di Gianni Lattanzio
Estate del 416 a.C. Le triremi ateniesi gettano l’ancora davanti a Melo, l’odierna Milo, un’isola delle Cicladi che ha commesso una sola colpa: voler restare neutrale. Gli inviati di Atene non perdono tempo in preamboli. Parlare di giustizia, dicono, ha senso soltanto tra pari; tra chi è forte e chi è debole vale un’altra legge, più antica e più semplice: «i forti fanno ciò che possono, i deboli subiscono ciò che devono». I Meli scelgono di non piegarsi. La città cade dopo un assedio di mesi, nell’inverno: gli uomini in età d’armi sono passati a fil di spada, le donne e i bambini venduti come schiavi, l’isola ripopolata da cinquecento coloni ateniesi. Tucidide consegna quel dialogo alla storia come un monito. Venticinque secoli più tardi rischia di diventare un programma.
È dentro questo clima, dove la forza torna a parlare più forte di ogni trattato, che il Comitato norvegese ha deciso di consegnare il Premio Nobel per la Pace 2026 a una donna di ottantacinque anni che ha passato la vita a dare torto agli Ateniesi. Navanethem Pillay, per tutti Navi, viene premiata per il suo impegno a favore della pace e del diritto internazionale. Sarebbe un errore leggere questa scelta come un omaggio alla carriera. È una sfida lanciata al nostro tempo.
Per capirla bisogna tornare a Durban, negli anni in cui il Sudafrica aveva trasformato il razzismo in architettura giuridica. Pillay, figlia di una famiglia tamil di condizioni modeste, studia legge in un Paese dove la legge è lo strumento stesso dell’oppressione. Nel 1967 diventa la prima donna non bianca ad aprire un proprio studio legale nella provincia di Natal. Difende i militanti anti-apartheid e nel 1973 ottiene che i prigionieri politici di Robben Island, tra cui Nelson Mandela, possano avere accesso a un avvocato. Impara sulla propria pelle ciò che Gustav Radbruch aveva scritto dopo il nazismo: esiste un’ingiustizia che si traveste da legalità, e il giurista che la serve diventa suo complice. Da quel momento, per lei, il diritto non sarà mai soltanto un insieme di norme. Sarà una promessa di giustizia da mantenere.
Poi arriva Arusha, e con essa l’abisso del Ruanda. Centinaia di migliaia di morti in cento giorni, ottocentomila secondo le stime delle Nazioni Unite, e un tribunale internazionale chiamato a dare un nome all’indicibile. Nel 1998, con la sentenza Akayesu, i giudici fanno qualcosa che nessuna corte aveva mai fatto: riconoscono che lo stupro può essere un atto di genocidio. Il corpo delle donne, per millenni bottino di guerra o danno collaterale, entra finalmente nel diritto come luogo di un crimine contro l’umanità intera. Pillay è lì, e il suo contributo a quella pagina resterà indelebile. Seguiranno gli anni alla Corte penale internazionale e quelli, durissimi, all’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i diritti umani, tra le primavere arabe, la Siria, Gaza. Sempre con la stessa ostinazione: i diritti o sono di tutti, o non sono di nessuno. E nessuno Stato, per quanto potente o amico, può considerarsi al di sopra di essi.
Il Nobel a Navi Pillay riapre così una delle dispute più antiche del pensiero politico. Da una parte c’è chi, da Hobbes ai realisti del Novecento, considera il diritto internazionale un’illusione, una vernice stesa sui rapporti di forza. Dall’altra c’è la tradizione che da Grozio arriva a Kelsen e ad Antonio Cassese, convinta che la pace o è giuridica o non è. Oslo ha scelto da che parte stare, e lo ha fatto proprio quando la prima posizione sembra vincere su tutti i fronti. Il messaggio è limpido: il diritto internazionale non è la legge del più forte e non può diventare il servo delle grandi potenze. Esiste per prevenire le guerre e per chiuderle, e può farlo soltanto se resta ancorato a ciò che non cambia con il vento della politica: l’eguaglianza tra gli Stati, la dignità di ogni persona, l’idea che la Terra e le sue risorse siano un patrimonio comune dell’umanità e non il bottino di pochi.
Guardiamoci intorno. Giudici internazionali colpiti da sanzioni, tribunali delegittimati, un Consiglio di sicurezza ridotto all’impotenza, la guerra tornata a essere un mezzo ordinario della politica. Abbiamo smarrito la diplomazia, e soprattutto quella multilaterale, l’arte faticosa di decidere insieme ciò che riguarda tutti. Al suo posto si è insinuata l’illusione che chi è abbastanza forte possa bastare a sé stesso. Premiare una donna che ha dedicato decenni alle istituzioni comuni dell’umanità significa dire che questa illusione ha già prodotto abbastanza macerie.
E c’è un dettaglio che vale più di molti trattati. Questo Nobel va a una giurista africana di origine indiana, cresciuta sotto la segregazione razziale. La sua storia smentisce chi liquida i diritti umani come un prodotto d’esportazione dell’Occidente: l’universalità è stata rivendicata, prima di tutto, da chi ne era escluso. E la sua indipendenza verso chiunque, Occidente compreso, risponde a chi denuncia, non sempre a torto, i due pesi e le due misure del sistema internazionale.
Nessuno si illude. La giustizia internazionale resta selettiva, i suoi strumenti sono fragili, le Nazioni Unite portano addosso le rughe di un mondo che non esiste più. Ma quando una casa vacilla non la si abbatte: la si rifonda. Il Nobel a Navi Pillay ci ricorda ciò che il Novecento ha imparato al prezzo di decine di milioni di vite: il diritto non è l’ornamento della pace, ne è la forma. Dimenticarlo significherebbe tornare davanti a Melo, e dare ragione, ancora una volta, agli Ateniesi.

