di Gianni Lattanzio
C’è un tratto di severa sobrietà abruzzese, asciutta e insieme orgogliosa, che attraversa il pensiero di Natalino Irti e ne segna la cifra più profonda. Figlio di una terra che conosce la durezza della montagna e la pazienza del lavoro, Irti porta nello studio del diritto la stessa attenzione alle cose essenziali, la stessa diffidenza per le parole facili e per le consolazioni ideologiche. Nel suo itinerario di civilista e filosofo del diritto, l’Abruzzo non è solo il luogo delle origini biografiche, ma una sorta di paesaggio interiore: uno sfondo morale che affiora nella scelta di un linguaggio spoglio, controllato, e nella volontà di non cedere mai alla retorica, neppure quando si confronta con i grandi temi della sovranità, del mercato, del destino delle democrazie contemporanee.
Nel pensiero di Irti il diritto appare fin da subito come opera interamente umana, priva di appoggi metafisici, esposta alla contingenza della storia.
L’idea, rassicurante e un po’ scolastica, di un codice civile come tavola granitica di certezze cede il posto alla percezione di un tessuto normativo fragile, assediato da una proliferazione di leggi speciali, interventi settoriali, regolazioni emergenziali. Quella che chiamiamo “decodificazione” non è, per lui, un accidente tecnico, né un capitolo per addetti ai lavori; è il sintomo di un mutamento più radicale: il diritto non è più il linguaggio di un ordine unitario, ma il luogo visibile di conflitti che attraversano la società. Non c’è più un centro immobile da cui tutto si irradia; c’è una pluralità di centri di forza, di interessi, di poteri, che il testo normativo registra senza riuscire a ricondurre a un’armonia superiore.
Su questo scenario, Irti innesta la sua diagnosi, spesso fraintesa, di nichilismo giuridico. Nichilismo non come gioioso smantellamento di ogni valore, ma come lucida constatazione che il diritto ha perduto ogni fondamento sostanziale condiviso. Non è più – se mai lo è stato – la trascrizione terrena di una giustizia inscritta nella natura o nella ragione universale; è l’esito provvisorio di decisioni storiche, sempre revocabili, sempre esposte al mutamento dei rapporti di forza. La norma vale perché è stata legittimamente posta, non perché racchiude una verità intrinseca. Da qui la sensazione di vertigine che attraversa le sue pagine: se non c’è più un “fondamento”, che cosa impedisce al diritto di diventare mera tecnica, linguaggio neutro dietro cui si celano poteri che non osano pronunciare il proprio nome?
La risposta di Irti, lontana da ogni compiacimento distruttivo, è un invito a prendere sul serio la responsabilità della politica. Proprio perché il diritto non ha più alle spalle un orizzonte metafisico, esso chiede alla politica di esporsi, di assumere la decisione, di firmare con nome e cognome le scelte che determinano la vita dei cittadini. L’abdicazione della politica – la sua tentazione di rifugiarsi nei pareri degli esperti, nei vincoli esterni, nelle formule anonime della necessità economica – non libera lo spazio pubblico, ma lo consegna ad altre sovranità, più elusive e meno controllabili: i mercati globali, le grandi piattaforme tecnologiche, le burocrazie tecnocratiche, le giurisdizioni che, seducendo o costringendo, finiscono per colmare il vuoto lasciato dal legislatore.
In questa tensione si colloca il tema, tanto caro a Irti, del primato della politica. Primato non significa onnipotenza arbitraria, né nostalgia di uno Stato padrone, ma rivendicazione del luogo in cui decisione e responsabilità coincidono. È nella politica, e in particolare nelle istituzioni parlamentari, che le scelte normative possono essere discusse alla luce del sole, rese conto ai cittadini, sottoposte al vaglio della deliberazione pubblica. Laddove la politica si ritrae, si afferma una sovranità senza volto: quella del capitale finanziario, dei parametri di bilancio trasformati in dogmi intangibili, degli algoritmi che ordinano le esistenze in nome di un’efficienza mai discussa. Il giurista abruzzese, abituato alla concretezza delle cose e alla severità delle domande, non si accontenta delle formule che mascherano questo passaggio: dietro l’apparente neutralità della tecnica, egli scorge il ritorno di un potere che non vuole essere chiamato per nome.
Al centro di questo intreccio tra diritto e politica sta, per Irti, il cittadino. Non un soggetto astratto, evocato nei preamboli delle costituzioni e dimenticato nella pratica dei poteri, ma la misura effettiva di ciò che l’ordinamento decide di proteggere o sacrificare. Mettere il cittadino “al centro” significa interrogarsi, per ogni scelta legislativa, non solo sul suo tasso di coerenza sistematica, ma sulle sue conseguenze concrete per le vite vissute: il lavoro, la vulnerabilità sociale, l’accesso ai beni essenziali, le condizioni della partecipazione democratica. Quando il diritto si riduce a ingegneria regolatoria e la politica a gestione amministrativa dell’esistente, il cittadino viene spinto ai margini: diventa destinatario passivo di comandi, non più autore – per quanto mediato – dell’ordine che lo governa.
Qui torna a farsi sentire la radice abruzzese di Irti, la sua diffidenza per le costruzioni troppo lisce, troppo ordinate. Il suo stile, sobrio fino alla durezza, respinge i decori superflui, ma è intessuto di una cultura vastissima, che va dalla filosofia antica alla teologia, dalla letteratura alla storia delle idee politiche. La sua prosa, apparentemente fredda, lascia filtrare un pathos trattenuto: quello per la libertà umana minacciata dall’anonimato dei dispositivi, dal potere impersonale dei mercati, dalla dissoluzione di ogni scena in cui la responsabilità possa essere chiamata a rispondere. In questo senso, Irti è un giurista essenzialmente umanista: non perché celebri l’umanesimo in termini declamatori, ma perché riporta ogni costruzione concettuale alla domanda ultima su che cosa ne sia, alla fine, della persona.
Nell’epoca in cui le democrazie sembrano oscillare fra populismi stanchi e tecnocrazie sicure di sé, la lezione di Natalino Irti può apparire scomoda. Non offre consolazioni né scorciatoie: non promette un ritorno a mitici fondamenti perduti, né suggerisce di consegnarsi alla sapienza presunta dei mercati o degli esperti. Chiede piuttosto di sostenere lo sguardo sul vuoto dei fondamenti e di riconoscere, in quel vuoto, lo spazio di una responsabilità che non può essere delegata. Politici, legislatori, giudici, cittadini sono chiamati a sapere che il diritto non è un dato naturale, ma una costruzione fragile; che ogni norma porta con sé un prezzo da pagare, un interesse favorito, un altro sacrificato; che nessun vincolo economico o tecnico è innocente, se non viene rimesso al giudizio di chi, solo, ha legittimazione a decidere: il popolo nella forma delle sue istituzioni rappresentative.
Da abruzzese che ha guardato alla grande tradizione giuridica italiana senza mai dimenticare la misura concreta delle cose, Irti ci affida una consegna severa: non rifugiarci nell’illusione di un diritto autosufficiente, né nell’inerzia di una politica che “prende atto” invece di scegliere. In un mondo dominato da poteri diffusi e spesso invisibili, difendere il nesso tra diritto, politica e cittadino significa riportare al centro della scena la voce di chi, pur nei limiti e nelle contraddizioni della vita democratica, è chiamato a decidere del proprio destino collettivo. È a questa voce che il suo pensiero, colto e rigoroso, continua a parlare, chiedendo alla nostra epoca un supplemento di coraggio e di verità. Un pensiero che ci accompagnerà nel futuro anche dopo la sua recente scomparsa.
