di Michele Gabriele CRISTIANO
La Magnifica humanitas di Leone XIV e l’umanesimo economico di Federico Caffè: una lettura comparata
di Michele Gabriele Cristiano
Il presente articolo pone a confronto l’enciclica Magnifica humanitas di Leone XIV (firmata il 15 maggio 2026) con il pensiero economico di Federico Caffè (1914-1987), muovendo da un’ipotesi: pur appartenendo a registri diversi, teologico-magisteriale il primo, laico e keynesiano il secondo, i due corpus condividono un medesimo criterio di giudizio, per cui i sistemi economici e tecnologici valgono nella misura in cui custodiscono la dignità concreta della persona. L’analisi individua quattro convergenze (la persona come fine, la critica alla concentrazione del potere, la richiesta di misure di sviluppo non riducibili al dato contabile, la centralità del lavoro e delle istituzioni) e tre divergenze (fondazione, oggetto storico, strumentario). Il confronto offre, alcuni criteri di discernimento per la valutazione delle politiche pubbliche nella transizione algoritmica.
Il 15 maggio 2026, nel centotrentacinquesimo anniversario della Rerum novarum di Leone XIII (1891), Leone XIV ha firmato la sua prima enciclica, Magnifica humanitas, dedicata alla custodia della persona umana nel tempo dell’intelligenza artificiale; il testo è stato presentato e reso pubblico il 25 maggio (Santa Sede, Sala Stampa, Bollettino n. 0440). Il documento si colloca esplicitamente nel solco della dottrina sociale e applica i suoi principi classici a una trasformazione tecnologica che l’enciclica interpreta come un mutamento d’epoca.
Quasi quarant’anni prima, nel 1986, Federico Caffè affidava al suo ultimo libro, In difesa del welfare state, la difesa di un’azione pubblica orientata a una «civiltà possibile», della quale lo stato sociale non può non essere un tassello fondamentale
Il problema affrontato è di natura comparativa e concettuale: stabilire se la nozione di umanesimo possa operare come categoria di raccordo tra un documento del magistero sociale e un’opera di politica economica di tradizione keynesiana. L’ipotesi di lavoro è che l’enciclica e il pensiero di Caffè condividano un criterio di valutazione degli ordinamenti economici e tecnologici fondato sulla dignità concreta della persona, senza che nelle fonti esaminate sia riscontrabile una filiazione dell’uno dall’altro. La tesi è dunque di affinità argomentativa, non di dipendenza dottrinale.
Custodire l’umano: due voci a confronto
Nel dibattito contemporaneo sul rapporto tra persona, economia e tecnologia si confrontano due voci distanti nel tempo e nel linguaggio, ma affini nel nucleo normativo. Da un lato Leone XIV, che con Magnifica humanitas (15 maggio 2026) propone la custodia della persona umana nel tempo dell’intelligenza artificiale, collocandosi esplicitamente nel solco della Rerum novarum; dall’altro Federico Caffè, economista keynesiano che nell’ultima fase della sua opera difende lo stato sociale come parte di una civiltà possibile. In entrambi la dignità della persona è il criterio che si oppone a ogni strumentalizzazione, sia essa finanziaria, tecnologica o puramente efficientista.
Per Caffè l’economia non è una tecnica neutrale di allocazione delle risorse, ma una scienza sociale orientata a fini collettivi. Da qui la difesa di un welfare universale, concepito non solo per i poveri ma come strumento di benessere per tutti, l’idea di uno «Stato garante del benessere sociale» e la polemica contro il capitalismo finanziario e le speculazioni di Borsa. Il suo umanesimo è dunque etico-politico e si traduce in obiettivi di politica economica: dignità del lavoro, uguaglianza, assistenza.
Leone XIV riprende i principi classici della dottrina sociale (dignità della persona, destinazione universale dei beni, sussidiarietà, solidarietà, bene comune) e li applica alle nuove forme di disumanizzazione prodotte dalla concentrazione del potere tecnologico: come Leone XIII decifrò la condizione operaia nella rivoluzione industriale, così Leone XIV decifra la condizione della persona nella rivoluzione degli algoritmi.
Il fil rouge che unisce i due autori non è una filiazione dottrinale, ma un criterio di giudizio: nessun assetto economico o tecnologico è eticamente neutrale, e ciò che conta è se custodisca o ferisca la dignità concreta delle persone. È la «civiltà possibile» dell’uno e la «civiltà dell’amore» dell’altro, due formule diverse per premesse (teologiche in Leone XIV, laiche in Caffè) e identiche per direzione.
Magnifica humanitas
L’enciclica consta di un’introduzione, cinque capitoli e una conclusione, per 245 paragrafi. La premessa antropologica è che la tecnologia non è né una forza antagonista dell’umano (n. 4) né intrinsecamente malvagia (n. 9): essa va orientata al bene. Il discernimento si gioca su due immagini bibliche, la torre di Babele, progetto di autosufficienza orgogliosa, e la ricostruzione delle mura di Gerusalemme, opera corale e dialogica (nn. 7-8).
I fondamenti. I primi due capitoli ripercorrono la dottrina sociale da Rerum novarumai nostri giorni e ne fissano i fondamenti, che sono l’uomo come immagine di Dio, l’eguale dignità ontologica di ogni persona e il valore supremo dei diritti umani. Seguono i principi: bene comune, destinazione universale dei beni, sussidiarietà, solidarietà, giustizia sociale, orientati allo sviluppo integrale di «ogni uomo e di tutto l’uomo».
Il paradigma tecnocratico e la questione del potere. Il terzo capitolo, che costituisce il cuore del documento, riprende da Papa Francesco la critica del paradigma tecnocratico, cioè la tendenza a lasciare che efficienza, controllo e profitto plasmino da soli le decisioni personali, sociali ed economiche, riducendo gli esseri umani a ingranaggi. L’enciclica osserva che gli Stati non sono più sempre i soggetti dominanti: le imprese tecnologiche dispongono spesso di un potere direttivo maggiore. Il n. 109 traduce i principi sociali in categorie applicate: parlare di bene comune significa denunciare le nuove asimmetrie epistemiche, economiche e politiche e i monopoli dell’IA; parlare di solidarietà significa riconoscere i lavoratori nascosti e sfruttati che sostengono i sistemi algoritmici; la giustizia sociale, infine, è una condizione che deve plasmare la progettazione delle tecnologie fin dall’origine, non un correttivo successivo. Da qui l’invito a «disarmare» l’IA, sottraendola alla logica di una competizione per il dominio geopolitico e commerciale.
Lavoro e misura dello sviluppo. In materia di lavoro l’enciclica chiede che l’IA aiuti i lavoratori e non il contrario e avverte del rischio di ampie fasce di popolazione prive di un lavoro dignitoso ed economicamente sostenibile . Particolarmente rilevante per il Santo Padre è il n. 159, che prende atto della necessità di superare parametri di sviluppo ancorati da oltre ottant’anni al Prodotto Interno Lordo e di mettere a punto «metriche complementari al PIL» per valutare gli effetti delle decisioni normative su dignità del lavoro, prosperità condivisa, riduzione delle disuguaglianze e tutela ambientale.
Conclusione teologica. Nella parte finale il centro è l’Incarnazione, alternativa al trans- e al post-umanesimo, e l’orizzonte è la costruzione di una civiltà dell’amore. Il titolo stesso, secondo la lettura di Avvenire, è sintesi del testo: l’umanità è magnifica e gli appelli dell’enciclica sono tesi a custodirne la magnificenza.
Federico Caffè: economia del benessere e umanesimo del welfare
Nato a Pescara nel 1914 da famiglia di origini modeste, consulente della Banca d’Italia e docente di politica economica a Roma, Caffè fu tra i principali divulgatori del pensiero di Keynes in Italia. Scomparve il 15 aprile 1987, a settantatré anni, poco dopo avere lasciato l’insegnamento.
L’economia come scienza al servizio di fini collettivi. Acocella e Tiberi collocano Caffè tra i principali promotori in Italia dell’economia del benessere e ne sottolineano l’idea di uno stato sociale universale, non destinato soltanto ai poveri ma concepito come strumento di benessere per tutti. Gli stessi autori riportano i suoi «punti fermi» di economista: una politica economica che non escluda i controlli sulle scelte individuali, che mantenga irrinunciabili gli obiettivi di egualitarismo e di assistenza riassunti nella formula «Stato garante del benessere sociale», e che affidi all’intervento pubblico un ruolo attivo.
Una rivoluzione incompiuta e una civiltà possibile. Nella prefazione a In difesa del welfare state Caffè legge il contributo keynesiano come «rivoluzione intellettuale incompiuta» e non come un condensato di precetti. L’opera, che raccoglie interventi di politica economica senza tecnicismi, invita a vedere l’azione pubblica come componente di una civiltà possibile. Ramazzotti segnala come nel libro lo stato sociale sia oggetto di critica a più livelli e come ai principi dell’azione pubblica venga contrapposto il movente del profitto, più semplice e plausibilmente più efficace.
Umanesimo e critica della finanza. Su MicroMega nel 1986 Federico Caffè pubblicò un articolo intitolato «Umanesimo e Welfare», l’economista si mostra anche umanista appassionato di giustizia sociale, difensore del welfare state e avversario del capitalismo finanziario e delle speculazioni di Borsa. Questo versante polemico è documentato dagli scritti giornalistici raccolti in Contro gli incappucciati della finanza(a cura di G. Amari, Castelvecchi, 2013), che coprono il periodo 1974-1987. Il termine «humanitas» non è dunque una categoria che Caffè proponga in forma sistematica, ma un’etichetta interpretativa che la tradizione di studi gli attribuisce a buon titolo.
Convergenze: persona, potere, misura, lavoro e istituzioni
La lettura incrociata dei due corpus fa emergere quattro nodi in cui le argomentazioni si rispecchiano.
La persona come fine e non come mezzo. Per entrambi, ciò che dà valore a un assetto economico o tecnologico è la sua capacità di servire la persona concreta. L’enciclica rifiuta che l’essere umano sia ridotto a ingranaggio di un sistema orientato a efficienza, controllo e profitto o a prodotto da ottimizzare; Caffè, dal canto suo, concepisce il welfare come presidio universale della vita decente e non come assistenza residuale.
Il potere e le sue asimmetrie. Leone XIV individua nei nuovi monopoli dell’IA una forma inedita di asimmetria e osserva che il potere direttivo si sposta dagli Stati alle imprese tecnologiche. Federico Caffè osservava un fenomeno analogo nella finanza: la polemica contro la speculazione e contro il «capitalismo finanziario» attraversa i suoi scritti giornalistici e l’articolo del 1986. In entrambi i casi la preoccupazione è la stessa: che una potenza, tecnologica o finanziaria, si sottragga alla responsabilità verso il bene comune.
La misura del progresso. Il n. 159 dell’enciclica chiede di superare l’ancoraggio al PIL e di valutare le decisioni normative sulla dignità del lavoro, sulla prosperità condivisa e sulla riduzione delle disuguaglianze. Una politica economica che, come quella di Caffè, assume egualitarismo e assistenza come obiettivi irrinunciabili è compatibile con questa richiesta e ne anticipa lo spirito: i criteri di giudizio non sono mai puramente contabili. Si tratta, va precisato, di una affinità interpretativa e non di una citazione.
Lavoro e istituzioni. L’enciclica attribuisce alle istituzioni compiti di regolazione e di trasparenza e riconosce nella Chiesa un soggetto che partecipa al processo con cui la società cresce e si organizza, senza sostituirsi alla politica. Anche Caffè rivendica per lo Stato un ruolo attivo, ma sul piano laico degli strumenti di politica economica. Su un punto i due testi coincidono: il lavoro non è una variabile residuale, bensì un presidio della dignità, e la sua protezione richiede scelte pubbliche consapevoli.
Divergenze e limiti della comparazione
Fondazione. La dignità della persona poggia, nell’enciclica, su un fondamento ontologico e teologico: l’uomo è immagine di Dio e la dottrina sociale si inserisce in una visione dell’Incarnazione. In Caffè la cornice è laica ed etico-politica, di impronta keynesiana: il valore della persona si traduce in obiettivi di politica economica, non in una antropologia religiosa. La convergenza sugli esiti non implica identità di premesse.
Oggetto storico. Leone XIV affronta la rivoluzione digitale e algoritmica e i rischi specifici dell’IA: opacità dei sistemi, disinformazione, dipendenza cognitiva, impiego bellico. Caffè scrive in una stagione segnata dall’ascesa del neoliberismo e dalla finanziarizzazione, e difende il welfare da attacchi culturali e politici. Le due crisi hanno nature diverse e il rischio dell’anacronismo è reale.
Federico Caffè è un economista di politica economica: le sue proposte sono operative (piena occupazione, controllo dell’intervento pubblico, welfare universale). L’enciclica, pur indicando alcune direzioni di policy (metriche complementari al PIL, norme di trasparenza, responsabilità lungo la filiera), resta un testo magisteriale che offre criteri di discernimento e non un programma di governo.
L’enciclica valorizza la sussidiarietà e chiede di proteggere la capacità delle comunità di operare scelte e correzioni, senza ridurle a un mero ruolo di controllo. La tradizione keynesiana e universalistica di Caffè punta invece sullo Stato come garante. Non si tratta necessariamente di un’opposizione, ma l’equilibrio fra responsabilità pubblica e autonomia delle comunità meriterebbe uno studio dedicato.
Implicazioni per l’etica economica e le politiche pubbliche
Dalla comparazione discendono, a titolo di ipotesi interpretativa, tre indicazioni.
1. Misurare ciò che conta. L’invito dell’enciclica a integrare il PIL con metriche capaci di valutare dignità del lavoro, prosperità condivisa e disuguaglianze trova nella tradizione di Caffè un precedente di metodo: la politica economica si giudica sui fini, non soltanto sugli aggregati.
2. Valutare ex ante. L’idea che la giustizia sociale sia una condizione di progettazione e non un rimedio successivo suggerisce di sottoporre le politiche e le tecnologie a una valutazione preventiva dei loro effetti su lavoro e disuguaglianze.
3. Proteggere il lavoro nella transizione. Se l’IA pone il rischio di una esclusione di massa dal lavoro dignitoso, la concezione caffeiana di un welfare universale, e non residuale, può essere letta come infrastruttura di tutela della transizione.
In tutti e tre i casi l’apporto dell’umanesimo economico non consiste in ricette, ma in un criterio: ciò che non serve la persona concreta non è, per questo solo fatto, economicamente neutrale.
Conclusioni
Il confronto tra Magnifica humanitas e l’umanesimo economico di Federico Caffè mostra una convergenza di struttura più che di contenuto: in entrambi i casi l’economia e la tecnica sono giudicate in base alla loro capacità di custodire la dignità concreta della persona, e le logiche di potenza, finanziaria o tecnologica, sono lette come rischi per il bene comune. Le differenze di fondazione, di oggetto e di strumenti restano sostanziali e vanno rispettate, pena l’anacronismo.
La questione che i due testi lasciano aperta a un’epoca di concentrazione del potere algoritmico e finanziario è quale idea di uomo guidi le scelte economiche e tecnologiche. A questa domanda, il lascito di Caffè, riletto accanto alla voce di Leone XIV, offre una risposta di metodo: partire dalla persona, valutare le istituzioni sui fini, misurare ciò che conta.

