di Gianni Lattanzio
C’è un dettaglio, nel discorso che Ursula von der Leyen ha pronunciato al C.D. Howe Institute di Montréal
all’apertura del 21° vertice UE-Canada, che vale un intero trattato di geopolitica. Nel 1906 un giovane
francese sbarcò in Canada per vendere cognac, e di quegli anni scrisse che «nessuno pensava ai limiti,
nessuno sapeva dove fosse la frontiera». Il giovane si chiamava Jean Monnet. Prima di diventare l’architetto
dell’integrazione europea, aveva imparato in terra canadese la lezione che avrebbe cambiato la storia del
Novecento: che popoli diversi possono cooperare là dove gli interessi convergono e la scala di un’impresa lo
richiede. Centovent’anni dopo, quella lezione torna a parlarsi da una sponda all’altra dell’Atlantico: un
oceano separa l’Europa dal Canada, ha scritto von der Leyen arrivando a Montréal, eppure «non ci siamo
mai sentiti così uniti».
Non è retorica da vertice. È la presa d’atto che l’ordine mondiale uscito dal 1945, quello che aveva reso
l’Europa pacifica, il Canada prospero e l’Occidente una certezza, sta attraversando la sua crisi più profonda.
A Washington, Donald Trump ha definito la proposta di fare del Canada un «membro associato»
dell’Unione europea «risibile» e «un atto ostile», minacciando ritorsioni commerciali: quando il principale
alleato diventa fonte di dazi e incertezze, le alleanze vanno cercate altrove. La frase di von der Leyen che
meglio sigilla questa fase non a caso rovescia una nozione sacra alla diplomazia di ogni potenza: nel testo
dell’intervento, in un mondo di rivalità crescenti, sovranità e indipendenza non sono più soltanto la libertà
di agire da soli, ma la capacità di agire insieme. È un’idea antica quanto il federalismo europeo e
rivoluzionaria quanto una dottrina di politica estera: la sovranità condivisa come ultima risorsa di un
Occidente attraversato da nuove fratture, e che forse potrà continuare a esistere come rete di fiducia.
Da qui l’audacia dell’esperimento in corso a Montréal, il 29 e 30 ottobre, dove Mark Carney ospita il
presidente del Consiglio europeo António Costa, l’alta rappresentante Kaja Kallas e nove commissari: l’idea,
lanciata da von der Leyen il 16 settembre al discorso sullo Stato dell’Unione, di fare del Canada il primo
«membro associato» dell’Unione. Un’associazione senza adesione, precisa il testo dell’intervento:
allineamento delle politiche, dall’intelligenza artificiale al clima, dall’energia alla sicurezza; allineamento
delle istituzioni, con i parlamenti e le corti delle due parti che imparano a lavorare insieme; partecipazione
di Ottawa ai programmi europei, da Erasmus+ alla prossima generazione di Horizon Europe. Un rapporto
che von der Leyen propone di portare il più vicino possibile all’adesione, senza adesione: dove la sostanza
precede la forma, e la forma aspetta la sostanza.
Sarebbe bastata la categoria giuridica, inesistente nei Trattati, a far infuriare le cancellerie; ed è qui che il
vertice ha offerto la sua prima lezione di realpolitica comunitaria. Presentata senza previa consultazione
delle capitali, la formula del «membro associato» è stata respinta da almeno sette Paesi su ventisette, con
la Germania — il Paese d’origine della presidente — in prima linea a considerarla una linea rossa. La bozza
visionata da Reuters prevede dunque un’«associazione sempre più stretta» del Canada all’UE, senza
giungere all’adesione piena, da definire entro il vertice del 2027. Le parole dell’Unione fondativa,
richiamate quasi alla lettera, si sono imposte sulle parole di una presidente: ironia della storia europea,
dove anche i sogni più audaci devono piegarsi alla procedura. Ma Carney, che dell’etichetta non si è mai
curato, ha messo il dito nella piaga dell’intera vicenda: non contano i nomi, conta «la differenza che farà
nella vita dei canadesi».
La sostanza, infatti, è già sotto gli occhi di chi guardi oltre la disputa terminologica. Le due economie si
cercano perché si completano: il Canada ha risorse abbondanti e competenze estrattive profonde, l’Europa
porta domanda industriale, tecnologie e investimenti. Le importazioni europee di materie prime critiche dal
Canada — litio, cobalto, nichel, grafite — sono balzate lo scorso anno del 62% in valore, fino a 3,3 miliardi di
euro. In arrivo, uno studio di fattibilità sulle esportazioni canadesi di GNL verso l’Europa e, per venerdì, su
annuncio della presidente, l’accordo che aprirà a ricercatori e imprese canadesi la rete europea dei dodici
supercomputer. Sotto l’accordo CETA, applicato provvisoriamente dal 2017 e ancora in attesa di ratifica in
nove capitali, Roma compresa, il commercio bilaterale è cresciuto oltre l’80%, secondo i dati citati nel
discorso. E la fusione appena annunciata tra la tedesca Aleph Alpha e la canadese Cohere, finalizzata alla
creazione di una società di intelligenza artificiale sovrana transatlantica, può essere letta come il primo
mattone dell’edificio: dove la tecnologia decide chi comanda, l’Europa e il Canada hanno scelto di decidere
insieme.
Poi c’è la sicurezza, il capitolo in cui l’amicizia diventa strategia. Le truppe canadesi guidano in Lettonia una
brigata multinazionale della NATO sul fianco orientale dell’Europa; il Canada è stato il primo Paese non
europeo a partecipare a SAFE, il piano europeo di approvvigionamento congiunto in campo di difesa;
Ottawa è stata fin dal primo giorno accanto a Kiev, accogliendo centinaia di migliaia di profughi — oltre un
milione di canadesi ha radici ucraine. E sull’Artico, dove la Russia ricostruisce il proprio presidio militare
mentre i ghiacci arretrano e le rotte si aprono, il discorso annuncia progetti comuni dal monitoraggio degli
oceani alla connettività delle comunità remote: la geografia che un tempo divideva sta per diventare il
luogo dell’incontro.

Resta, a chiudere, il patrimonio di storie che von der Leyen ha scelto di mettere accanto ai numeri. Quasi da
romanzo è quella del soldato canadese George Emmerson e del giovane olandese Henk Metselaar: nel
1945, a Enschede, Emmerson accolse in casa il ragazzo sfinito e affamato, nutrendolo e donandogli due
barrette di cioccolato per il viaggio di ritorno; quasi settant’anni dopo, in un negozio presso Toronto, una
commessa di origine olandese ascoltò il suo racconto e scoppiò in lacrime — era la figlia di Henk, e da quel
giorno Emmerson tornò a trovare il vecchio amico, ogni volta con due piccole barrette di cioccolato. E quasi
da profezia è il verso di Leonard Cohen, poeta di Montréal, con cui la presidente ha siglato il discorso: «C’è
una crepa in ogni cosa: è così che entra la luce».
Forse è proprio quella crepa, l’ordine mondiale incrinato, la ragione profonda di questo vertice. Al prossimo
vertice UE-Canada, previsto nel 2027, si saprà se l’«associazione sempre più stretta» sarà rimasta una
formula o sarà diventata un’architettura — se l’Occidente potrà rinascere come comunità di progetto tra
partner che si scelgono. Nel 1906 Monnet guardò il Canada e non vide confini, ma possibilità. «Viva il
Canada, viva l’Europa» è l’augurio con cui von der Leyen ha chiuso il discorso: se quella frontiera invisibile
prenderà forma, ci si potrà ricordare che tutto cominciò qui, tra due sponde che hanno smesso di dirsi
lontane. Nessuno sapeva dove fosse la frontiera. Forse, ancora una volta, non c’è.

