di Gianni Lattanzio
Il voto di Midterm consegna il Congresso ai democratici e ridà forza ai contrappesi su cui è nata la repubblica americana. Trump dovrà governare con un potere più limitato. Per l’Europa il tempo dell’attesa è finito.
Nel Federalist n. 51 James Madison scrisse che, se gli uomini fossero angeli, non avrebbero bisogno di governo, e che se a governare fossero angeli non servirebbero controlli. Il 3 novembre 2026 la repubblica americana è tornata a questa intuizione delle origini. I democratici erano entrati nella notte elettorale in minoranza: 47 seggi su 100 al Senato e 214 su 435 alla Camera, secondo NBC News. Ne sono usciti con il controllo di entrambe le Camere. Al Senato hanno strappato ai repubblicani sette seggi: Iowa, Kansas, Maine, North Carolina, Ohio, South Carolina e Texas. Hanno inoltre tenuto Georgia, Michigan, New Hampshire e Minnesota, come riporta la CNN. Alla Camera hanno conquistato più di due dozzine di collegi, alcuni dei quali Trump aveva vinto nel 2024 con margini a due cifre. Secondo le stime di NBC, la loro maggioranza potrebbe superare i 250 seggi. Lo scrutinio non è ancora concluso, ma il senso del voto è già chiaro: gli americani non hanno scelto un altro presidente, hanno messo un altro Congresso davanti al presidente che hanno già. Hanno chiesto un limite.
È una parola più antica degli Stati Uniti. I Greci la chiamavano misura e vedevano nella hybris, la dismisura del potente, l’inizio della tragedia. Montesquieu ne fece un principio di governo: perché non si possa abusare del potere, occorre che il potere arresti il potere. I costituenti americani lo tradussero in un’architettura di poteri separati e in competizione, e le elezioni di metà mandato ne sono la verifica periodica. A metà del quadriennio presidenziale gli elettori possono confermare la direzione presa oppure correggerla.

La storia americana conosce bene queste correzioni. Nel 1994 la «rivoluzione» di Newt Gingrich tolse a Bill Clinton il Congresso. Nel 2006 la guerra in Iraq costò a George W. Bush entrambe le Camere. Nel 2010 l’onda del Tea Party colpì Barack Obama, e nel 2018 la riconquista democratica della Camera aprì la stagione delle inchieste sul primo mandato di Trump. Il 2026 si distingue per quanto in profondità è arrivato il voto. Il Texas manda al Senato un democratico per la prima volta da 38 anni, James Talarico. Il Kansas non ne eleggeva uno da quasi un secolo. In Maine cade Susan Collins, la senatrice repubblicana con il mandato più lungo. Il Michigan elegge Abdul El-Sayed, primo senatore musulmano della storia americana, mentre Hakeem Jeffries si avvia a diventare il primo speaker afroamericano della Camera, come segnala The Age. Eppure l’ondata non è stata uniforme: i repubblicani hanno tenuto Florida, West Virginia, Nebraska e Montana.
Chi cerca una sola spiegazione del voto rischia di perdere l’essenziale. L’AP Voter Poll, un’indagine su circa ottantamila elettori, indica l’economia come primo problema per il 39% dei votanti e lo stato della democrazia per il 32%. Circa otto elettori su dieci fra quelli preoccupati soprattutto per la democrazia hanno votato democratico. Il portafoglio e la Costituzione non appartengono dunque a due Americhe diverse: sono le due domande dello stesso cittadino. Chi protegge le condizioni materiali della mia vita? E chi controlla coloro ai quali ho affidato il potere?
Tocqueville temeva un «dispotismo mite», un potere che promette benessere in cambio di passività civica. Il trumpismo del 2024 aveva offerto una protezione di questo tipo: dalla globalizzazione, dai concorrenti stranieri, dalle élite. Due anni dopo quella promessa è stata giudicata sui risultati, e le famiglie l’hanno misurata sul prezzo della spesa più che sulla durezza degli annunci. Max Weber avrebbe parlato di etica della responsabilità, quella che giudica le azioni dalle loro conseguenze e non dalla purezza delle intenzioni. È il metro che gli elettori hanno applicato alla Casa Bianca.
Sarebbe però un errore leggere questo voto come una conversione del Paese. Il calo repubblicano fra giovani e ispanici suggerisce che il 2024 non abbia avuto il carattere delle «elezioni critiche» descritte dal politologo V.O. Key, quelle che come il 1932 di Roosevelt ridisegnano per una generazione la mappa delle lealtà. Viviamo piuttosto in un’epoca di volatilità, in cui le identità restano forti ma il credito elettorale si esaurisce in fretta. La stessa AP osserva che il Partito democratico non è molto più popolare di quello repubblicano. I democratici hanno ricevuto un mandato di controllo, non un mandato di governo.
Da gennaio Trump avrà davanti un Congresso capace di bloccarne le leggi, condizionarne la spesa, aprire inchieste e respingerne le nomine. Conserverà però il veto e i poteri esecutivi accumulati in un secolo di quella che Arthur Schlesinger chiamò la presidenza imperiale. Il biennio che si apre può prendere strade diverse. Una è il compromesso su pochi dossier, come fra Clinton e Gingrich dopo lo shutdown del 1995. Un’altra è la paralisi, in cui ciascuno lavora soprattutto a scaricare sull’altro la colpa in vista del 2028. La terza è lo scontro aperto fra Casa Bianca e Congresso, destinato a finire nelle aule dei tribunali. Nessuna è scritta in anticipo. Il controllo parlamentare rafforza la democrazia quando produce responsabilità, e la logora quando diventa la campagna elettorale proseguita con altri mezzi.
Anche la guerra con l’Iran è entrata nelle urne, quasi sempre per vie indirette: energia, prezzi, incertezza. Nel dialogo dei Meli Tucidide fa dire agli Ateniesi che i forti fanno ciò che possono e i deboli subiscono ciò che devono. Ma la storia di Atene insegna anche che la potenza senza misura finisce per consumare le proprie basi interne. Dopo il Vietnam e dopo l’Iraq gli americani punirono le guerre di cui non vedevano né lo scopo né la fine, senza ottenere un ritiro immediato. Il Congresso può condizionare una guerra con il potere della borsa e la War Powers Resolution del 1973, ma raramente la governa. Una presidenza indebolita potrebbe cercare la de-escalation per ridurne i costi, oppure irrigidirsi per riaffermare la propria autorità.
Per l’Europa la lezione più utile viene forse dal 1919. Woodrow Wilson aveva disegnato la Società delle Nazioni, ma il Senato di Henry Cabot Lodge rifiutò il trattato di Versailles. Gli europei scoprirono allora che la parola di un presidente non coincide con l’impegno degli Stati Uniti. Oggi la lezione vale in senso inverso: un Congresso più atlantista non trasforma da solo la politica estera di una Casa Bianca diffidente verso le alleanze. Kyiv guadagna sponde politiche, ma per superare un veto servono i due terzi di entrambe le Camere, e la diplomazia resta nelle mani del presidente. I dazi poggiano su deleghe che Trump può usare senza nuovi voti, e il consenso protezionista attraversa ormai entrambi i partiti. La difesa europea, infine, non può contare su munizioni e capacità che nessuna maggioranza di Washington potrà votare al suo posto. Un’America più plurale non è necessariamente un’America più prevedibile.
Il dibattito europeo oscilla da tempo fra due grammatiche. Quella kantiana pensa la pace come costruzione giuridica e il commercio come cemento della cooperazione. Quella di Carl Schmitt riduce la politica alla decisione sovrana e alla distinzione fra amico e nemico. L’America di Trump ha spinto il mondo verso la seconda, ma le Midterm mostrano che al suo interno la prima non è morta. L’Europa non deve scegliere fra le due. Deve dare alla prima la forza che la seconda impone di non trascurare. Kissinger ricordava che un ordine internazionale regge solo se unisce legittimità ed equilibrio di potenza: l’Europa ha investito molto nella legittimità e troppo poco nell’equilibrio. È questo il senso concreto dell’autonomia strategica, non una distanza da Washington ma la capacità di stare nell’alleanza con mezzi e decisioni propri.
Per l’Italia il nuovo quadro sconsiglia una politica estera affidata soprattutto al rapporto personale con chi siede alla Casa Bianca. Da De Gasperi in poi, la diplomazia italiana ha dato il meglio quando ha tenuto insieme fedeltà atlantica e vocazione europea. Oggi questo significa parlare con la presidenza, ma anche con il Congresso, con gli Stati e con il mondo economico americano. Significa anche presentare il Mediterraneo, l’energia e la sicurezza delle rotte come parti della sicurezza occidentale, non come richieste periferiche.
Hannah Arendt distingueva il potere, che nasce dall’agire comune dei cittadini, dalla violenza, che ne prende il posto quando quel potere viene meno. L’America uscita dalle urne non ha risolto le sue contraddizioni. Ha però ricordato a se stessa e al mondo che nessuna vittoria conferisce un potere senza confini e che la sovranità popolare si esercita anche come capacità di correggersi. È un messaggio rivolto a Washington, ma riguarda anche gli alleati: nessuno può delegare a un’elezione altrui il compito di pensare il proprio futuro.

