottimizzate le cooperazioni.
Ma questa analisi meriterebbe diverse pagine da sola. Fermiamoci a Mosca. Ci basta.
In una democrazia i tre vertici del triangolo sono separati, si diceva. In una democrazia sotto stress si possono stabilire alleanze occasionali. Quando il sistema comincia a scivolare verso l’autocrazia, quelle alleanze possono diventare molto importanti. Quando l’autocrazia è consolidata, infine, diventa sempre più difficile capire dove finisca un potere e cominci l’altro.
Il politico governa. Lo spirituale legittima. Il criminale — o, meglio, il sistema cleptocratico che ne ha assorbito le funzioni — distribuisce ricchezza, privilegi e punizioni. Ma tutti lavorano all’interno dello stesso ecosistema.
Montesquieu aveva un problema relativamente semplice. Aveva capito che, se chi fa le leggi, chi le applica e chi giudica le violazioni coincide nella stessa persona, la libertà è finita. La democrazia moderna ha costruito su questa intuizione una sofisticata architettura di pesi e contrappesi.
Forse incompleta: questi tre poteri non sono gli unici capaci di limitare la libertà di un uomo. O di un popolo.
I tre veri poteri sono quello spirituale (che spiega al popolo che cosa è giusto), temporale (che gl dice cosa deve fare) e quello criminale (che gli fa capire cosa gli succederà se lo fa, o se non lo fa).
Normalmente appartengono a tre mondi differenti, e c’è un problema se si parlano. Se sono complici il problema diventa una grave minaccia alla democrazia. Che può non avere strade di ritorno se i triangolo collassa,.
Buona fortuna, Brasile.
Trinum est perfectum. Quasi sempre
di Ranieri de Ferrante
Tre poteri governano il mondo: temporale, spirituale e criminale. Nelle democrazie sane sono ben separati. Nelle democrazie sotto stress si possono formare alleanze temporanee o stabili, che a volte determinano da che parte una società finisca per stare rispetto alla linea democrazia/autocrazia. Il Brasile, che in questi giorni è al voto, è un buon esempio, ma ce ne sono altri, anche a casa nostra. E, come tutti i fenomeni, anche questo non è bianco o nero, ma può assumere ogni tonalità di grigio.
Quando parliamo dei tre poteri, nelle democrazie moderne, pensiamo ad esecutivo, legislativo e giudiziario. In democrazia, è previsto che questi tre poteri siano rigorosamente indipendenti l’uno dall’altro. In genere lo sono.
C’è poi un’altra triade di poteri: temporale, spirituale e criminale. Anche questi è previsto che siano separati, ma a volte possono essere intrecciati, fino a diventare, in determinate circostanze, praticamente un’unica entità.
Il Brasile offre in questi giorni un interessante laboratorio. Si è svolto il primo turno delle elezioni presidenziali. FlávioBolsonaro, candidato alla presidenza e figlio di Jair, si presenta come erede del conservatorismo bolsonarista e può contare su una forte componente evangelica dell’elettorato; dall’altra parte Lula, progressista e cattolico, guida un blocco politico e sociale profondamente diverso.
La religione, e la relativa struttura, insomma, non sono semplicemente una convinzione privata dei candidati, ma parte della geografia politica brasiliana. Parallelamente, viene riportata una grande attività delle organizzazioni criminali nel processo elettorale.
Politica, religione e criminalità. I tre attori sono sullo stesso palcoscenico.
Il fatto interessante non è tanto stabilire chi stia con chi. Il punto è capire perché, in alcuni momenti storici, tre forme di potere che in una democrazia normale dovrebbero non solo essere separate, ma addirittura vivere in mondi differenti, comincino a cercarsi.
In una democrazia stabile – in teoria – non si toccano nemmeno: il potere politico è legittimo, pubblico e governa le istituzioni. Il potere spirituale è anch’esso legittimo e pubblico, ma propone valori dell’anima. Il potere criminale, invece, è illegittimo e quindi, per definizione, si nasconde.
Politica alla luce del sole, religione fuori dallo Stato, criminalità sotto il tavolo.
La teoria. Ma a volte teoria e pratica non coincidono al 100%.
Nel 1960 John Fitzgerald Kennedy cercava di diventare il primo presidente cattolico degli Stati Uniti, e il cattolicesimo rappresentava per lui un problema politico molto concreto. Una parte consistente dell’America protestante temeva che un presidente cattolico potesse essere, in ultima analisi, subordinato a Roma. Un problema così serio che Kennedy dovette, nel famoso discorso ai pastori protestanti di Houston, dichiarare in termini inequivocabili che le sue decisioni da presidente sarebbero state sue e non del Papa.
Però l’handicap causato da un potere extrapolitico, la religione, andava bilanciato. Qui compare l’altro potere extrapolitico. I rapporti tra i Kennedy e la criminalità organizzata sono oggetto da decenni di indagini. Queste non hanno chiarito quanto JFK sapesse e quanto sia stato influenzato il risultato finale, ma l’esistenza di contatti e interessi convergenti è abbastanza documentata da rendere il caso significativo.
E va comunque detto che, dopo l’elezione, l’amministrazione Kennedy scatenò contro la criminalità organizzata una forte pressione: se quid pro quo ci fu, non fu onorato.
Un’alleanza momentanea – quindi – fra due dei tre poteri, per bilanciare il terzo. Una volta superata la necessità, l’alleanza può sciogliersi e trasformarsi addirittura in conflitto.
Il potere criminale non diventa parte dello Stato americano e quello religioso continua ad esserne costituzionalmente separato. Il sistema assorbe l’anomalia e ritorna verso il proprio equilibrio.
Così è stato per oltre 50 anni. Poi…
Dodici anni prima, in Italia, era successo qualcosa di forse ancora più interessante.
Le elezioni del 18 aprile 1948 sono state probabilmente le elezioni più importanti della storia repubblicana. Da una parte la Democrazia Cristiana, dall’altra il Fronte Democratico Popolare di comunisti e socialisti. Dietro non c’erano semplicemente due programmi di governo, ma due modelli di società, in un mondo appena cambiato nel quale molti Stati erano caduti sotto il controllo comunista ed in Grecia infuriava la guerra civile. Era in gioco la permanenza dell’Italia nell’Occidente.
La Chiesa scese in campo senza particolari pudori: “nella cabina elettorale Dio ti vede, Stalin no”. Il potere spirituale a fianco di una parte politica.
Anche alla mafia interessava mantenere un certo status quo, e il suo sostegno alla DC viene ormai dato come fatto assodato, come i benefici economici ottenuti successivamente nel settore delle costruzioni.
Siamo benevoli verso la DC: di fronte ad una situazione esistenziale critica, con il ricordo del fascismo ancora caldo e la Guerra fredda che si affacciava, possiamo credere che C volesse vincere, ma soprattutto salvare l’Italia. La Chiesa voleva impedire l’affermazione di un sistema ateo e comunista. E la mafia – con i suoi interessi economici – era utile. Tre motivazioni completamente differenti ma convergenti.
Qui non abbiamo Kennedy, che è forzato ad utilizzare strumentalmente un potere extrapolitico per compensarne un altro. Abbiamo tre poteri che sconfinano contemporaneamente perché percepiscono la situazione come eccezionale.
E qui forse compare la regola: nel grigio del limite fra democrazia ed autocrazia, i tre poteri possono vedersi ed allearsi. I limiti fra di loro, di solito strettamente definiti, diventano porosi.
Ieri, nel 1948 in Sicilia, una convergenza per impedire uno sconfinamento da democrazia in autocrazia.
Oggi, in Brasile, la stessa triade è in gioco e in buona parte converge, con il rischio di far finire una democrazia.
Torniamo, quindi, al Brasile.
Il rapporto tra bolsonarismo e mondo evangelico non nasce nel 2026. Si è costruito progressivamente e studi recenti lo descrivono come una trasformazione profonda del panorama politico e religioso brasiliano. Si vede lo stesso fenomeno – ad esempio – negli USA di Trump.
Bolsonaro aggiunge al quadro legami con la criminalità, ed esistono sovrapposizioni impressionanti fra parte del mondo evangelico e determinate organizzazioni e milizie fuori legge.
Non significa che evangelici, bolsonarismo e criminalità organizzata formino una coalizione. Sarebbe una conclusione molto più forte dei fatti disponibili. Significa che i tre poteri sono contemporaneamente attivi e in gran parte paralleli sul terreno sul quale si decide il futuro politico del paese. E che i loro confini sono pericolosamente indistinti.
E questa è ancora la zona grigia fra democrazia ed autocrazia.
Il passaggio successivo si vede molto bene nella Russia di Putin, dove il sistema è sostanzialmente arrivato alla sua conclusione. Si è strutturato stabilmente.
Il potere politico di Putin, quello economico formatosi intorno alle reti dello Stato, dei servizi e delle grandi ricchezze, e quello spirituale rappresentato dal Patriarcato di Mosca non sono più mondi realmente separati. Kirill e la Chiesa ortodossa russa hanno fornito una giustificazione religiosa e morale alla stessa guerra contro l’Ucraina; hanno messo al servizio dell’Autocrate una narrativa radicalizzata dei “valori morali tradizionali”.
Hanno inviato reliquie al fronte: il mese scorso la Chiesa ortodossa ha mandato ai soldati russi nel Donbass frammenti ossei attribuiti al principe medievale Dmitrij Donskoj, che, a 650 anni dalla morte, viene così riarruolato.
Quanto al terzo potere, chiamarlo semplicemente mafia sarebbe riduttivo. In Russia la linea di separazione tra grande ricchezza privata, apparato statale, servizi e meccanismi cleptocratici è diventata talmente labile da rendere il loro insieme un complesso criminale-cleptocratico. Ben più che una banale criminalità organizzata.
In Russia il triangolo ha collassato, in una specie di Big Bang al contrario.
Spaventati…? Si può andare oltre. La Russia vede al suo vertice una persona, Putin, che ha creato il sistema. Il sistema è alla prima generazione: ex complici sono diventati partner, sia pur subordinati. C’è sempre qualcosa di relativamente paritario.
La Cina va un passo oltre: il sistema è alla “generazione n”, ed al vertice non c’è il fondatore, che può avere “debiti”. È il PCC, sia pur rappresentato da una persona. I tre vertici del triangolo si sono separati di nuovo e due, Chiesa nazionalizzata e criminalità al massimo strumento, sono in posizione totalmente subordinata.
Ma questa analisi meriterebbe diverse pagine da sola. Fermiamoci a Mosca. Ci basta.
In una democrazia i tre vertici del triangolo sono separati, si diceva. In una democrazia sotto stress si possono stabilire alleanze occasionali. Quando il sistema comincia a scivolare verso l’autocrazia, quelle alleanze possono diventare molto importanti. Quando l’autocrazia è consolidata, infine, diventa sempre più difficile capire dove finisca un potere e cominci l’altro.
Il politico governa. Lo spirituale legittima. Il criminale — o, meglio, il sistema cleptocratico che ne ha assorbito le funzioni — distribuisce ricchezza, privilegi e punizioni. Ma tutti lavorano all’interno dello stesso ecosistema.
Montesquieu aveva un problema relativamente semplice. Aveva capito che, se chi fa le leggi, chi le applica e chi giudica le violazioni coincide nella stessa persona, la libertà è finita. La democrazia moderna ha costruito su questa intuizione una sofisticata architettura di pesi e contrappesi.
Forse incompleta: questi tre poteri non sono gli unici capaci di limitare la libertà di un uomo. O di un popolo.
I tre veri poteri sono quello spirituale, che spiega al popolo che cosa è giusto; temporale, che gli dice cosa deve fare; e quello criminale, che gli fa capire cosa gli succederà se lo fa, o se non lo fa.
Normalmente appartengono a tre mondi differenti, e c’è un problema se si parlano.
Se sono complici il problema diventa una grave minaccia alla democrazia. Che può non avere strade di ritorno se il triangolo collassa.
Buona fortuna, Brasile.
