L’intelligenza artificiale e l’umanesimo: la domanda di Leone XIV all’UNESCO
di Gianni Lattanzio
L’intelligenza artificiale è entrata nella vita quotidiana con la rapidità delle grandi rivoluzioni silenziose. Modifica il lavoro, la scuola, l’informazione, la ricerca e le forme stesse della decisione pubblica. Davanti a questa trasformazione, Leone XIV, nel suo discorso all’UNESCO, non propone una diffidenza verso la tecnica, ma rimette al centro una questione antica quanto la filosofia e la Bibbia: che cos’è l’uomo, e quale destino intende dare alla propria potenza?
La domanda risuona con una forza particolare nella sede parigina dell’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’educazione, la scienza e la cultura. L’UNESCO nacque nel 1945, nel tempo in cui il mondo cercava di sottrarsi alla devastazione della guerra totale e di dare forma a un ordine internazionale fondato non soltanto sull’equilibrio delle forze, ma sul diritto, sulla conoscenza e sul dialogo fra i popoli. Il suo atto costitutivo contiene una formula che conserva tutta la sua drammatica attualità: poiché le guerre nascono nella mente degli uomini, è nella mente degli uomini che devono essere costruite le difese della pace.
Non si tratta di una suggestione retorica. Le guerre iniziano prima delle armi: nell’avvelenamento delle parole, nella falsificazione della memoria, nell’assuefazione alla violenza, nella riduzione dell’altro a nemico, categoria, bersaglio o scarto. In un’epoca nella quale la produzione, la circolazione e la manipolazione delle informazioni sono affidate anche a sistemi capaci di generare immagini, testi, discorsi e simulazioni sempre più persuasivi, il tema dell’intelligenza artificiale diviene inevitabilmente anche un tema di pace, di democrazia e di diritto internazionale.
Leone XIV non si arresta, tuttavia, alla denuncia dei rischi. Sarebbe troppo facile opporre un umanesimo impaurito alla potenza delle macchine. La tradizione cristiana non ha mai identificato il progresso tecnico con una minaccia in sé. Nel racconto della Genesi, l’uomo viene posto nel giardino «per coltivarlo e custodirlo» (Gen 2,15): è dunque chiamato a intervenire nella realtà, a conoscerla, a lavorarla, a renderla abitabile. Ma coltivare non equivale a possedere; custodire non coincide con dominare. La responsabilità umana nasce proprio da questa differenza.
La questione sollevata dal Papa riguarda dunque il passaggio dalla tecnica come servizio alla tecnica come sovranità. L’intelligenza artificiale può aiutare a interpretare dati sanitari, a tradurre lingue, a rendere accessibili contenuti alle persone con disabilità, a migliorare la ricerca scientifica, a prevenire disastri ambientali, a organizzare servizi pubblici. In questi ambiti essa può costituire una risorsa rilevante, se resta orientata al bene della persona. Il problema sorge quando l’efficienza viene assunta come criterio esclusivo e l’essere umano, da fine, viene trasformato in mezzo: in utente da trattenere, consumatore da profilare, lavoratore da sostituire, soggetto da classificare, dato da estrarre.
È il punto in cui l’antropologia diventa politica. Chi progetta i sistemi di IA? Con quali dati? Per quali finalità? A vantaggio di chi? Sotto quale forma di controllo? Quando un algoritmo decide o influenza l’accesso al credito, al lavoro, alla casa, alle assicurazioni, alla cura sanitaria, alla sicurezza pubblica o ai servizi sociali, esso non svolge una funzione innocente. Può distribuire opportunità e svantaggi, consolidare discriminazioni sedimentate, rendere più invisibili le disuguaglianze, sottrarre le decisioni alla comprensione di coloro che ne subiscono le conseguenze.
Per questa ragione, il dibattito sull’IA non può essere lasciato ai soli ingegneri, ai dirigenti delle grandi piattaforme o alla competizione fra Stati. La tecnologia è diventata un’infrastruttura di potere. Chi possiede capacità di calcolo, dati, semiconduttori, risorse energetiche e reti digitali dispone di una leva strategica che incide sulla sovranità, sull’economia, sulla sicurezza e sull’immaginario collettivo. Non a caso, la rivalità tra Stati Uniti e Cina investe ormai anche il controllo delle filiere tecnologiche, mentre la Russia ha mostrato come guerra cibernetica, disinformazione e manipolazione digitale possano essere utilizzate come strumenti di pressione geopolitica. L’Unione europea, dal canto suo, cerca di elaborare una via fondata sulla tutela dei diritti fondamentali, sulla responsabilità e sulla regolazione del rischio.
Ma la norma, per quanto necessaria, non basta da sola. Il diritto può delimitare gli abusi, imporre obblighi di trasparenza, stabilire procedure di controllo, consentire forme di ricorso e individuare responsabilità. Non può però sostituire la coscienza. Può frenare l’arbitrio, non generare automaticamente una cultura della responsabilità. Lo ricorda, in termini essenziali, la tradizione personalista: la persona non può essere trattata come un oggetto, perché possiede un valore che precede ogni utilità sociale, economica o politica.
La formula di Immanuel Kant — l’uomo deve essere considerato sempre come fine e mai soltanto come mezzo — costituisce una delle grandi soglie etiche della modernità. Essa trova una consonanza profonda con la tradizione biblico-cristiana, per la quale ogni essere umano è creato «a immagine e somiglianza di Dio» (Gen 1,27). La dignità non dipende dalla produttività, dalla salute, dall’età, dalla ricchezza, dall’autonomia o dall’efficienza. Non è concessa dal mercato, dallo Stato o dalla tecnologia; appartiene alla persona in quanto tale.
È questa la radice filosofica e giuridica di una regolazione umanamente sostenibile dell’intelligenza artificiale. La Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo del 1948 fonda libertà, giustizia e pace sul riconoscimento della dignità inerente a tutti i membri della famiglia umana. La Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea, all’articolo 1, afferma che la dignità umana è inviolabile e deve essere rispettata e tutelata. L’IA Act europeo, pur essendo uno strumento tecnico e regolativo, si muove entro questo orizzonte quando introduce un approccio basato sul rischio e vieta o limita determinate pratiche suscettibili di compromettere diritti fondamentali, libertà e sicurezza.
Tuttavia, il problema non è soltanto la discriminazione algoritmica, né soltanto l’opacità delle decisioni automatizzate. Più in profondità, è in gioco una concezione dell’intelligenza. Si rischia di confondere la capacità di elaborare informazioni con la sapienza. Un sistema artificiale può raccogliere miliardi di dati, confrontare precedenti, calcolare probabilità, generare testi coerenti e proporre soluzioni statisticamente plausibili. Ma non può rispondere, in senso proprio, della decisione presa. Non conosce il bene e il male, non vive il rimorso, non esercita la prudenza come virtù, non sperimenta la compassione.
La tradizione aristotelica distingueva fra téchne, epistéme e phrónesis. La prima riguarda il saper fare; la seconda il sapere dimostrativo; la terza, la prudenza, è l’intelligenza pratica che sa giudicare nelle circostanze concrete e orientare l’azione verso il bene. L’IA può ampliare enormemente le capacità della téchne e persino offrire un contributo alle forme organizzate della conoscenza. Ma non possiede la phrónesis. Non sa che cosa significhi agire bene per una persona concreta in una circostanza concreta, assumendone la responsabilità.
Tommaso d’Aquino, raccogliendo e trasformando la lezione aristotelica, collocava la prudenza tra le virtù cardinali. Essa non è timidezza né semplice cautela; è recta ratio agibilium, retta ragione delle cose da fare. L’intelligenza autenticamente umana non si misura soltanto dalla capacità di conseguire un fine, ma dalla capacità di riconoscere se quel fine sia giusto. Una macchina può calcolare il percorso più efficiente; non può decidere quale meta sia degna di essere perseguita.
La cultura contemporanea, sedotta dalla rapidità della risposta, corre il rischio di identificare il calcolo con il giudizio e la probabilità con la verità. Ma ciò che è più probabile non è necessariamente giusto; ciò che è più conveniente non è necessariamente buono; ciò che è più efficiente non è necessariamente umano. Un algoritmo può indicare il trattamento statisticamente migliore per una patologia, ma non può esaurire l’incontro fra il medico e il malato, nel quale entrano la parola, l’ascolto, la paura, il consenso, la speranza e l’unicità irripetibile di una biografia.
La parabola del buon samaritano offre, da questo punto di vista, una chiave che la modernità tecnologica non dovrebbe dimenticare. L’uomo ferito sulla strada non viene soccorso perché appartiene a una categoria vantaggiosa, perché abbia un profilo meritevole o perché il suo salvataggio produca un rendimento. Il samaritano «lo vide e ne ebbe compassione» (Lc 10,33). Prima del calcolo, vi è lo sguardo; prima della classificazione, il riconoscimento; prima dell’efficienza, la responsabilità.
Una società che affida in misura crescente le proprie decisioni a meccanismi automatizzati deve interrogarsi su ciò che rischia di perdere. La cura non è sempre efficiente. L’educazione non è mai immediata. La giustizia non può essere soltanto veloce. La democrazia richiede tempo, discussione, dubbi, possibilità di cambiare idea. Una macchina può ridurre tempi e costi; non può sostituire la pazienza necessaria per ascoltare una ragione diversa dalla propria.
Il tema dell’educazione, al quale l’UNESCO è legata fin dal suo nome, appare così decisivo. Non basta insegnare ai giovani a usare strumenti di IA; occorre insegnare loro a non esserne usati. Bisogna educare alla verifica delle fonti, alla distinzione fra il vero e il verosimile, fra il documento e la sua simulazione, fra la notorietà e l’autorevolezza. Ma occorre anche educare a qualcosa di più antico e più difficile: alla capacità di attenzione, alla lettura lenta, alla memoria storica, alla disciplina dell’argomentazione, al confronto con ciò che contraddice le proprie convinzioni.
La paideia greca non era semplice trasmissione di informazioni. Era formazione dell’uomo nella sua interezza, esercizio della parola, dell’ascolto, della cittadinanza e della misura. Il cristianesimo, pur non cancellando i limiti storici del mondo antico, universalizzò la domanda educativa, legandola alla dignità di ogni persona e alla sua chiamata alla verità. Nel mondo digitale, questa eredità non ha perduto significato: senza formazione umanistica, la competenza tecnica può trasformarsi in una sofisticata incapacità di giudicare.
La Scrittura chiama questo esercizio discernimento. Fin dalle prime pagine della Genesi, la creazione appare come un’opera di separazione: Dio distingue la luce dalle tenebre, le acque dalla terra, il giorno dalla notte. Distinguere non significa dividere arbitrariamente: significa rendere il mondo comprensibile e abitabile. La cultura digitale, invece, tende spesso alla confusione: confonde il volto reale con quello sintetico, la notizia con il suo travestimento, il sapere con il rumore, il consenso istantaneo con la verità.
L’intelligenza artificiale rende questa confusione più potente, perché moltiplica la capacità di produrre linguaggi credibili. Il pericolo non consiste unicamente nella falsità deliberata; consiste nell’erosione progressiva delle condizioni che rendono possibile riconoscere il falso. Una democrazia non può vivere a lungo in un ambiente nel quale ogni immagine può essere sospetta, ogni voce replicabile, ogni fonte contestabile e ogni evidenza relativizzata.
È qui che torna l’antica immagine di Babele. «Venite, costruiamoci una città e una torre la cui cima tocchi il cielo, e facciamoci un nome» (Gen 11,4). La Scrittura non condanna la città, l’arte del costruire o l’ingegno umano. Denuncia piuttosto la volontà di potenza che si cela nella pretesa di autosufficienza: la città non più come luogo della convivenza, ma come monumento alla propria grandezza; la tecnica non più come custodia del mondo, ma come sostituzione del limite e della relazione.
Babele è la tentazione di un’unità senza volto, imposta dall’alto e fondata sul controllo. La Pentecoste, nel racconto degli Atti degli Apostoli, ne è il controcanto. Non cancella le lingue, non dissolve le identità, non uniforma le culture. Al contrario: «ciascuno li udiva parlare nella propria lingua» (At 2,6). L’unità cristiana non è omologazione, ma comunione; non è silenzio delle differenze, ma loro reciproca comprensione.
Questa alternativa possiede un significato geopolitico. L’IA può diventare la nuova Babele, cioè un sistema globale dominato da pochi centri di potere capaci di imporre standard, modelli linguistici, flussi informativi, logiche economiche e dispositivi di sorveglianza. Può accentuare una forma di colonialismo digitale nella quale i Paesi privi di infrastrutture, dati e capacità di calcolo dipendono da tecnologie progettate altrove, alimentando con le proprie informazioni economie che non controllano.
Ma l’IA può anche essere uno strumento di una nuova Pentecoste: può rendere accessibili conoscenze, facilitare la traduzione e il dialogo interculturale, sostenere la ricerca medica, consentire l’inclusione delle persone con disabilità, contribuire alla prevenzione delle catastrofi naturali e all’uso più razionale delle risorse. Il confine fra queste due possibilità non è inscritto nella macchina. Dipende dall’ordine politico e morale entro cui la macchina viene progettata, regolata e utilizzata.
Da questo punto di vista, la riflessione di Leone XIV è un richiamo al multilateralismo. Nessuno Stato, nessuna impresa e nessun blocco geopolitico può decidere da solo le regole di una tecnologia che modifica la condizione umana su scala globale. Il controllo dell’IA richiede cooperazione internazionale, regole condivise, responsabilità delle imprese, tutela dei dati personali, verifiche indipendenti, strumenti di ricorso per i cittadini e attenzione prioritaria ai soggetti più vulnerabili.
La Chiesa non pretende di sostituirsi ai legislatori, ai ricercatori o agli organismi internazionali. Il suo compito è, in un certo senso, più originario: custodire la domanda sull’uomo. Ricordare che la persona non è un archivio di dati; che il corpo non è un supporto secondario; che la libertà non coincide con il numero delle opzioni offerte da una piattaforma; che il valore di una vita non dipende dalla sua utilità; che la verità non può essere ridotta alla sua capacità di circolare.
Paolo pone ai Corinzi una domanda che conserva tutta la sua forza: «Che cosa possiedi che tu non abbia ricevuto?» (1 Cor 4,7). È una domanda decisiva per il nostro tempo. Essa non umilia l’uomo; lo libera dall’illusione di essere autore assoluto di se stesso. Ricorda che la vita è ricevuta, che l’intelligenza è dono e responsabilità, che il potere richiede misura. In questa prospettiva, l’umanesimo cristiano non contrappone il limite alla libertà: mostra che il limite può diventare la forma più alta della responsabilità.
La macchina, si potrebbe dire parafrasando l’insegnamento evangelico sul sabato, è fatta per l’uomo e non l’uomo per la macchina. L’intelligenza artificiale sarà davvero progresso se servirà la cura, la conoscenza, la giustizia e la pace; se allargherà l’accesso alla cultura senza impoverire l’esperienza; se sosterrà il lavoro senza svuotarlo di dignità; se aiuterà a comprendere il mondo senza pretendere di decidere al posto dell’uomo.
La questione che Leone XIV pone all’UNESCO, in definitiva, non riguarda il giorno in cui le macchine sembreranno parlare come noi. Riguarda il giorno — forse già presente — in cui gli uomini smetteranno di interrogarsi su ciò che li rende diversi dalle macchine. Lì comincia la vera posta in gioco: non il futuro della tecnologia, ma il futuro dell’umano.

