di Rosario Sprovieri.
C’è una sfumatura di profonda meraviglia che, nelle giornate di sabato 3 e domenica 4 ottobre 2026, si appresta ad avvolgere lo storico quartiere romano di San Lorenzo. Tra le ferite ancora visibili dei palazzi sopravvissuti ai bombardamenti del 1943, Villa Mercede si rivela come un cameo prezioso, un’oasi di pace pronta a trasformarsi nel palcoscenico di un’utopia concreta e condivisa attraverso l’atto conclusivo di “Villa Mercede in Fiore — Il Giardino che Respira”, un progetto straordinario ideato dall’associazione Inter-Orto APS in collaborazione con Zètema Progetto Cultura e promosso da Roma Capitale.
Per precisione dobbiamo riconoscere che non ci troviamo di fronte una semplice mostra di giardinaggio urbano, ma a un autentico atto di resistenza di una comunità, una vera restituzione sociale che, in questo tempo presente, troppo spesso frammentato e distratto dall’isolamento digitale virtuale, risponde all’urgenza sociologica del rigenerare “capitale sociale” attraverso il contatto primordiale con la terra.
Curare piccoli spazi verdi, assecondando i ritmi e le regole degli ecosistemi spontanei, è così che l’idea diventa così un modello di cooperazione solidale, in cui un piccolo spazio di un parco pubblico, smette di essere un semplice luogo di transito e svago per farsi bene comune, custodito e vissuto dal calore del vicinato.
Questa vocazione all’incontro affonda le sue radici nella memoria più profonda del rione, da sempre rifugio e cenacolo di intellettuali: a pochi passi da Villa Mercede, tra i tavoli dell’antica trattoria Da Pommidoro a Piazza dei Sanniti, risuonavano un tempo le discussioni accese tra Alberto Moravia, Elsa Morante e Pier Paolo Pasolini, che proprio qui consumò la sua ultima cena, con l’amico attore Ninetto Davoli, poche ore prima del suo tragico epilogo. È sicuramente questo stesso magnetismo viscerale spinse il poeta Renzo Paris a dichiararsi affetto, nel 1979, da una dolce e incurabile “sanlorenzite”.
Ma qui a San Lorenzo le sue adiacenze industriali sono state anche epicentro per il “Gruppo di Portonaccio”, quel miracoloso sodalizio artistico e letterario del dopoguerra che ebbe come vate ispiratore, niente poco di meno che: Giuseppe Ungaretti. Dalla sua cattedra della vicina Università La Sapienza, il grande poeta prese sotto la sua ala quel manipolo di giovani talenti che abitavano in quelle “case colpite dalla guerra”, facendo sì che i versi di Elio Filippo Accrocca, Giacomo Di Raimo e Luciano Luisi dialogassero con il realismo aspro di un manipolo di pittori come: Renzo Vespignani, Marcello Muccini e Graziella Urbinati, che riuscirono ad attirare, nelle frequentazioni romane, anche il maestro friulano Giuseppe Zigaina, che poi divento uno dei più assidui collaboratori di Pasolini.
L’evento di questo fine settimana rappresenta il culmine di un racconto continuo durato mesi e strutturato come i grandi cicli della letteratura bucolica, iniziato con la fase de “Le Radici” dedicata al radicamento antropologico con letture all’ombra dell’olivo, nel segno della paideia virgiliana, proseguito ad agosto con “La Cura” in cui lo studio dell’etno-botanica ha abbracciato la filosofia del “Terzo Paesaggio” di Gilles Clément per celebrare la biodiversità e poi, giunto a settembre alla “Fioritura”. Ora ci si ritrova tutti qui per la una “nuova semina” per sancire definitivamente l’alleanza vera tra la “scuola e il vicinato” proprio fra i solchi di quella pedagogia della cooperazione di Paulo Freire.
Questo legame indissolubile con la cultura e l’educazione trova oggi una bella occasione di valorizzazione e dibattito, per la presenza della biblioteca comunale, situata nei villini del parco intitolata nel 2017 al professor Tullio De Mauro, che della democratizzazione della parola e del sapere fece la sua prima ragione di vita. Il fine settimana si prospetta come una perfetta sintesi tra divulgazione scientifica e democrazia partecipativa, a partire da sabato, quando l’attenzione principale sarà interamente rivolta allo studio della terra, della materia organica e delle tecniche di pulizia delle erbe spontanee infestanti, qui si avrà modo di conoscere e fare la “permacultura” che poi è una chiave pratica con cui ricucire i legami di prossimità delle famiglie. Durante la domenica il focus si sposterà invece sui principi dell’agricoltura sintropica (sintropia che è la forza della vita che accumula, organizza e ordina ogni energia).
Ogni cittadino sarà chiamato a esprimere la propria opinione e le proprie proposte per il futuro del parco, firmando un vero e proprio patto di cittadinanza attiva, per la gestione condivisa dei beni comuni. L’invito di Inter-Orto diventa quindi una chiamata a riscoprire il senso profondo del vicinato, poiché continuare ad abitare questo spazio verde ancora oggi significa anche fare i conti e ricordare il fantasma dolente del bombardamento del 19 luglio 1943, impresso indelebilmente da Elsa Morante nelle pagine del suo capolavoro “La Storia”.
Camminare tra le stesse strade che videro i passi di Iduzza e Useppe oggi trasforma Villa Mercede in un poetico risarcimento di bellezza, un luogo unico sottratto “all’inferno dei viventi”, per dirla, come fece Italo Calvino nelle sue Città invisibili, in cui la memoria dei grandi del passato, si fa linfa vitale per l’affetto verso i luoghi e per la responsabilità collettiva, che è ancora l’anima del nostro presente.
