di Gianni Lattanzio
Questo articolo nasce dalle conversazioni sull’impegno dei cristiani in Europa e sulla scena internazionale per una cultura della pace, maturate nel dialogo con Francesco Rossi e altri amici, proprio mentre si fa sempre più evidente l’affermazione, nei nostri contesti pubblici, di una cultura dello scontro. In un tempo in cui le agende politiche e mediatiche sembrano privilegiare la logica del conflitto – armato, economico, identitario – la responsabilità dei credenti e di quanti condividono l’ispirazione della pace diventa quella di interrogare, senza ingenuità, la nuova politica europea della difesa e di proporre una visione in cui sicurezza e riconciliazione non siano alternative, ma dimensioni inseparabili della stessa missione storica del nostro continente.
Di fronte alla svolta impressa alla politica europea della difesa, il rischio più sottile non è tanto il riarmo in sé, quanto la sua normalizzazione: l’idea che sia ovvio, quasi scontato, che l’Europa debba definire se stessa attraverso la propria potenza militare, come se la misura della sua maturità storica fosse data dal numero di divisioni, dalla sofisticazione degli arsenali, dalla capacità di proiettare forza. La stessa parola “sicurezza” viene progressivamente colonizzata da un immaginario tecnico‑militare che tende a espellere le dimensioni politiche, sociali, spirituali della pace, relegandole al registro della “buona volontà” o, peggio, dell’ingenuità. Eppure, la memoria storica europea racconta un’altra genealogia: l’integrazione è nata dal rifiuto della guerra totale come strumento di regolazione delle controversie fra Stati, dalla consapevolezza che soltanto un ordine sovranazionale, ancorato al diritto e a una certa idea di persona, potesse impedire il ritorno del baratro. Se oggi l’Unione sceglie di diventare attore di difesa – con ambizioni tecnologiche e industriali rilevanti – non può permettersi di recidere questo filo, né di ridurre la pace a semplice effetto collaterale di un buon dispositivo di deterrenza.
Nell’ultimo decennio, quasi senza rumore, la geografia della potenza sul continente è mutata. La tutela americana, che per oltre mezzo secolo ha garantito un ordine nucleare e convenzionale fondato sulla primazia di Washington, si va allentando; nel frattempo, alcune capitali europee riscoprono la vocazione militare come strumento di riconfigurazione del proprio rango. La Germania, liberata dal lungo quarantennio del tabù armato, si avvia a costruire il più poderoso esercito convenzionale del continente, concependo il proprio territorio come “base operativa” per la proiezione di forza e ambendo a un ruolo di perno dell’architettura euroatlantica. La Francia, forte della propria force de frappe, offre una europeizzazione selettiva della deterrenza, ma senza rinunciare al controllo sovrano ultimo delle decisioni atomiche. Attorno a questi poli, altri attori – dalla Polonia alla Svezia – si muovono per accreditarsi come avamposti armati di un Occidente percepito come assediato, mentre l’Unione, con la sua bussola strategica e le nuove iniziative sulla prontezza operativa, si dota di strumenti che strutturano la difesa in chiave industriale, tecnologica, operativa. Nulla di tutto ciò è di per sé illegittimo; sarebbe però pericolosamente ingenuo ignorare che questo processo produce una nuova grammatica della forza, nella quale il ricorso all’elemento militare tende a diventare opzione normale, quasi fisiologica, dell’azione politica.
È qui che la cultura dello scontro, già ampiamente visibile nel linguaggio della politica e dei media, trova un potente alleato strutturale. La polarizzazione identitaria – noi contro loro, il Nord contro il Sud, l’Est contro l’Ovest, i “virtuosi” contro gli “scrocconi” – si intreccia con una semplificazione brutale dei conflitti internazionali: ogni crisi diventa un banco di prova in cui schierarsi, mostrare fermezza, “mandare un segnale” attraverso la minaccia o l’uso della forza. La logica del confronto si fa trama ordinaria, la categoria dell’avversario sostituisce quella del vicino, del partner, talvolta persino del fratello. Una certa retorica cristiana rischia, se non vigile, di farsi trascinare in questo vortice: smarrisce l’elemento evangelico della mitezza e della riconciliazione, si veste di parole d’ordine belliciste, accetta che la pace venga evocata come auspicio generico, mentre la grammatica concreta delle politiche – bilanci, programmi, missioni, dottrine – si scrive altrove, in un orizzonte di conflitto permanente.
Per rompere questo incantesimo occorre riannodare la parola “pace” alla sua densità storica, etica, politica. Non si tratta di predicare un disarmo incondizionato, né di negare la legittimità della difesa di fronte alle minacce reali che attraversano il continente; si tratta di ricondurre la forza entro una cornice di senso che la subordini a fini di giustizia, di salvaguardia della dignità umana, di ricomposizione dell’ordine politico. Chi si misura con la politica europea della difesa non può accontentarsi di chiedere genericamente meno armi; deve piuttosto domandare: quali fini servono queste armi? quale ordine politico intendiamo difendere o costruire? chi controlla democraticamente questa potenza che cresce? Una politica per la pace, in un’Europa armata, deve diventare criterio di giudizio e di orientamento, non semplice appendice morale di scelte già compiute.
Questo significa, innanzitutto, limitare il militarismo: impedire che la disponibilità dello strumento militare si traduca in tentazione di usarlo per colmare ogni vuoto politico, ogni impasse diplomatica, ogni crisi sociale. Non tutte le fratture del mondo si curano con i mezzi armati, e un continente che ha conosciuto sul proprio corpo la devastazione della guerra totale dovrebbe essere il primo a ricordarlo. Significa poi incanalare la deterrenza in regole e istituzioni condivise, capaci di ridurre l’arbitrarietà delle decisioni e di evitare che ogni potenza si costruisca il proprio “ombrello” in solitudine, moltiplicando i rischi di incomprensione e di escalation. Significa, infine, trasformare l’intervento armato – quando si rivela necessario – in avvio di processi di riconciliazione, di ricostruzione istituzionale, di sicurezza umana, e non in mera gestione tecnica della violenza: ogni missione che si limita a “stabilizzare” senza guarire il corpo sociale prepara il terreno per il conflitto successivo.
In questo quadro, il tema della governance del riarmo non è un dettaglio tecnico ma una questione di civiltà politica. Così come l’Europa ha costituzionalizzato vincoli di bilancio e regole sulla moneta, è giunto il tempo di costituzionalizzare la pace nella gestione della potenza militare: definire limiti alla spesa non concertata, imporre trasparenza sugli obiettivi delle missioni, coinvolgere realmente il Parlamento europeo e i parlamenti nazionali nel controllo delle dottrine e degli investimenti. Una difesa comune che cresce al riparo da sguardi democratici, relegata nel recinto degli esperti e dei vertici, non è neutra: contribuisce a spostare il baricentro dell’Unione verso una tecnocrazia armata, nella quale cittadine e cittadini diventano spettatori, mai protagonisti, delle scelte che decidono la pace e la guerra.
Accanto a questa riforma interna, è urgente immaginare un’architettura paneuropea di prevenzione e mediazione. Un’Europa che dispone di mezzi militari significativi non può ridursi a reagire, di volta in volta, alle crisi con strumenti improvvisati. Servono dispositivi stabili, capaci di mettere attorno allo stesso tavolo Unione, NATO, OSCE e gli Stati più esposti ai rischi di escalation; servono squadre di diplomatici, giuristi, esperti di sviluppo e di sicurezza dispiegabili nelle prime ore di una crisi, perché nella fase in cui ancora si parla, si minaccia, si esita, è lì che si decide se il conflitto prenderà la strada delle armi o quella del negoziato. La stessa nozione di sicurezza va allargata fino a includere la sicurezza umana: non basta proteggere confini e infrastrutture se si lasciano senza protezione le persone, le comunità, le istituzioni fragili dei paesi in cui si interviene. Ogni piano di difesa credibile dovrebbe contenere, al suo interno, una quota vincolata di risorse destinate a ricostruire amministrazioni, giustizia, educazione, tessuto sociale, in una logica di responsabilità verso i popoli toccati dalla proiezione di forza europea.
In questo scenario, l’Italia occupa una posizione particolarmente delicata e potenzialmente feconda. Geograficamente protesa nel Mediterraneo, storicamente segnata da una tradizione di partecipazione alle missioni di pace, politicamente sospesa fra fedeltà atlantica e vocazione europea, essa percepisce più di altri quanto il baricentro della difesa comune rischi di spostarsi verso Est, lasciando il fianco Sud a oscure logiche di contenimento, esternalizzazione, delega. La cultura italiana – anche nella sua componente cristiana – può però offrire qualcosa di prezioso a un’Europa rischiosamente “nord‑centrica”: una sensibilità per le interdipendenze mediterranee, una memoria di convivenza fra mondi religiosi e culturali diversi, una consapevolezza concreta dei legami fra sicurezza, migrazione, energia, stabilità politica. Se Roma sceglierà di non limitarsi a subire gli orientamenti altrui, potrà farsi promotrice di una vera Agenda Mediterranea della pace, che vincoli gli strumenti di difesa alla ricomposizione dei conflitti nel vicinato meridionale, e non soltanto alla loro gestione militare.
Che cosa significa, allora, impegnarsi come cristiani in questa Europa che si arma e si interroga confusamente sul proprio posto nel mondo? Significa rifiutare la scorciatoia dell’antimilitarismo generico, che spesso diventa alibi per non entrare nel merito delle scelte politiche; ma significa, con altrettanta chiarezza, rifiutare la fascinazione per la forza, la retorica della “guerra giusta” brandita senza discernimento, l’idea che il conflitto sia il motore inevitabile della storia. L’impegno dei credenti – e di quanti condividono un’ispirazione umanistica – è quello di insistere perché la difesa sia riportata sotto la luce di criteri evangelici di giustizia, di misericordia, di rispetto per la vita. Di fronte alla cultura dello scontro, non ci si limita a dire “no” alla guerra; si chiede che ogni dispositivo di forza sia accompagnato da istituzioni, processi, parole che costruiscano pace: nel linguaggio, nelle leggi, nelle alleanze, nelle relazioni con gli altri popoli.
L’Europa che si arma non è condannata a tradire se stessa. Può ancora scegliere di fare della propria potenza militare un presidio di pace, se accetterà di sottometterla a un ordine politico e morale che non riduca la sicurezza all’assenza di minaccia, ma la riconduca alla dignità di ogni persona e di ogni popolo. Decisivo, in questo processo, sarà il contributo di quelle comunità – cristiane e non solo – che rifiutano di separare il Vangelo dalla storia, la coscienza dalla politica, la pace dalle strutture. È in questo spazio, fragile e necessario, che si gioca l’impegno dei cristiani in Europa e nel mondo: non nel sognare un continente disarmato, ma nel lavorare con pazienza perché un’Europa armata non smetta di essere, prima di tutto, un’Europa chiamata alla riconciliazione.
