L’Europa cerca potenza, i cittadini cercano futuro
di Gianni Lattanzio
La politica conosce le mosse delle grandi potenze. Molto meno il prezzo di una stanza. Sa discutere il posto dell’Italia nel mondo; fatica a spiegare quale posto possano trovare, in Italia, un giovane, un ricercatore, un’impresa che vuole investire. È qui che la retorica della potenza incontra la prova della realtà.
Da Madrid alle università francesi, le mobilitazioni per la casa e contro le restrizioni ai finanziamenti dell’istruzione pongono una domanda che riguarda anche noi: che cosa vale una promessa di futuro se mancano le condizioni per realizzarla? Non basta celebrare i giovani, invocare l’innovazione, esortare le famiglie. Una stanza accessibile e un percorso di studi sostenibile contano più di cento discorsi sull’avvenire.
Ma sarebbe un errore contrapporre questa domanda sociale alla competitività europea. Il punto è esattamente l’opposto: tenerle insieme. Quale industria vogliamo rafforzare, se chi deve lavorarvi non può abitare nelle città che la ospitano? Quale capacità tecnologica intendiamo costruire, se la formazione viene trattata come un costo da comprimere? La competitività non dovrebbe misurare soltanto la forza delle imprese, ma anche la capacità di un sistema di alimentarle con conoscenza, competenze e opportunità.
L’Europa deve coordinare le proprie scelte industriali, sostenere le filiere strategiche, dare una direzione comune agli investimenti. E l’Italia deve partecipare a questo disegno con priorità riconoscibili, non limitarsi a rivendicare genericamente l’interesse nazionale. Un interesse che non viene tradotto in progetti, alleanze e capacità negoziale resta uno slogan: buono per un comizio, inutile al tavolo delle decisioni.
Difendere le filiere italiane non dovrebbe significare sottrarle all’integrazione europea, ma renderle protagoniste delle sue scelte. E costruire una politica comune non dovrebbe significare ignorare le specificità nazionali. La sfida è trasformare queste differenze in complementarità, anziché usarle come pretesto per paralizzarsi a vicenda.
Anche la cooperazione tra Stati va giudicata così. Formale o informale, prevista dai Trattati o costruita attraverso convergenze politiche, deve servire a produrre decisioni e risultati. Un’alleanza europea vale se permette di orientare investimenti, rafforzare competenze, aprire opportunità produttive. Se serve soltanto a esibire vicinanze tra governi, è diplomazia da fotografia.
È questo il salto di qualità che dovrebbe entrare nell’agenda italiana. Non scegliere tra Europa e nazione, tra industria e diritti, tra sicurezza e coesione sociale. Chiedere, invece, come ciascuna scelta europea possa rafforzare il sistema produttivo e migliorare le possibilità di vita delle persone. Con quali risorse, per quali obiettivi, entro quali tempi.
Un’agenda drogata dal gioco degli scacchi geopolitico evita proprio questa verifica. Trasforma ogni questione in schieramento e ogni responsabilità interna in un’urgenza rinviabile. Ma l’autonomia strategica non può diventare il nome solenne della nostra impotenza quotidiana. Né la competitività può ridursi a una parola elegante con cui chiedere sacrifici senza indicare prospettive.
La politica impari pure a muovere i pezzi. Ma ricordi che un Paese non è una posizione sulla scacchiera. È ciò che consente ai suoi cittadini di costruire. E un’Europa più forte che non renda più solide le loro vite rischia di essere soltanto una potenza immaginata, abitata da persone sempre più fragili.

