di Klarida Rrapaj
Il workshop internazionale “Perspectives from the Horn of Africa – Preventing Malign Actions, Vital Supply Lines”, promosso dalla NATO Defense College Foundation in collaborazione con il Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale, ha rappresentato molto più di un momento di confronto sulla sicurezza internazionale. È stato un dialogo tra diplomazia, istituzioni, organizzazioni internazionali e mondo accademico su una delle aree più fragili e strategiche del panorama globale.
Nel corso della prima sessione, moderata da Francesca Fraccaroli, il dibattito ha evidenziato come il Corno d’Africa sia oggi uno snodo fondamentale per la stabilità internazionale. Le rotte del Mar Rosso, la sicurezza energetica, le tensioni regionali, la pirateria, il terrorismo, i cambiamenti climatici e le crisi umanitarie non rappresentano fenomeni separati, ma elementi di uno stesso sistema complesso.

Gli interventi di El Hadji Ibrahima Diene, Giuseppe Mistretta, Fabio Massimo Ballerini, Luca Miehe e Alberto Monisso hanno offerto prospettive diverse ma convergenti su un punto fondamentale: la sicurezza non può essere costruita esclusivamente attraverso strumenti militari o diplomatici. Servono cooperazione, prevenzione, istituzioni solide, investimenti nello sviluppo e un coinvolgimento concreto delle comunità locali.
Particolarmente significativo è stato il richiamo al principio delle “African solutions for African challenges”, che riconosce il ruolo centrale delle istituzioni africane e delle popolazioni locali nella costruzione di percorsi di pace e sviluppo.
Durante il workshop si è parlato anche di innovazione tecnologica, di intelligenza artificiale, di infrastrutture, di connettività e del Piano Mattei come opportunità di cooperazione tra Italia, Europa e Paesi africani. Ma, al di là delle diverse prospettive geopolitiche, è emerso con forza un concetto condiviso: la prevenzione rimane lo strumento più efficace per affrontare le crisi prima che diventino conflitti aperti.
Ed è proprio questo il passaggio che, da professionista della salute mentale, ha maggiormente richiamato la mia attenzione.
Nel nostro lavoro sappiamo che prevenire significa riconoscere precocemente i fattori di rischio, rafforzare le risorse individuali e collettive e creare contesti capaci di proteggere le persone prima che il disagio diventi sofferenza cronica. Lo stesso principio, seppur su scala diversa, sembra attraversare anche il dibattito internazionale.
Mentre ascoltavo gli interventi, continuavo a pensare che dietro ogni analisi sulle rotte marittime, sugli equilibri geopolitici o sulle strategie di sicurezza esistono persone che convivono quotidianamente con la paura, con la perdita, con la migrazione forzata e con l’incertezza. Ogni conflitto lascia conseguenze profonde non soltanto sulle istituzioni, ma anche sulle relazioni, sull’identità delle comunità e sul benessere psicologico delle nuove generazioni.
Per questo motivo considero particolarmente significativo che più relatori abbiano richiamato il valore della resilienza. Una resilienza che non riguarda soltanto gli Stati, ma anche la capacità delle comunità di mantenere coesione, fiducia e partecipazione anche nei momenti di maggiore vulnerabilità.
La sicurezza, allora, assume un significato più ampio. Non riguarda esclusivamente la protezione dei confini o delle infrastrutture strategiche, ma comprende anche la possibilità di vivere in contesti nei quali le persone possano costruire relazioni di fiducia, accedere a opportunità educative e lavorative e sentirsi parte di istituzioni credibili.
Il Corno d’Africa continua a rappresentare una delle aree più complesse dello scenario internazionale. Tuttavia, il workshop ha restituito anche un messaggio di responsabilità condivisa: nessun Paese, nessuna organizzazione e nessuna istituzione può affrontare queste sfide da sola. La cooperazione rimane il principale strumento per costruire stabilità.
Da questa giornata porto con me una convinzione che va oltre la dimensione geopolitica.
La pace non nasce soltanto dagli accordi tra governi. Nasce anche dalla capacità di ricostruire fiducia, sostenere le comunità, investire nelle persone e riconoscere che ogni scelta politica produce effetti concreti sulla vita di milioni di individui.
Forse è proprio questa la lezione più importante emersa dal workshop: la sicurezza internazionale diventa realmente efficace quando riesce a mettere al centro la dignità umana. Perché ogni strategia, ogni politica di cooperazione e ogni intervento di prevenzione acquistano valore solo se contribuiscono a costruire comunità più forti, più inclusive e capaci di guardare al futuro con speranza.
