di p. Lorenzo Prencipe
Nota della Fondazione Centro Studi Emigrazione Ets (CSER) dei Missionari Scalabriniani
Il superiore interesse del minore
Anche uno solo di questi bambini (Mt 18,10) è il tema proposto da papa Leone XIV per la 112ª Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato, che si celebrerà il 27 settembre 2026, per richiamarel’attenzione della Chiesa e della società sui minori coinvolti nell’esperienza migratoria – volontaria o forzata – perché, seguendo l’esempio di Gesù Cristo, «chi accoglie uno solo di questi bambini nel mio nome, accoglie me» (Mc 9,37).
I minori, quei milioni di bambini e adolescenti costretti – da soli o con i loro genitori – ad abbandonare la propria terra a causa di guerre, povertà, violenze, disastri ambientali, sono i più vulnerabili all’interno dei flussi migratori perché, sottolinea papa Leone con le parole di papa Francesco, «sono tre volte indifesi in quanto minori, in quanto stranieri e in quanto inermi».
Non è una questione di cifre o statistiche: accogliere anche un solo bambino migrante è per il cristiano, ma anche per ogni essere umano ed ogni società civile, un test di umanità e di fiducia nel futuro. Infatti, ricorda il papa, è responsabilità di tutti «riconoscere il bambino nella sua dignità, prima ancora della sua condizione di “migrante”, e tutelarne i diritti fondamentali: alla vita, all’educazione, ad un livello di esistenza che gli consenta di crescere e svilupparsi pienamente dal punto di vista fisico, mentale, spirituale, morale e sociale».
Anche uno solo di questi bambini nel messaggio papale richiama le istituzioni pubbliche e la politica a rimettere al centro delle loro iniziative e decisioni sui migranti il principio del superiore interesse del minore, spostando l’asse del dibattito da un approccio securitario, repressivo edistigatore di paure alla promozione e sostegno di «reali opportunità di integrazione di chi emigra»
Tutti d’accordo con il Papa, ma ognuno a modo suo!
Come spesso capita tutti dicono di “voler favorire l’integrazione”, ma non sempre la si persegue realmente.
Ed ecco che, alla vigilia della Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato, la politica italiana, non soddisfatta di rendere difficile la vita ai migranti adulti, prende di mira i bambini dei migranti ealimenta un dibattito, strumentale, sull’ennesimo provvedimento in cantiere (via decreto-legge o disegno di legge, a scelta, in base a valutazioni di convenienza elettorale) per introdurre un numeromassimo di studenti “stranieri” per classe (il tetto dovrebbe essere del 30% per gli alunni condifficoltà linguistiche e quindi – se non si vuol alimentare confusione pre-elettorale – più che di “stranieri” si dovrebbe parlare di scolari “non italofoni”), l’obbligo per i genitori di studentistranieri con gravi problemi di inserimento scolastico di imparare l’italiano e il divieto di burqa eniqāb a scuola.
E mentre il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, inaugurando il nuovo anno scolastico, afferma che «la scuola che non crea ghetti è la più efficace leva di integrazione per chi viene da altri Paesi e per i giovani nati in Italia ma figli di emigrati», il ministro dell’Istruzione, Giuseppe Valditara, fautore delle misure in arrivo, replica che «per l’integrazione degli studenti stranieri, per evitare alla radice qualunque discriminazione, bisogna rimuovere le cause anche linguistiche di un’inaccettabile marginalizzazione, con particolare attenzione all’effettiva padronanza della lingua italiana, perché senza la conoscenza e la padronanza della nostra lingua non c’è vera integrazione».
Lo stesso cardinale Matteo Zuppi, a nome della Chiesa italiana, ribadisce che – all’inizio di questo nuovo anno scolastico – «la sfida non più rinviabile è quella delle disuguaglianze educative: non possiamo accettare che il luogo di nascita, la condizione economica, fisica o il contesto sociale determinino le opportunità di apprendimento di un ragazzo. Una scuola autenticamente inclusiva è uno dei più potenti strumenti di giustizia e di pace».
Ma, le misure annunciate sono/sarannoveramente efficaci?
Molto dipende dall’obiettivo reale che si vuole raggiungere. Se come dice la Presidente del Consiglio l’obiettivo di un tetto al numero di alunni “stranieri” (o non italofoni?) nelle classi è evitare che gli italiani diventino minoranza, bisogna considerare che un tetto del 30% alla presenza di studenti stranieri in classe esiste già dal 2010, definito con circolare ministeriale quasi sempre disattesa a causa delle difficoltà oggettive di applicarla, soprattutto nelle scuole alla periferia di alcune città, dove la presenza di ragazzi “stranieri” supera ampiamente la soglia del 30%.
In verità, non si capisce come il rendere cogente, con provvedimento legislativo, il tetto del 30% possa renderlo automaticamente fattibile: i bambini, soprattutto quelli con cittadinanza non italiana e, a volte, con poca dimestichezza con la lingua italiana vanno a scuola là dove abitano le famiglie che normalmente sono maggioritarie nelle regioni del Nord come Lombardia, Piemonte, Friuli-Venezia Giulia, Emilia-Romagna o nelle periferie delle grandi città come Milano e Roma. Ora, se in un determinato quartiere la presenza di famiglie straniere è maggioritaria, come si potrebberispettare un limite percentuale senza richiedere ai genitori stranieri di traslocare altrove e agli italiani di riprenderne quel posto lasciato libero dagli stranieri?
Quando ad un bambino “con cittadinanza non italiana”, che parla poco o male l’italiano (e per questo va a scuola!) che si iscrive normalmente nell’istituto scolastico più vicino a casa dei genitori,viene comunicato che il tetto/quota di “stranieri” è già stata superato cosa si fa? Gli si cerca un’altra scuola un po’ più lontana da casa (e fino a che distanza massima? E con quali mezzi di trasporto per raggiungerla?) o gli si fa capire che per garantire la maggioranza numerica dei bambini italiani e meglio per lui “integrarsi” standosene a casa?
E come la mettiamo, allora, con l’articolo 34 della nostra Costituzione secondo cui «la scuola è aperta a tutti. L’istruzione inferiore, impartita per almeno otto anni, è obbligatoria e gratuita… E la Repubblica rende effettivo questo diritto…» senza alcuna discriminazione di cittadinanza o di data di arrivo in Italia o di velocità nell’iscrizione scolastica?
Ma quanti e dove sono gli studenti con cittadinanza non italiana nelle scuole italiane? E a chi si applicherebbe la normativa in cantiere?
I dati relativi all’anno scolastico 2024/25rilevano 931.323 alunni con cittadinanza non italiana, vale a dire l’11,6% del totale di 8 milioni di ragazzi che frequentano le scuole in Italia. La quota più alta è alla primaria (13,7%), poi infanzia (12,7%), medie (12,6%) e superiori (8,6%). Due terzi sono di seconda generazione: 607 mila nati in Italia e 323 mila all’estero, che – per metà – arrivano da Paesi Ue, come la Romania.
Il 65% (circa 605 mila) degli studenti con cittadinanza non italiana vive al Nord: in Lombardia ve ne sono il 25% (circa 150 mila), in Emilia-Romagna il 12,2% (circa 74 mila) e in Veneto il 10,8%(circa 65 mila), mentre in molte regioni del Sud la quota non arriva al 5%. A Milano vi sono circa80 mila alunni con cittadinanza non italiana mentre a Roma sono 63 mila, soprattutto nelle periferie.
Tale distribuzione geografica risponde, essenzialmente, al fatto che in alcune zone del Paese è più elevata la concentrazione dei nuclei familiari stranieri a causa del lavoro dei genitori, fino a raggiungere i casi limite del 90% di iscritti del Bangladesh in una prima elementare di Mestre o il 76% di studenti non italiani in un istituto di Monfalcone. Ad ogni modo le cosiddette “classi ghetto”, numeri alla mano, rappresentano una esigua minoranza: lo 0,6% su scala nazionale (poco meno di 2 mila su 300mila totali) supera il tetto del 30% di alunni con cittadinanza non italiana e difficoltà linguistiche.
In conclusione
Il tetto del 30% di non italofoni per classe – previsto nei provvedimenti legislativi annunciati – dovrebbe riguardare non tutti gli studenti definiti “stranieri”, ma solo coloro che conoscono poco o niente l’italiano, stimabili (per eccesso) circa 20/25 mila studenti con cittadinanza non italiana su un totale di oltre 8 milioni di studenti. In altri termini, le misure prossime venture dovrebbero riguardare coloro che ottengono punteggi bassi nei test Invalsi e non superano le prove di livello nelle scuole anche se non sono ancora definite le modalità di accertamento di tali competenze.
In definitiva, anche se – a parer nostro – i numeri non sono tali da configurare né un’emergenzaeducativa, necessaria e urgente come lo richiederebbe un decreto-legge, né tantomeno una provocatoria polemica mediatico-politico, più a carattere elettorale che “nell’interesse primario del minore”, resta comunque in gioco uno, dei tanti, problemi della nostra scuola che deve farsi carico di rispondere al bisogno di maggiore conoscenza della lingua italiana, sia di adulti nei Centri provinciali per l’istruzione degli adulti che di minori nelle scuole del mattino e questa sfida non può essere affidata al semplice possesso di un passaporto privilegiato.
In effetti, con l’intento di penalizzare gli “stranieri”, un ragazzo nato in Italia da genitori senegalesi,ben integrato e capace di parlare l’italiano magari con cadenza romanesca, potrebbe dover sostenere l’esame perché non ha la cittadinanza, mentre un suo coetaneo, cresciuto in Brasile, con la cittadinanza che gli deriva dall’avere un genitore italiano ma che non parla una parola d’italiano, sesi trasferisce in Italia e si iscrive a scuola potrebbe non avere alcun obbligo di superare un test linguistico.
È chiaro che il problema non è “essere straniero o meno”, “maggioranza o minoranza”, maarrivare a possedere la lingua come strumento di comunicazione, socialità e vera cittadinanza e quindi di “reale integrazione” per cui è necessario non tanto controllare i passaporti ma perseguire il potenziamento dell’insegnamento dell’italiano ai non italofoni.
In tal modo, per accompagnare linguisticamente i nuovi arrivati non italofoni verso quella “reale integrazione” sarebbe non solo auspicabile ma opportuna (e su questo forse si dovrebbe veramentelegiferare!) una redistribuzione delle classi, creando piccoli gruppi capaci di accogliere positivamente altri più piccoli sottogruppi di alunni non italofoni, ma anche organizzare corsi per soli studenti non italofoni che manifestano bisogni di attenzioni speciali per rimettersi in pari.
Ne conseguirebbe, allora, la necessità di maggiori risorse per l’istruzione, nuove assunzioni di docenti specializzati per l’insegnamento dell’Italiano soprattutto ai ragazzi nuovi arrivati e agli adulti, evitando di dirottare quelli che ci sono a compiti di meri sostituti di segreteria o di insegnanti assenti, impiego mirato dei mediatori interculturali individui o agenzie educative come le parrocchie) come ponti tra culture da conoscere e non da contrastare o eliminare a priori, costruzione e utilizzo di nuove aule scolastiche e sfruttamento degli ambienti scolastici lungo l’intero arco della giornata.
E come San Giovanni Battista Scalabrini ripeteva agli emigrati italiani incontrati nel suo viaggio del 1901 negli Stati Uniti: «Osservate i costumi del paese che vi ospita; conformatevi ad essi quanto vi è possibile. Imparate a parlare inglese, ma non dimenticate la vostra dolce lingua materna. Mandate i vostri figli a scuola… siate religiosi e sarete veramente italiani», per una “reale integrazione” non è obbligatorio mettere in contrapposizione lingue, culture e religioni diverse se consideriamo che la cittadinanza condivisa e riconosciuta a quanti vogliono far parte di un Paese aperto al mondo è un obiettivo possibile.
P.S.: Un’ultima considerazione sul divieto di burqa e niqāb in classe, si stima che questo sarebbe indossato da circa 500/600 allieve straniere in Italia, essenzialmente per ragioni religiose… Ora, per prevenire il possibile abbandono della scuola da parte di studentesse di fede musulmana è meglio obbligarle per legge o intraprendere un percorso di sana e rispettosa convivenza interculturale? Certo per chi vede le migrazioni e i migranti solo con gli occhiali del pericolo e della paura, è difficile percorrere soluzioni che non siano quelle punitive e obbliganti!
Roma, 27.9.2026, per la 112ª Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato
