di Emanuele Mariani
La poesia del grande letterato giurista, Corrado Calabrò,narrata e vissuta attraverso i libri della professoressa Fabia Baldi, ha apertol’anno rotariano del Rotary club Roma Aniene (Rotary International – Distretto 2080) ed è stata tratteggiata inuna conferenza magistrale, tenutasi, il 6 ottobre 2026, presso l’hotel The Hive di Roma, seguita, a conclusione, da una cena conviviale.
All’incontro hanno preso parte, con le loro relazioni, oltre alla stessa professoressa Fabia Baldi, presidente del Rotary Club Roma Aniene (Rotary International – Distretto 2080) A.R. 2026-27, ed il giurista-poeta, Corrado Calabrò, Giuseppe Manica, già Dirigente culturale Ministero Affari Esteri e Direttore di Istituti di cultura, la scrittrice e critico letterario, Annella Prisco, la giornalista ed editor, Mary Attento, con Sara Iannone,vicepresidente del Rotary Club Roma Aniene (Rotary International – Distretto 2080), in veste di moderatrice.
Da tutti i relatori, è stato messo in evidenza come i versi diCorrado Calabrò rappresentino un linguaggio universale che parla a tutte le generazioni.
La poesia incarna quell’alto momento culturale con il quale ergersi verso l’infinito ed arrivare ad una pace condivisa in un nuovo ordine mondiale. Questo è stato il filo conduttore della prestigiosa serata conviviale organizzata dal Rotary Club Roma Aniene (Rotary International – Distretto 2080).
Tutti gli affermati esperti hanno accompagnato il pubblico all’interno di questo importante percorso in cui la valorizzazione poetica e culturale si è fatta impegno sociale e diplomatico. La poesia di Corrado Calabrò, poeta italiano più tradotto al mondo, si presta dunque a veicolare a livello internazionale il messaggio di cultura come ambasciatrice di pace.
L’appuntamento è stato perfettamente in linea con la missioninternazionale del Rotary, che individua nella condivisione culturale lo strumento supremo per abbattere i conflitti, superare le barriere linguistiche e promuovere la comprensione e l’armonia tra i popoli.
La lirica di Corrado Calabrò si lega indissolubilmente con gli ideali di fratellanza universale. I suoi versi, che fondono l’esattezza della scienza e della fisica quantistica con la classicità del mito, hanno superato ogni confine geografico e politico per esplorare le domande fondamentali dell’esistenza.
Il tratto distintivo della poetica di Corrado Calabrò, attraverso l’analisi che emerge dagli autorevoli testi di Fabia Baldi, è stato puntualmente rimarcato, in particolare, dall’ampia dissertazione della giornalista ed editor Mary Attento, per la quale nella poetica di Calabrò si determina quel profondo dialogo culturale che abbraccia cinque settori della sua proverbiale opera che spazia dall’amore vissuto in tutte le sue forme e sfaccettature, fino al contatto forte con il mare (che il poeta ha vissuto intensamente come nuotatore appassionato) fino ad un “Altrove” dove si ricerca la felicità che appaga e fa ritorno inevitabilmente al primigenio eros che è stato oggetto anche della dissertazione conclusiva dello stesso Calabrò.
Questi straordinari percorsi poetici li hanno rilevati anche gli autorevoli interventi del dirigente del MAECI, Giuseppe Manica e della scrittrice e critico letterario, Annella Prisco, componente della giuria del Premio Strega.
E’ stato evidenziato come la poesia non sia un mero esercizio accademico, ma una forza viva e pacificatrice. Attraverso i versi poetici di Corrado Calabrò si ha la possibilità di toccare le corde dell’assoluto unendo il sentire di ognuno in appartenenza e reciproca empatia.
La scrittrice e saggista e Presidente del Rotary Club Roma Aniene (Rotary International – Distretto 2080), professoressaFabia Baldi ha presentato la sua profonda visione critica dell’opera di Corrado Calabrò, poeta, giurista e più volte candidato al Premio Nobel attraverso i suoi tre saggi: “L’altrove nella poetica di Corrado Calabrò”, “Corrado Calabrò un moderno wanderer tra mare e stelle” e “La ricerca della felicità: il mondo come seduzione nella poetica di Corrado Calabrò“.
Nel racconto di Fabia Baldi, l’opera di Calabrò si è rivelata come una ricerca incessante della felicità e un inno alla seduzione del mondo – alla bellezza, alla natura e all’amore – intesa come unico vero antidoto al disorientamento e alla disgregazione del nostro tempo.
Nel corso della conviviale del Rotary Club Roma Aniene(Rotary International – Distretto 2080), il dialogo intellettuale tra il cosmo di Calabrò e lo specchio critico di Fabia Baldi si è tradotto così nella riaffermazione della cultura e della parola poetica come strumenti attivi e necessari per disinnescare le tensioni della modernità, tessere reti di solidarietà e costruire, giorno dopo giorno, una duratura architettura di pace.
Tra i graditissimi e pregiatissimi ospiti anche il colonello Francesco Laurenzi, meteorologo, volto noto della tv.
Nel corso della serata, la Presidente del Rotaract Club Roma Aniene 2026-2027 (Rotary International – Distretto 2080),Mihaela Brinza ha illustrato i progetti in corso e futuri per l’annorotariano appena agli inizi.
Fabia Baldi ha poi avuto, nella sua relazione e testi, il merito e la sensibilità di mettere subito a fuoco l’aspetto fondamentale dell’opera e della figura umana di Corrado Calabrò: egli è un autore che possiede le moltitudini.
Non esiste una formula unica in cui ridurre o per lo meno contenere un autore così polimorfo, allo stesso tempo sia rivoluzionario sia attento e rispettoso delle tradizioni: Calabrò è il percorso progettuale e propositivo della modernità che ci aspetta dietro l’angolo, ma è anche la memoria dell’ineguagliabile passato di oltre ventisei secoli di culto della poesia da cui noi discendiamo.
Fabia Baldi, con fine acume e intelligenza interpretativa, ha delineato, in queste auree pagine di commento, un percorso complessivo del pensiero estetico-poetico di Corrado Calabrò, nel segno dell’opera del letterato giurista, in particolare nella sua opera dal titolo: «Quinta dimensione. Poesie scelte 1958-2018», quale spostamento dell’asse ispiratore e aprendo nuovi slarghi d’orizzonte ad una tensione lirica, che si ammanta di suggestioni scientifiche e filosofiche.
Consacrati a un susseguirsi di visioni oniriche si procede tra opposizione e identità dei contrari nel tentare di comprendere la condizione del divenire umano e universale. In una incessante vitalità di movimento, la nozione del tempo viene azzerata, penetrando verso una situazione di distacco dalla realtà immanente, che ha in sé principio e fine.
Passato, presente e futuro si fondono sinteticamente in un oblio misterico, a cui solamente la parola vaticinante del poeta, ovvero il suo canto di verità, sapienza e giustizia, permette di eludere il silenzio di una civiltà ormai in crisi. Ma l’oracolo non tace. Mare, eros, astri, inconscio, trasposizione e metamorfosi sono alcune delle tematiche ricorrenti nella scrittura di Corrado Calabrò, che nel volume offre al lettore un’auto-antologia della sua sessantennale produzione lirica. Ai testi in versi sono inoltre aggregate due significanti riflessioni dell’autore: un’esaustiva nota al poemetto Roaming, dedicato all’impatto di un asteroide sulla Luna che fa sobbalzare la Terra, scaturito nella condizione di estatico rapimento in perfetta sintonia con il De rerum natura di Lucrezio, e l’intensa, compatta e intrigante postfazione dal titolo «C’è ancora spazio, c’è ancora senso per la poesia, oggi?».
Nato a Reggio Calabria, il 13 gennaio 1935, Corrado Calabròa 18 anni termina il liceo classico al Tommaso Campanella meritando il “Premio Alecce” destinato alla migliore pagella d’Italia. A 22 anni, si laurea in Giurisprudenza nel giugno 1957,all’Università degli Studi di Messina, col massimo dei voti e la lode.
Calabrò è stato magistrato prima della Corte dei Conti e poi, accedendo sempre per concorso e classificandosi al primo posto, in quella del Consiglio di Stato, dal 1968 e fino al 2008, del quale,nel 1976, è diventato presidente di sezione. In particolare, proprio nel luglio del 1976, per la sua azione in occasione dell’incidente dell’industria chimica ICMESA (la fuoriuscita nell’atmosfera della sostanza tossica diossina che investì una vasta area di terreni dei comuni limitrofi della bassa Brianza, particolarmente quello di Seveso, con pesanti conseguenze su persone e animali) gli è stata conferita la medaglia d’oro al merito della sanità pubblica, ricorrendo quest’anno il cinquantesimo.
Nell’organismo di vertice della giustizia amministrativa ha esercitato le sue funzioni sia nelle sezioni giurisdizionali che in quelle consultive ed è stato anche addetto al Consiglio di giustizia amministrativa per la Regione Siciliana, l’organismo di secondo grado della giustizia amministrativa nell’ordinamento a statuto speciale dell’isola. Dal 1990 è stato presidente aggiunto della Terza sezione del Consiglio di Stato, passando alla Quinta nel 1996.
L’anno successivo è diventato presidente titolare della III sezione, incarico mantenuto fino al 31 dicembre 2000. Nel luglio del 1999 è stato eletto presidente dell’Associazione magistrati del Consiglio di Stato, incarico che ha conservato fino al settembre del 2001. Il 1º gennaio 2001 è diventato presidente titolare della Sezione per gli atti normativi. Il 1º ottobre dello stesso anno è diventato presidente del Tribunale amministrativo regionale del Lazio, presiedendo anche la I sezione, che si occupava della funzione pubblica nell’economia e in particolare dell’Antitrust, della Consob, della Banca d’Italia, della Presidenza del Consiglio e del Ministero della Giustizia. Presidente aggiunto del Consiglio di Stato nel 2008. Presidente onorario del Consiglio di Stato dal 2009.
Le sue sentenze sul giudizio di ottemperanze e sulla legittimazione ad agire (cd chiunque) hanno innestato una svolta decisiva nella giurisprudenza.
Calabrò ha ricoperto numerosi incarichi anche nella pubblica amministrazione. Dal 1963 al 1968 ha seguito Aldo Moro alla presidenza del Consiglio dei ministri, guidando la segreteria tecnico-giuridica di Palazzo Chigi. Negli anni successivi è stato capo di gabinetto dei ministeri del Bilancio, del Mezzogiorno, della Sanità, dell’Industria, dell’Agricoltura, della Marina mercantile, delle Poste e telecomunicazioni, della Pubblica istruzione e dell’università, delle Politiche comunitarie e delle Riforme istituzionali. Consigliere giuridico del Ministro degli Esteri dal 1969 al 1972 e successivamente Capo dell’Ufficio legislativo dei Ministeri del Bilancio e del Tesoro.
Dal 2002 al 2005 è stato Presidente del Comitato consultivo permanente per il diritto d’autore.
Letterato e giurista di chiara fama (specialista di diritto del lavoro e di diritto amministrativo, autore di alcuni saggi in materia), Calabrò, che ha guidato da Presidente, l’Agcom dal maggio 2005 al luglio 2012, ha pubblicato più di venti opere letterarie. Tra i riconoscimenti, su proposta dell’Accademia delle Scienze di Kiev, l’Unione astronomica internazionale ha deciso di chiamare col suo nome un asteroide (291855 Calabròcorrado) con la motivazione di aver contribuito a rinnovare il connubio fra poesia e scienza.
Per la sua opera letteraria, l’università Mechnikov di Odessa, l’università Vest Din di Timișoara e l’università statale di Mariupol gli hanno conferito, rispettivamente nel 1997, nel 2000 e nel 2015, la laurea honoris causa. Nel 2016, l’università Lusófona di Lisbona gli ha attribuito il Riconoscimento Damião de Góis. Al suo libro spagnolo, Acuérdate de olvidarla, è stato conferito il Premio Internacional de Literatura “Gustavo Adolfo Bécquer” 2015.
Calabrò è Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine al merito della Repubblica italiana (dal 1987), Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine Costantiniano di San Giorgio.
La sua biografia poetica parte dal volume di versi Prima attesa scritto fra i diciotto ed i vent’anni e pubblicato nel 1960 da Guanda. Seguono altre diciotto opere, raccolte in un Oscar Mondadori dal titolo Una vita per il suo verso.
Non può sfuggire il doppio significato poetico e direzionale della parola, che rivela in Corrado Calabrò una sorprendente capacità di inserirsi, da protagonista, in differenti situazioni di vita.
Lo dimostra anche il suo ultimo prodotto letterario: Dimmelo per SMS, una serie di poesie in tre versi che risultano essere usatissime dai giovani per i loro “messaggini”.
Delle sue poesie sono in circolazione vari compact disc con le voci di Achille Millo, Riccardo Cucciolla, Giancarlo Giannini, Walter Maestosi, Paola Pitagora, Alberto Rossatti, Daniela Barra.
Numerose sono le trasposizioni teatrali e musicali dei suoi versi, di cui una in musica sinfonica, con recital in una trentina di città, anche all’estero. Le sue poesie sono state tradotte in ventiquattro lingue ed il suo poemetto Myconos, nella versione greca, è stato trasposto in musica con prima rappresentazione all’Auditorium di Santa Cecilia in Roma. Il suo romanzo Ricorda di dimenticarla fu finalista nel 1999 del Premio Strega.
Tra i suoi componimenti, il mare è, però, l’elemento primordiale che più affascina il poeta e proprio Calabrò, in occasione della serata rotariana, ha letto una sua straordinaria lirica in tema. Nel desiderio di nuotarlo interamente, di possederlo, e, nel contempo, persino di divenirne parte unica. Qui si accede al motivo dell’elemento marino quale metafora del viaggio esistenziale, di cui si vorrebbe intuire la rotta, almeno minime tracce per proseguire la navigazione. Scrive Seneca: «Non esiste vento favorevole per il marinaio che non sa dove andare». La percezione dell’oggetto in movimento diviene allora immaginaria senza concepire l’interezza del tempo, inafferrabile se non s’intuiscono tutte le linee di probabilità contenute nella funzione d’onda. Lo stato emotivo, quindi, si addensa a guisa di spostamento teso al desiderio inevaso della nostalgia nella sua costante parzialità come si legge nella poesia «Mi manca il mare»: «Se non sognassi non avrei un passato/ Non appartiene al navigante il mare/ che ha solcato/ Non trattiene chi nuota/ altro che il sogno/ del mare che ha abbracciato».
Fra le sue poesie, legate al mare, ecco il “Vento di Myconos” dove rievoca la sue imprese di giovane nuotatore: “Nuotavo e nuotavo cercando di non guardare l’orologio al polso; dal movimento del sole capivo che ero nell’acqua da molte e molte ore…Mi ricordai di quando, da bambino, vidi protese nell’acqua ai miei piedi, le case d’oltremare di Messina…”
E’ chiaro l’accenno al fenomeno della “fata morgana”, il miraggio che consente di osservare dalle coste reggine (in caso di mare calmissimo, di tempo sereno e di decisa inversione termica) la città di Messina che sulle acque dello stretto si specchia.
Calabrò, che in gioventù è stato un grande e promettente nuotatore e sportivo, dimostra il suo eclettismo.
In occasione delle Olimpiadi, spesso si suole recitare questa sua lirica:
Olimpiadi – Fermare nell’attimo il tuo tempo …Sei tu l’avversario di te stesso. Férmati, giovinezza, férmati un attimo, férmati giovinezza oltre la vita! S’è spento lo scroscio degli applausi, lo stadio si svuota quietamente. Dura meno d’un battito del cuore, un attimo. Ma per l’ultimo limite dell’uomo, forever è il mito di Pindaro, trattengono il respiro dall’Olimpo gli Dei.
I Giochi Olimpici hanno sempre affascinato Corrado Calabrò. un saggio rimasto ragazzo, con la capacità continua a provare nuove emozioni, ma anche uno dei più eminenti “servitori dello Stato” (quelli che in Francia chiamano le grandes commis de l’Etat) e, nel contempo, poeta di altissimo valore.
Lo stesso fondatore dei Giochi Olimpici Moderni, il barone Pierre Fredy de Coubertin che nell’VIII capitolo delle sue Memoires Olympiques afferma che i Giochi Olimpici non sono dei semplici campionati mondiali ma soprattutto “la festa quadriennale della gioventù internazionale, della <primavera umana>… di tutte le forme dell’attività giovanile” e fra queste la letteratura, la poesia, la pittura, la scultura, la musica.
Riuscì durante la Conferenza del 1906 ad Atene a far approvare l’idea e finalmente nel programma olimpico vennero inclusi i concorsi artistici e culturali. Probabilmente lo sanno tutti, ma vale la pena ricordare che il primo vincitore fu proprio de Coubertin che nel 1912 presentò, sotto pseudonimo, l”Ode allo sport”.
Fra gli Italiani vennero premiati, nel corso degli anni, i vari Luciano Mercante (1936 – Medaglia); Farpi Vignoli (1936 – scultura); Romano Dazzi (1936- acquarello); Giovanni Pellegrini (1912 – pittura); Lauro De Bosis (1928- letteratura) e la piazza a lui intitolata è sede del CONI; Gianni Stuparich (1948 – epica); Raniero Nicolai (1920 – letteratura); Bruno Fattori (1936 – lirica); Sergio Lauricella (1948- musica per strumentisti); Lino Liviabella (1932 – composizione orchestrale); Gabriele Bianchi (1948 – canto per solista e coro); Riccardo Barthelemy (1912 – Marcia trionfale olimpica); Oreste Riva (1928 – Marcia trionfale).
Le Competizioni artistiche cessarono con i Giochi di Londra del 1948: pensiamo che il Fondatore dei Giochi avrebbe letto ora con compiacimento i versi di Corrado Calabrò.
Un giovane che non teme il mare ed anzi l’affronta e lo doma quando sembra, o addirittura è, più aggressivo. Un uomo che ha saputo per tutta la vita sfidare e tentare di sollevare i pesi sempre più ardui. Dove ha maturato questa capacità di battersi con gli altri e soprattutto contro se stesso? Ce lo rivela in un sereno rievocativo racconto.
“Da ragazzo volevo praticare il pugilato. Mi presentai in una palestra di boxe ed il Maestro mi disse: Hai un bell’allungo ma ti mancano i muscoli, fai un po’ di pesistica. Mi rivolsi allora alla Fortitudo 1903 dove il professor Giuseppe Pellicone aveva introdotto, accanto alla primigenia ginnastica ed alla lotta, il sollevamento pesi. Mi appassionai, si trattava di un esercizio che mi stimolava. E’ uno sport nel quale per primo devi superare te stesso ed il tuoi limiti”.
E questo concetto apre proprio la sua ode dedicata ai Giochi: sei tu l’avversario di te stesso! E in quell’attimo in cui raggiungi il tuo massimo hai il dono di fissare la giovinezza e renderla eterna.
Così sull’albo d’oro dei primati calabresi di slancio figura, datato 1957, il 142,500 di Corrado Calabrò. Che si fece onore insieme ai suoi compagni di squadra (con lui, mediomassimo, agivano il peso gallo Luigi Albanese, il piuma Michele Salazar, il medio Franco Musolino, il massimo Domenico Tramontano). Una squadra che fece epoca e che vide la Fortitudo Reggio Calabria 1903 trionfare, fra l’altro, nel Trofeo nazionale intitolato al grande Carlo Galimberti.
Il promettente Calabrò venne notato anche da Ermanno Pignatti, che lo seguì con notevole attenzione, soprattutto quando Corrado si trasferì a Roma per lavoro e si tesserò per l’Audace. Si allenava con i più bravi, nel giro della Nazionale frequentava anche il grandissimo Sebastiano Mannironi. Faceva parte della rosa degli aspiranti alla qualifica di probabile Olimpico per i Giochi di Roma.
“Ma nel 1959 mi sposai e praticamente smisi di frequentare la palestra. Non persi però neanche una delle finali olimpiche al Palazzetto Nervi. Fui ammirato soprattutto dalle imprese di Yuri Vlasov, olimpionico con il record mondiale…”
È perciò inconsciamente che Calabrò sorprende il lettore per la propria capacità di inserirsi tra l’umano ed il trascendente onde trasformarsi in voce collettiva. Meglio ancora, in phármakon,ossia medicamento, talismano, rimedio, filtro.
La trasmutazione si affaccia così in visionaria bramosia di eros nella lirica «Quinta dimensione», che dà il titolo all’auto-antologia: «…/ Per tutto questo tempo t’ho cercata/ — chi sa perché —/come un bambino, altrove./ Rode come la brace/ la calce viva che mi porto dentro/ e che, per sopravvivere, divora/ le cellule nervose in cui è incarnato/ il segno a fuoco della tua presenza. S’è fatto indistinguibile il divario/ tra di essa e l’immagine riflessa,/ che s’allunga all’indietro nello specchio/ via via che si consuma la candela».
E ancora Calabrò prosegue cancellando ogni volontà di estrema solitudine, isolamento, fuga o selvaggia sparizione nell’agognata bilocazione: «Unica chance,/se ti voglio seguire,/ è inoltrarmi a ritroso, contro senso,/ nel vuoto di memoria del futuro./ Bisogna oltrepassare, come Alice,/ la lastra riflettente di cristallo/ e senza aprirla varcare la porta/ per cui s’accede alla quinta dimensione./ Forse da dentro mi aspetti a quel varco:/ recessivi / sugli estremi planari dell’inconscio,/ come la sorte s’aprono i tuoi occhi».
Questa lirica andrebbe necessariamente pronunciata a voce alta, energica e vivida quanto è già nella tessitura orale. Un andamento che sta sullo stesso piano di alcuni passi di Omero, Esiodo, Simonide, Pindaro, dei maggiori tragici greci, di Virgilio, Ovidio e Dante.

