di Klarida Rrapaj
Dal congresso del CNOP a Roma, una riflessione sulle opportunità dell’intelligenza artificiale, sui rischi della dipendenza emotiva e sul valore della relazione nella salute psicologica.
L’intelligenza artificiale è entrata nelle nostre vite con una rapidità che spesso supera il tempo necessario per comprenderne le conseguenze. La utilizziamo per lavorare, studiare, cercare informazioni e, sempre più frequentemente, anche per raccontare le nostre difficoltà personali. Ma cosa accade quando una macchina diventa un interlocutore al quale affidiamo emozioni, paure e fragilità?
È una delle questioni centrali affrontate durante il congresso «IA: Intelligenza artificiale: quo vadis?», organizzato dal Consiglio Nazionale dell’Ordine degli Psicologi in occasione della Giornata Nazionale della Psicologia, svoltosi il 10 ottobre a Roma.

Una giornata di confronto tra psicologi, ricercatori, giuristi ed esperti di nuove tecnologie, che ha posto al centro non soltanto le opportunità dell’innovazione, ma soprattutto le sue implicazioni per la salute psicologica, le relazioni umane e la responsabilità professionale.

Tra gli interventi più significativi, quello della professoressa Luigia Carlucci Aiello, che ha ripercorso la storia dell’intelligenza artificiale richiamando ELIZA, il programma sviluppato negli anni Sessanta capace di simulare una conversazione psicoterapeutica. Già allora emergeva un fenomeno interessante: le persone potevano attribuire alla macchina una capacità di comprensione che il sistema non possedeva realmente.
Oggi gli strumenti sono molto più sofisticati. Le risposte appaiono naturali, coerenti, talvolta persino empatiche. Tuttavia, saper formulare una risposta appropriata non equivale necessariamente a comprendere l’esperienza emotiva di chi parla.
È proprio questa distinzione che, dal punto di vista psicologico, merita particolare attenzione.

Nel corso del congresso, il professor Giuseppe Riva e il dottor Luca Bernardelli hanno approfondito le trasformazioni introdotte dalle tecnologie digitali nei comportamenti e nelle relazioni. Un aspetto particolarmente delicato riguarda il crescente utilizzo dell’intelligenza artificiale come interlocutore emotivo, al quale chiedere conforto, rassicurazione e, in alcuni casi, persino un sostegno assimilato a quello psicologico.

La possibilità di ricevere risposte immediate, senza sentirsi giudicati e senza dover affrontare le difficoltà di una relazione reale, può risultare rassicurante. Ma questa apparente semplicità solleva un interrogativo: stiamo utilizzando la tecnologia per ampliare le nostre possibilità di comunicazione oppure, talvolta, per evitare la complessità dei rapporti umani?
Nella relazione terapeutica, comprendere una persona non significa necessariamente darle ragione. Significa anche accompagnarla a riconoscere le proprie contraddizioni, affrontare emozioni difficili, tollerare la frustrazione e sviluppare nuove prospettive.
Un sistema conversazionale che tende a confermare le convinzioni dell’interlocutore può offrire un sollievo momentaneo, ma non per questo favorisce un autentico processo di elaborazione psicologica.
La questione diventa ancora più importante quando riguarda gli adolescenti. Le nuove generazioni crescono in ambienti digitali nei quali la tecnologia partecipa alla costruzione dell’identità, alle relazioni sociali e alle modalità di espressione emotiva. L’intelligenza artificiale introduce un ulteriore elemento: non si limita a proporre contenuti, ma dialoga, risponde e può simulare una forma di vicinanza personale.
Per un ragazzo che vive una condizione di isolamento, insicurezza o difficoltà relazionale, questa disponibilità continua può diventare particolarmente significativa. Il rischio non riguarda semplicemente l’utilizzo dello strumento, ma la possibilità che esso sostituisca progressivamente occasioni di confronto, reciprocità e appartenenza.
Per questo la prevenzione non può limitarsi a stabilire regole sull’utilizzo dei dispositivi. Occorre educare a riconoscere la differenza tra una risposta automatizzata e una relazione, aiutando i giovani a sviluppare autonomia, pensiero critico e competenze emotive.
Durante la sessione dedicata all’etica e alla deontologia, con gli interventi di don Alessandro Picchiarelli e del professor Sergio Salvatore, il confronto ha richiamato anche la necessità di tutelare la riservatezza, la dignità e la vulnerabilità delle persone.
Le opportunità dell’intelligenza artificiale sono concrete: può sostenere la ricerca, facilitare l’organizzazione dei servizi, contribuire all’analisi di informazioni complesse e migliorare alcuni processi professionali. Ma la sua efficacia non può essere valutata soltanto in termini di rapidità e prestazioni.
In ambito psicologico, ogni innovazione deve essere accompagnata da competenza, supervisione umana, attenzione alla protezione dei dati e responsabilità nelle decisioni.
Partecipando al congresso, una delle riflessioni che ho ritenuto più importanti riguarda proprio il significato che attribuiamo al progresso. Ci interroghiamo continuamente su ciò che l’intelligenza artificiale sarà capace di fare, ma forse dovremmo domandarci anche quali capacità umane rischiamo di esercitare sempre meno.
Ascoltare senza interrompere, sostenere l’incertezza, riconoscere la sofferenza dell’altro e restare presenti anche quando non esiste una risposta immediata sono capacità che richiedono tempo, esperienza e responsabilità emotiva.
Come psicologa clinica, ritengo che la sfida non sia difendere la professione dall’innovazione tecnologica, ma comprendere come integrarla senza impoverire la qualità della relazione e senza delegare a un algoritmo ciò che richiede giudizio clinico e responsabilità umana.
L’intelligenza artificiale continuerà a evolversi e a trasformare molti aspetti della nostra vita. La psicologia ha il compito di contribuire a orientare questo cambiamento, non soltanto attraverso la ricerca e la competenza scientifica, ma anche attraverso una riflessione sul significato della cura.
Perché la domanda più importante, forse, non è se un giorno le macchine saranno capaci di assomigliarci sempre di più, ma se noi continueremo a riconoscere il valore di ciò che ci rende profondamente umani.

