di Marco Pagliaro
Ci sono confini che il diritto penale non dovrebbe mai varcare, perché farlo significa smarrire la bussola della ragione e trasformare il sistema della giustizia in una lotteria imprevedibile. L’ultima, inquietante deriva che affiora nel dibattito pubblico e nelle aule giudiziarie riguarda la tentazione – sempre più frequente da parte di alcune strategie di parte – di riqualificare la colpa medica in omicidio volontario, invocando la figura del dolo eventuale. Un’ipotesi giuridicamente fragile e antropologicamente inaccettabile.
Il confine smarrito tra errore e intenzione
Il medico non è un sicario che agisce nell’ombra, né un soggetto che scommette cinicamente sulla distruzione della vita umana. Il medico è colui che, per definizione e per mandato costituzionale e deontologico, combatte contro il limite biologico, affrontando ogni giorno l’imprevedibilità della patologia e l’opacità della scienza.
Ipotizzare il dolo eventuale in un contesto di errore sanitario – sostenendo cioè che un professionista abbia “accettato il rischio” della morte del paziente nel momento in cui interviene o gestisce una complicanza – significa stravolgere la realtà dei fatti. Significa confondere la tragica fatalità dell’errore, o la negligenza anche grave (la colpa, appunto), con la volontà omicida. Nessun medico intraprende un percorso terapeutico o affronta un intervento critico mettendo in conto, neppure come accettazione remota, la soppressione della vita umana. Se così fosse, verrebbe meno lo stesso fondamento della relazione di cura, basata sulla fiducia e sulla salvaguardia della persona.
Lo spettro della medicina difensiva e il collasso del sistema
Accogliere questa deriva non produrrebbe una giustizia più severa, ma la paralisi totale della medicina. Spingere i confini del dolo fino a lambire la corsia di un ospedale significa spalancare le porte a una “medicina difensiva esasperata e parossistica”.
Se ogni complicanza operatoria, ogni errore di valutazione o ogni esito infausto potesse essere trasformato d’emblée in un’imputazione per dolo eventuale, nessun medico avrebbe più la forza o la serenità per compiere scelte coraggiose. Di fronte al rischio di vedersi equiparati a delinquenti intenzionali, i sanitari tenderebbero a rifiutare i casi complessi, a evitare i trattamenti al limite delle possibilità e a praticare una medicina puramente burocratica, volta unicamente a tutelare se stessi anziché la salute del malato. A pagare il prezzo più alto di questa follia giudiziaria non sarebbero i camici bianchi, ma i pazienti, privati del diritto a essere curati da chi ha il coraggio di rischiare per salvarli.
La misura della responsabilità
La responsabilità medica esiste, deve esistere ed è giusto che sia severamente perseguita nelle sedi civili e penali quando si dimostri la colpa, la negligenza, l’imperizia o la violazione dei protocolli. La giustizia ha tutti gli strumenti per accertare la verità e punire le condotte negligenti attraverso gli istituti della colpa.
Spostare l’asse sul terreno dell’omicidio volontario non è un atto di rigore morale, ma una forzatura ideologica che svuota di senso le categorie del diritto penale minimo. La giustizia autentica sa distinguere la mano che trema o sbaglia nel tentativo di curare, da quella che colpisce per distruggere. Confondere i due piani non serve a onorare le vittime, ma finisce soltanto per demolire l’ultimo baluardo della civiltà sanitaria. L’esperienza sul campo e il rischio di paralisi delle professioni ad alto rischio:
Come ben sappiamo da anni di osservazione sul campo con la task-force medico-legale della SICCH, la fragilità della medicina di fronte al rischio legale non è un’ipotesi astratta, ma una ferita aperta. Già in epoca pre-Gelli-Bianco, i sanitari delle discipline ad alto rischio non riuscivano più a stipulare polizze assicurative, al punto che i prodotti assicurativi italiani erano di fatto introvabili sul mercato e le compagnie non potevano neppure essere obbligate a sedersi a un tavolo tecnico governativo.
Allora il pericolo concreto era la rinuncia alle cure, l’impossibilità per i neospecialisti di sostenere i costi delle polizze e l’esplosione della medicina difensiva, oggi stimata intorno ai 13 miliardi di euro annui. Ammettere l’omicidio volontario per l’atto medico significherebbe dare il colpo di grazia: sarebbe la fine delle professioni ad alto rischio e, soprattutto, la fine degli interventi di salvataggio o ad altissima complessità.
Il paragone con la recente depenalizzazione dell’abuso d’ufficio è certamente provocatorio – la vita umana non è un danno patrimoniale, ma un bene infinitamente superiore – eppure il razionale politico-istituzionale sottostante sarebbe il medesimo: evitare che la paura della sanzione penale paralizzi la funzione pubblica e professionale. Senza dimenticare che in Europa esistono già da tempo sistemi di risarcimento no-fault (adottati nei Paesi nordici e in Francia), capaci di tutelare il paziente senza distruggere il professionista.
Il collasso del Servizio Sanitario Nazionale
A rendere questa deriva ancora più sconsiderata concorre il quadro storico che stiamo attraversando. Viviamo in un momento di drammatica carenza di personale sanitario e con un Servizio Sanitario Nazionale al collasso, una crisi che gli esperti di settore
Il collasso del Servizio Sanitario Nazionale
A rendere questa deriva ancora più sconsiderata concorre il quadro storico che stiamo attraversando. Viviamo in un momento di drammatica carenza di personale sanitario e con un Servizio Sanitario Nazionale al collasso, una crisi che gli esperti di settore indicano come il viatico inevitabile verso la trasformazione del nostro sistema universalistico in un modello ibrido (sul solco di quello francese), basato su polizze sanitarie integrative.
In un contesto già così provato, spingere i professionisti delle aree più esposte e critiche verso l’ignavia e la ritrosia terapeutica non è un’istanza di giustizia: è il colpo di grazia definitivo.

