di Myriam Mazza
Il termine Hantavirus è indicativo di una vasta famiglia di virus a RNA a singolo filamento, appartenenti al genere Orthohantavirus (famiglia Hantaviridae), che causano gravi sindromi zoonotiche a livello globale. La distribuzione e la manifestazione clinica di questi virus variano significativamente in base alla regione geografica, al clima, allo sviluppo sociale, al comportamento umano e al serbatoio animale coinvolto. Mentre in Europa e Asia gli Hantavirus provocano prevalentemente la febbre emorragica con sindrome renale (HFRS), nelle Americhe sono la causa principale della sindrome polmonare da Hantavirus (HPS o HCPS), una patologia respiratoria acuta con tassi di letalità molto elevati (possono raggiungere il 40-50%).
Il serbatoio naturale del virus è rappresentato da diverse specie di roditori selvatici (come il topo cervino o l’arvicola rossastra), che ospitano il virus senza manifestare sintomi evidenti. La trasmissione all’uomo avviene principalmente attraverso l’inalazione di aerosol contaminati da urina, feci o saliva di roditori infetti nelle aree endemiche. Questo accade frequentemente in ambienti chiusi o poco ventilati dove i roditori hanno nidificato.
Un aspetto di estrema rilevanza clinica, recentemente tornato alla ribalta a causa del cluster rilevato nelle scorse settimane su una nave da crociera nell’Atlantico, riguarda il Virus Andes (ANDV). L’ANDV, endemico nel Cono Sud dell’America Latina, è l’unico hantavirus per cui è stata documentata una trasmissione interumana, sebbene rara e solitamente limitata a contatti stretti e prolungati in contesti domestici o sanitari.
Il periodo di incubazione è variabile, generalmente compreso tra 1 e 2 settimane, ma può estendersi da pochi giorni fino a 8 settimane. La progressione della malattia avviene tipicamente in due step:
Fase prodromica: caratterizzata da sintomi aspecifici che mimano una sindrome influenzale, tra cui febbre alta, mialgia intensa (specialmente alle cosce, fianchi e schiena), cefalea, brividi e sintomi gastrointestinali come nausea, vomito e dolore addominale. In questa fase, la diagnosi è complessa e può essere facilmente confusa con l’influenza o il COVID-19.
Fase cardiorespiratoria (HPS): circa 4-10 giorni dopo l’esordio dei primi sintomi, il quadro clinico può peggiorare rapidamente verso l’edema polmonare non cardiogeno e l’insufficienza respiratoria. I pazienti manifestano tosse, respiro affannoso e una sensazione di costrizione toracica, ed i polmoni si riempiono di liquido.
Dal punto di vista del laboratorio, i primi segni di sospetto includono trombocitopenia (basso numero di piastrine), leucocitosi e un aumento dei livelli di creatinina o enzimi epatici. La conferma avviene tramite test sierologici (IgM e IgG) o RT-PCR per la ricerca del materiale genetico virale.
La medicina si sta orientando verso lo sviluppo di vaccini a DNA o mRNA e l’utilizzo di anticorpi monoclonali umani. Studi su modelli animali hanno dimostrato che questi ultimi possono proteggere anche in fasi avanzate della malattia, aprendo la strada a future opzioni terapeutiche post-esposizione. Tuttavia, in assenza di un vaccino approvato dall’OMS e di una terapia antivirale specifica (la ribavirina, efficace nell’HFRS, non ha mostrato benefici certi nell’HPS), la prevenzione resta l’arma più importante. Le linee guida possono essere riassunte nella strategia “Seal Up, Trap Up, Clean Up”:
Sigillare: chiudere ogni fessura superiore a 6 mm per impedire l’accesso ai roditori;
Intrappolare: utilizzare trappole a scatto per ridurre le infestazioni; è sconsigliato l’uso di trappole vive o a colla, poiché il topo spaventato può urinare maggiormente, aumentando il rischio di aerosolizzazione del virus;
Pulizia sicura: è imperativo non spazzare né usare l’aspirapolvere in aree contaminate, per evitare di sollevare polveri infette. Prima della pulizia, l’area deve essere ventilata per almeno 30-60 minuti. Le superfici devono essere sanificate con una soluzione di candeggina (1:10) o disinfettanti fenolici. È fondamentale l’uso di guanti in gomma o plastica e, in caso di infestazioni pesanti, di mascherine N95 o superiori.
Se una persona manifesta febbre e difficoltà respiratorie dopo essere stato in contatto con roditori o loro escrementi, deve consultare immediatamente un medico, specificando la natura dell’esposizione. Un intervento precoce e il ricovero in unità di terapia intensiva possono migliorare significativamente la prognosi, consentendo il supporto ventilatorio o l’ossigenazione extracorporea a membrana nei casi più gravi.
Data la possibilità di trasmissione interumana per il virus Andes, l’OMS raccomanda un approccio precauzionale: i contatti ad alto rischio (partner intimi, conviventi, personale sanitario esposto senza DPI) dovrebbero essere sottoposti a un monitoraggio attivo per 42 giorni dall’ultima esposizione; in presenza di sintomi minimi (febbre, mialgia), il soggetto deve autoisolarsi immediatamente e informare le autorità sanitarie.
