di Gianni Lattanzio
Il rumore di un elicottero che precipita in Bosnia e il silenzio che quel dolore impone a Roma appartengono, per un momento, alla stessa storia. Da una parte il luogo di una missione internazionale; dall’altra il Circo Massimo, dove il Paese si preparava a incontrare le proprie Forze Armate in vista del 4 novembre. A unirli, quattro nomi: Simone Ruggia, Claudio Marchesi, Franco Adriano Zecchillo e Laura Procacci. Quattro italiani morti nell’incidente del velivolo dell’Esercito impegnato nell’operazione EUFOR Althea, undici persone ferite, famiglie raggiunte da una notizia che divide la vita in un prima e un dopo.
La cancellazione della cerimonia inaugurale del Villaggio Difesa e l’invito del ministro Guido Crosetto a fare di quello spazio un luogo di raccoglimento hanno restituito alla celebrazione una misura diversa. Un fiore, una preghiera, un messaggio, la semplice presenza: gesti senza enfasi, attraverso i quali una comunità può riconoscere il dolore senza pretendere di possederlo.
È in passaggi come questo che il senso dello Stato smette di essere una formula e diventa una prova. Chiede sobrietà a chi parla, cura a chi amministra, rigore a chi deve accertare. E chiede ai cittadini di guardare oltre l’immagine dell’uniforme, fino alle persone e alle decisioni che essa rende visibili.
Prima della geopolitica vengono dunque le vite. Ma una geopolitica degna di questo nome non può dimenticarle quando comincia a ragionare di equilibri, deterrenza, interessi nazionali. I sergenti Ruggia e Marchesi appartenevano all’Aviazione dell’Esercito; il tenente Zecchillo e la sergente Procacci al Corpo Militare Volontario della Croce Rossa Italiana. Un altro componente del team di evacuazione medica è rimasto ferito. Nella stessa missione si incontravano così capacità operative e competenze sanitarie, componenti diverse di un servizio che richiede preparazione e reciproca fiducia.
Lo Stato domanda a chi indossa un’uniforme una disponibilità particolare. Proprio per questo assume un obbligo altrettanto esigente: preparare, equipaggiare, proteggere, assistere. La dedizione del personale non attenua quel dovere; lo rende più stringente. Il rischio può appartenere al servizio, ma non può diventare una parola dietro la quale rinunciare a distinguere ciò che è inevitabile da ciò che è prevenibile. Il patto fra la Repubblica e chi la serve vive di questa reciprocità.
La Bosnia-Erzegovina, dove il velivolo operava nell’ambito di EUFOR Althea, non dovrebbe essere osservata come una scena lontana riemersa improvvisamente nella cronaca. La missione europea, succeduta nel 2004 alla forza NATO SFOR, contribuisce all’attuazione degli aspetti militari dell’accordo di pace di Dayton. È dentro questa cornice, distinta da quella del Kosovo, che deve essere compreso l’impegno italiano.
Perché restare? Che cosa si protegge? Quale condizione si intende rendere possibile? Sono le domande che devono accompagnare ogni presenza militare internazionale, soprattutto quando la durata rischia di trasformare una scelta politica in un’abitudine amministrativa. Una missione non è necessaria soltanto perché esiste; ma non diventa inutile soltanto perché la crisi che contribuisce a contenere non occupa più le prime pagine.
Il rapporto dell’Alto rappresentante relativo al periodo ottobre 2025-aprile 2026 descrive una situazione di sicurezza complessivamente stabile, ma fragile, e richiama il valore di una presenza internazionale imparziale, visibile, preparata e credibile. Le due parole — stabile e fragile — racchiudono il problema strategico. La prima dice che un equilibrio tiene; la seconda avverte che potrebbe non bastare a sostenersi da solo. Confonderle significa oscillare fra due errori speculari: considerare imminente ogni crisi oppure ritenere definitivamente superata ogni ragione di prudenza.
La prevenzione abita lo spazio fra questi due estremi. Il suo risultato più importante può essere un avvenimento che non si verifica: una tensione che non diventa violenza, una prova di forza che non si traduce in fatto compiuto. È un risultato difficile da mostrare e ancora più difficile da attribuire con precisione. Per questo esige valutazioni severe, non professioni di fede nella permanenza né automatismi del disimpegno.
Althea comprende una componente esecutiva, destinata a sostenere le autorità bosniache nel mantenimento di un ambiente sicuro, e una componente non esecutiva di addestramento delle Forze Armate della Bosnia-Erzegovina. Il significato politico di questa duplice funzione è rilevante: garantire le condizioni della sicurezza e rafforzare la capacità del Paese di assumerne la responsabilità. La presenza internazionale può servire a proteggere la sovranità, ma non dovrebbe diventare la sua supplenza permanente.
Qui si incontra il limite della forza e, insieme, la ragione del suo impiego. Una missione può contribuire a impedire che una controversia venga risolta attraverso la coercizione. Non può generare da sola fiducia, legittimità, accordo politico. Può custodire uno spazio nel quale la politica sia possibile; non può occuparlo al suo posto. Il successo, dunque, non coincide con l’immobilità di ogni assetto esistente, ma con la possibilità che il cambiamento avvenga attraverso procedure legittime e senza violenza.
La deterrenza, espressamente richiamata nella descrizione ufficiale di EUFOR insieme alla disponibilità di riserve esterne al teatro, appartiene a questa logica. Non consiste soltanto nel disporre di mezzi. Consiste nel rendere credibile una risposta, così da modificare il calcolo di chi potrebbe confidare nell’incertezza altrui. Una capacità priva di volontà politica può non dissuadere; una volontà priva di capacità rischia di risolversi in una dichiarazione.
In un teatro di stabilizzazione conta inoltre la qualità della presenza. La forza deve poter rassicurare senza apparire parte di una contesa: l’imparzialità non sostituisce l’efficacia, ma le consente di produrre un effetto politicamente sostenibile. La credibilità nasce dall’incontro fra ciò che si può fare e la fiducia che si riesce a generare.
Anche il territorio ha un linguaggio che la strategia deve saper leggere. Collegamenti, accessi, nodi di mobilità possono pesare più della loro estensione sulla carta. Un’analisi del Democratization Policy Council del 2021 individuava nell’area di Brčko e della Posavina una cerniera strategica, collegandone il rilievo anche alla possibilità di far affluire rinforzi attraverso Tuzla. È una valutazione datata, non una descrizione dell’attuale pianificazione operativa, ma aiuta a comprendere perché la geografia bosniaca non possa essere trattata come uno sfondo indistinto.
Questo elemento non attribuisce alcun significato operativo accertato al volo conclusosi tragicamente. L’analisi del teatro e l’indagine sull’incidente devono restare piani distinti. Ricorda, invece, che una presenza militare vale anche per la libertà di movimento che conserva e per la tempestività con cui può essere sostenuta.
EUFOR ha verificato la propria capacità di rafforzamento attraverso l’esercitazione Quick Response 2026, svolta dal 22 agosto al 3 settembre, dedicata alla prontezza, all’interoperabilità e al rapido afflusso di forze. Il punto non è l’esercitazione in quanto tale, ma il passaggio dalla disponibilità dichiarata a quella reale. Una riserva ha valore quando può arrivare, integrarsi, ricevere sostegno e operare.
È qui che la strategia incontra il lavoro meno appariscente dal quale dipende la sua credibilità: trasporti, comunicazioni, manutenzione, logistica, assistenza sanitaria. Non dettagli successivi alla decisione politica, ma condizioni della sua serietà. L’incidente non permette di formulare giudizi sull’adeguatezza di queste componenti; impone di ricordare che nessuna ambizione internazionale dovrebbe essere separata dagli strumenti necessari a sostenerla.

La dimensione europea si misura sulla stessa concretezza. Althea utilizza risorse e capacità NATO attraverso gli accordi Berlin Plus, mentre il controllo politico e la direzione strategica spettano al Comitato politico e di sicurezza dell’Unione europea, sotto la responsabilità del Consiglio. Questo assetto suggerisce una concezione dell’autonomia strategica meno incline agli slogan: capacità di comprendere, decidere e agire, anche attraverso strumenti condivisi, senza smarrire chiarezza delle responsabilità.
Il criterio non è la distanza dagli alleati, ma la consistenza delle scelte. Chi decide? Con quali mezzi? Entro quali tempi? Chi risponde dell’esecuzione? La credibilità europea cresce quando queste domande ricevono risposte operative, non soltanto definizioni solenni.
Per l’Italia, la Bosnia pone una questione di lungimiranza. Il deterioramento di un equilibrio vicino non diventa rilevante soltanto quando produce un’emergenza manifesta. L’interesse nazionale richiede di valutare anche il costo dell’assenza, senza per questo assumere che ogni forma di presenza debba continuare immutata. La costanza di una politica non è inerzia; la sua revisione non è necessariamente rinuncia. Entrambe devono discendere da un giudizio sui risultati e sulle condizioni.
La cooperazione europea può essere uno strumento dell’interesse italiano, purché la partecipazione resti una scelta consapevole. E una scelta è tale soltanto se tiene insieme mandato, mezzi, rischi e possibilità di verifica. La bandiera non può sostituire la pianificazione; il prestigio non può diventare un obiettivo separato dalla sostenibilità.
Per questo il ritorno al Circo Massimo non interrompe il ragionamento strategico: lo riporta al suo fondamento civile. Il Villaggio Difesa nasce per avvicinare i cittadini alle Forze Armate attraverso incontri e attività aperte al pubblico. Dopo la tragedia, quella finalità può acquistare profondità. L’incontro non dovrebbe esaurirsi nell’ammirazione dei mezzi, ma aiutare a comprendere i compiti, i limiti e le ragioni dell’impiego militare.
Una democrazia affida funzioni specialistiche a istituzioni preparate, ma non delega il dovere di interrogarsi. Il rispetto per chi svolge una missione e la valutazione delle decisioni che la determinano sono responsabilità distinte, non contrapposte. Sostenere il personale non significa sottrarre le scelte al controllo democratico; discuterle non significa disconoscere il valore del servizio.
La stessa distinzione deve guidare l’accertamento dell’incidente. Le cause restano da stabilire ed EUFOR ha annunciato un’indagine. Nessuna immagine, nessuna ipotesi e nessuna lettura geopolitica può sostituire quel lavoro. Il rigore richiede di non anticipare conclusioni e, nello stesso tempo, di non trasformare la prudenza in opacità.
Le famiglie hanno diritto a informazioni rispettose e continue. Gli investigatori devono poter ricostruire i fatti senza pressioni verso esiti precostituiti. Le istituzioni devono distinguere ciò che è accertato da ciò che rimane da verificare. È così che si custodisce la fiducia: non evitando le domande, ma affrontandole con competenza e lealtà.
Anche sul piano militare, apprendere è una forma di forza. Un’organizzazione diventa più affidabile quando sa comprendere un evento, riconoscere eventuali criticità e tradurre gli esiti degli accertamenti in protezione del personale. Chiedere verità non indebolisce l’istituzione; la richiama alla qualità della propria funzione.
La morte dei quattro italiani non dimostra automaticamente né la necessità né l’inutilità della missione. Piegarla a una tesi già decisa sarebbe un’ingiustizia verso le vittime e un impoverimento del giudizio pubblico. Essa rende però più esigente ogni domanda sulla qualità delle decisioni e sulla cura dovuta a chi le realizza.
La forza, se fosse possibile separarla dalla responsabilità, diventerebbe soltanto potere disponibile. Una Repubblica deve darle invece un fine e un limite: proteggere persone e libertà, preservare lo spazio della decisione politica, impedire che la coercizione sostituisca il diritto. La sua autorevolezza non si misura soltanto nella capacità di agire, ma nel discernimento con cui sceglie quando e come farlo.
Dalla Bosnia al Circo Massimo, il dovere è tenere insieme il dolore e l’analisi, la riconoscenza e il controllo, l’interesse nazionale e la cooperazione europea. La memoria di Simone Ruggia, Claudio Marchesi, Franco Adriano Zecchillo e Laura Procacci chiede questa fedeltà concreta: sostenere le famiglie, accompagnare i feriti, garantire la ricerca della verità e rendere più consapevoli le decisioni future.
Il raccoglimento passerà, le cerimonie termineranno, lo spazio pubblico tornerà ad accogliere altre voci. Resterà il compito delle istituzioni. È allora, nella continuità silenziosa della cura e nella serietà delle risposte, che una nazione dimostra quanto valgano le parole pronunciate nel giorno del dolore.

