Tra burocrazia ministeriale e marketing d’assalto ecco la farsa del prezzo bloccato durata solo nove giorni che si trasforma nella cronaca di una beffa annunciata ai danni degli automobilisti.
Dal 6 ottobre il gasolio è tornato a gravare ulteriormente sulle tasche degli italiani. Ma la vera questione che indigna non sono i 6 centesimi di aumento in sé, quanto i disinvolti giochi delle parti messi in atto a spese dei cittadini. A bruciare di più in queste ore è la sensazione di essere stati usati come pedine in una partita doppia giocata tra le lentezze calcolate della burocrazia e il cinismo del marketing aziendale.
Il ritorno alla tassazione ordinaria sui carburanti scattato puntuale alla scadenza degli sconti fiscaliha fatto saltare lo scudo del “tetto massimo” svelando un cortocircuito perfetto dove Stato e colossi dell’energia si rimpallano le responsabilità.
La cronaca di un rincaro annunciato
Il calendario del rientro progressivo delle accise era noto a tutti. Il Consiglio dei Ministri lo aveva definito chiaramente già da metà settembre fissando per il 5 ottobre il termine ultimo dell’agevolazione di 6,1 centesimi al litro. Non c’erano sorprese e non c’erano imprevisti ed anche il meccanismo delle “accise mobili” sbandierato dalla politica come il paracadute automatico che avrebbe usato l’extragettito IVA per sterilizzare i rincari alla pompa si è inceppato all’ultimo chilometro.
Mentre i prezzi salivano dal Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica arrivava l’ammissione più amara che nessun decreto attuativo è stato firmato in tempo a cui si è Aggiunto il viceministro Leo che confermava che il governo sta “studiando” le eventuali misure da adottare. La burocrazia ministeriale è riuscita nell’incredibile impresa di farsi sorprendere da una scadenza che essa stessa aveva programmato settimane prima lasciando i cittadini senza protezione nel giorno del rincaro.
Il miraggio dei trenta giorni e la finta concorrenza
In questo vuoto istituzionale si inserisce la parabola del “tetto massimo” a 2,19 euro al litro introdotto da Eni. Presentata in pompa magna il 25 settembre l’iniziativa era stata accolta con sollievo dagli automobilisti avvolti da una narrazione che prometteva una certezza e uno scudo psicologico per almeno trenta giorni.
La realtà dei fatti si è rivelata molto più effimera perché quel tetto massimo è durato appena nove giorni. La compagnia energetica sapeva perfettamente fin dal 16 settembre che senza un nuovo intervento del Governo le accise sarebbero tornate piene. Ha così inserito nei propri comunicati una clausola tecnica che legava la validità del prezzo calmierato alle agevolazioni allora in vigore. Unamossa legalmente inattaccabile ma comunicativamente ambigua e alla portata di pochi che ha permesso di incassare un enorme ritorno d’immagine e di posizionamento commerciale.
Un posizionamento che svela la straordinaria asimmetria del mercato: quando si è trattato di fissare il tetto verso il basso, gli altri grandi player del settore hanno seguito l’iniziativa con estrema ritrosia e lentezza; al contrario, è bastato il breve arco di una mezza giornata per vedere quegli stessi concorrenti allinearsi in modo fulmineo nell’adeguamento al rialzo non appena lo scudo è saltato.
Ecco quindi puntuale il tetto di riferimento che è stato così ritoccato verso l’alto a 2,25 eurotrascinando l’intero comparto.
I disinvolti giochi sulla pelle dei cittadini
L’intera operazione si trasforma così in uno specchio opaco che mette a nudo i limiti e la disinvoltura di entrambi gli attori in gioco. Non è una questione di decimali o di calcoli matematici alla pompa di benzina ma una questione di rispetto dei cittadini con da un lato l’inefficienza e la disorganizzazione di una macchina statale che promette tutele e poi si dimentica di firmare i decreti tempestivi e dall’altro il cinismo di un mercato degli idrocarburi pronto a fare cartello immediato quando c’è da guadagnare ma al solito altrettanto lenti quando si tratta di tutelare il potere d’acquisto dei consumatori.
Il cittadino si ritrova ancora una volta nell’infausto ruolo di spettatore pagante che viene schiacciato tra i ritardi calcolati della burocrazia e la furbizia promozionale delle grandi imprese trovandosi unica vera vittima di un gioco delle parti che voluto o non voluto conta poco, per cui il tetto non è solo crollato ma ha finito per travolgere per l’ennesima volta la fiducia dei cittadini prossimi elettori.

