di Romina Cacciatore
Oggi non voglio mostrarvi il Colosseo, né la Costiera Amalfitana, né l’Italia perfetta che scorre su Instagram: voglio mostrarvi l’Italia in cui studiano i miei figli, quella reale che esiste dietro una delle cartoline più belle del mondo e che, per chi ha scelto di viverci, lavorarci, pagare le tasse e crescere qui i propri figli, può essere molto diversa dall’immagine esportata all’estero. Il XXIV Rapporto dell’Osservatorio civico sulla sicurezza a scuola di Cittadinanzattiva, presentato il 9 settembre 2026, fotografa una realtà difficile da ignorare: soltanto il 7,4% delle scuole italiane dispone di sistemi di condizionamento o ventilazione; nello stesso rapporto si registrano inoltre 68 episodi di crolli o distacchi nelle scuole tra settembre 2025 e agosto 2026. Non è quindi soltanto la percezione di una madre arrabbiata: sono dati che raccontano una fragilità strutturale e che, in territori dove il caldo di settembre resta intenso, si trasformano in conseguenze concrete per studenti, famiglie e personale scolastico, fino alla necessità di adottare orari ridotti o misure straordinarie quando gli edifici non consentono di affrontare normalmente le temperature elevate. Ed è proprio davanti a questa realtà che la parola “italianità”, tanto utilizzata nel dibattito politico degli ultimi mesi, assume un significato diverso e apre una contraddizione che merita di essere discussa. Nei giorni scorsi il ministro degli Affari Esteri Antonio Tajani ha guidato una missione in Argentina e Brasile, parlando ufficialmente di radici comuni, di legami storici, culturali e umani, ricordando che in Argentina vivono oltre un milione di cittadini italiani e più di venti milioni di discendenti di origine italiana e che in Brasile esiste una comunità di circa trentadue milioni di brasiliani di origine italiana, definita dallo stesso ministro un patrimonio straordinario di legami familiari, cultura, valori e amicizia. È giusto valorizzare queste radici, è giusto difendere la lingua e la cultura italiane, è giusto chiedere che il legame con l’Italia non venga ridotto a un documento; ma allora la domanda diventa inevitabile: dove comincia davvero l’italianità? Comincia a Buenos Aires o a San Paolo quando l’Italia cerca di rafforzare il rapporto con milioni di cittadini e discendenti, oppure dovrebbe cominciare anche dentro una scuola italiana, quando un bambino ha bisogno delle condizioni minime per studiare dignitosamente? I miei figli sono italiani, vivono in Italia, parlano italiano, frequentano una scuola italiana e crescono dentro questo Paese; eppure l’inizio dell’anno scolastico ci mette davanti a una realtà nella quale le alte temperature e l’inadeguatezza di molte strutture possono incidere persino sulla normale durata delle lezioni. Mentre la politica dedica enormi energie a stabilire chi sia abbastanza italiano, quale legame debba dimostrare, quale lingua debba conoscere, quanta residenza o quale requisito debba possedere chi nasce oltre confine, chi vive qui ogni giorno si confronta con problemi molto più elementari: scuole, servizi, burocrazia, costo della vita, carburante, lavoro, tasse e potere d’acquisto. L’Italia ha modificato profondamente negli ultimi anni le condizioni per il riconoscimento della cittadinanza per discendenza, accompagnando queste scelte con una crescente insistenza sul concetto di legame effettivo con il Paese; ma ogni legame, per definizione, ha due estremità. Se al discendente si chiede di dimostrare il proprio rapporto con l’Italia, è legittimo domandarsi quale rapporto l’Italia costruisca con chi decide di attraversare un oceano, trasferirsi qui, lavorare, contribuire fiscalmente e crescere qui la propria famiglia. Questa domanda diventa ancora più urgente osservando la situazione economica: secondo l’OCSE, nel primo trimestre del 2026 i salari reali italiani, nonostante una crescita dell’1,3% rispetto all’anno precedente, erano ancora inferiori del 6,1% rispetto al primo trimestre del 2021, il divario più ampio tra le grandi economie dell’area OCSE; nello stesso periodo il tasso di occupazione, pur raggiungendo il record italiano del 62,8%, restava 9,3 punti percentuali sotto la media OCSE. È questa l’altra Italia: quella delle famiglie che fanno i conti a fine mese, di chi guarda il prezzo del carburante prima di riempire il serbatoio, degli autonomi che pagano imposte e contributi, dei genitori che devono riorganizzare il lavoro quando l’orario scolastico dei figli viene ridotto. Questa Italia raramente entra nella fotografia che vendiamo al mondo, ma esiste e raccontarla non significa denigrare il Paese. Io ho attraversato un oceano con i miei figli, ho scelto l’Italia, vivo qui, lavoro qui e contribuisco qui, e proprio per questo rivendico il diritto di dire che amare un Paese non significa idealizzarlo né tacere davanti alle sue inefficienze. Esiste una differenza enorme tra venire in Italia e vivere l’Italia: il turista vede il Colosseo, Firenze, Venezia, la Sicilia e la Costiera Amalfitana; chi vive qui vede anche le scuole, le bollette, la pubblica amministrazione, i salari, il costo della spesa, il prezzo del carburante e le difficoltà quotidiane che non entrano in una fotografia. La bellezza dell’Italia è indiscutibile, ma la bellezza non può diventare un alibi per non discutere le sue contraddizioni. Forse, allora, è arrivato il momento di ampliare il significato della parola “italianità”: non soltanto lingua, cultura, cognome, ascendenza o conoscenza della storia, ma anche responsabilità dello Stato verso chi vive nel suo territorio e verso le generazioni che cresceranno qui. L’italianità dovrebbe misurarsi anche nella qualità della scuola che offriamo ai nostri figli, nella capacità di garantire servizi essenziali, nella possibilità di lavorare senza impoverirsi e nella coerenza tra ciò che chiediamo agli italiani e ai discendenti all’estero e ciò che siamo capaci di offrire a chi sceglie l’Italia come casa. Quando guardo i miei figli entrare in una scuola italiana e leggo che soltanto il 7,4% degli istituti dispone di sistemi di condizionamento o ventilazione, la questione smette di essere astratta e diventa personale. Se l’Italia pretende italianità da chi vive fuori dai suoi confini, quale italianità offre a chi vive dentro? Prima di chiedere a un bisnipote in Argentina quanto italiano sappia parlare, forse dovremmo chiederci quale Italia troverà se un giorno deciderà davvero di attraversare l’oceano e tornare. La cartolina rimane meravigliosa; la vera sfida politica è fare in modo che sia altrettanto dignitoso vivere dentro quella cartolina.

