di Alessandra Bonifazi
Abitare un territorio significa prendersene cura, costruire relazioni e, soprattutto, generare futuro. Questa è una considerazione che assume un significato ancora più profondo nei territori del Centro Italia, dove le ferite delterremoto del 2016 sono ancora visibili .
A dieci anni da quel dramma, infatti, molti Comuni dell’Appennino Centrale sono diventati il simbolo di una fragilità che va oltre la distruzione delle case e delle infrastrutture locali. Il sisma ha colpito case, chiese, scuole, piazze e attività economiche, ma ha anche evidenziatoproblemi che quei territori conoscevano già da tempo: il calo demografico e l’invecchiamento della popolazione, lo spopolamento, l’insufficienza di presidi sanitari e di servizi pubblici di prossimità.
Il terremoto ha reso dunque evidenti le fragilità di queste aree e, in molti casi, le ha acuite, soprattutto per la lentezza della ricostruzione, ad oggi ancora non conclusa.
Ma cosa significa abitare questi luoghi? Far rinascere una comunità non significa soltanto ricostruire i suoi edifici. Una casa può essere restituita, ma se intorno non esistono più servizi, opportunità di lavoro e relazioni, il rischio è quello di consegnare edifici nuovi a comunità sempre più povere.
Non vi è dubbio quindi che la ricostruzione edilizia,necessaria ma non sufficiente, debba essere accompagnata dalla rigenerazione del tessuto sociale e comunitario, in una logica di alleanza e di corresponsabilità tra cittadini e istituzioni.
Rigenerare significa questo, ossia creare le condizioni perché un territorio possa tornare a vivere, crescere e guardare al futuro. Significa rimettere al centro le persone e le comunità, sostenere chi sceglie di restare e creare nuove opportunità per chi vuole tornare o decidere di vivere in questi luoghi.
Per questo occorre avere la capacità e il coraggio di intercettare fragilità sociali e nuovi bisogni, nonchècontribuire all’avvio di azioni condivise sperimentando modalità e percorsi innovativi in un’ottica di welfare generativo, per supportare la popolazione che da anni vive un forte disagio sociale.
Attivare collaborazioni e interazioni, creando una rete territoriale, diventa quindi un’ opportunità importante di sviluppo, per poter progettare strategie di politiche territorialie di intervento efficaci non solo nella risposta ai bisogni più specifici, ma anche nella rimozione di alcune delle cause e dei fattori che generano questi bisogni.
La rete territoriale alla base di un progetto comunitario si costruisce intorno ad obiettivi di varia natura ed intensità volti a creare, sviluppare, valutare o diffondere azioni di welfare.
Questa è una prospettiva che emerge anche dalla riflessione della Conferenza Episcopale Italiana sul tema delle aree interne, nella quale l’idea centrale è che i piccoli borghi non vadano isolati, ma interconnessi tra loro, valorizzandone le specificità e le risorse.
In particolare, il futuro delle aree interne passa attraverso: il sostegno all’agricoltura e all’allevamento, che costituiscono una risorsa che mantiene in vita il territorio, nel rispetto delle diversità e della cultura peculiare di ogni luogo; politiche migratorie capaci di valorizzare il contributo dei lavoratori immigrati nello svolgere antiche attività; investimenti nelle infrastrutture, nella sanità, nell’istruzione, ma anche interventi per favorire l’accesso alla casa e rafforzare i servizi di welfare territoriale (Cfr. CEI, Messaggio per la 76ª Giornata Nazionale del Ringraziamento).
La sfida è quindi più ampia della ricostruzione post-sismica. Non si tratta soltanto di rimettere in piedi ciò che il terremoto ha distrutto, ma di ricreare le condizioni che permettono a una comunità di esistere. Perché un territorio ricomincia a vivere quando ci sono persone che possono e vogliono abitarlo, e quando sono presenti servizi, lavoro, relazioni e prospettive. Ricomincia a vivere quando una famiglia può scegliere di restare, un giovane può immaginare di costruire lì il proprio futuro, un anziano può continuare a sentirsi protetto e parte di una comunità.
È questa, in fondo, la vera ricostruzione: non soltanto restituire una casa, ma restituire un futuro a chi quella casa la vuole abitare

