di Flavio De Septis
Gli algoritmi dei social non mentono: scelgono. E scegliendo sempre la stessa direzione, rischiano di insegnare ai ragazzi che esiste una sola idea possibile.
Sono le undici di sera. Un ragazzo di quattordici anni scorre il telefono: un video, poi un altro, poi un altro ancora. Ognuno sembra confermare il precedente. Stesso tono, stesso bersaglio, stessa conclusione. Dopo mezz’ora ha l’impressione di sapere come va il mondo. In realtà ha visto soltanto ciò che un sistema di raccomandazione ha calcolato che lo avrebbe trattenuto più a lungo.
Questo è il punto che spesso sfugge al dibattito pubblico. Il problema non è solo quanto tempo i giovani passano sui social, ma che cosa vedono e, soprattutto, che cosa non vedono mai. Il feed non è una finestra sul mondo: è un corridoio. E un corridoio, per quanto lungo, ha una sola direzione.
La nuova comunicazione: dal dialogo al flusso
I primi social erano piazze: si seguivano amici, si leggevano i loro post in ordine cronologico, si commentava. Oggi il modello dominante è un altro. Feed come “Per te” su TikTok, Reels su Instagram o Shorts su YouTube non mostrano ciò che scelgo di seguire, ma ciò che l’algoritmo prevede che guarderò fino in fondo.
Il meccanismo è semplice nella logica e sofisticatissimo nell’esecuzione. Ogni gesto viene misurato: quanti secondi resto su un video, se lo riguardo, se lo condivido, se scorro via dopo un istante. Questi segnali alimentano modelli che ottimizzano un solo obiettivo commerciale: l’engagement, cioè il tempo e l’attenzione trattenuti sulla piattaforma.
Ne deriva una comunicazione radicalmente diversa da quella a cui eravamo abituati:
- non è più dialogo ma erogazione: il contenuto arriva senza essere cercato;
- non è più pluralità ma pertinenza: si mostra ciò che “mi somiglia”, non ciò che mi mette in discussione;
- non è più argomentazione ma emozione: in quindici secondi vince il messaggio che indigna, diverte o spaventa, non quello che spiega.
Nessuno di questi passaggi è una censura esplicita. Ed è proprio questo a renderli insidiosi: il ragazzo non percepisce che qualcosa gli viene tolto, perché non sa che esisteva.
Gli studiosi lo descrivono con tre concetti che si alimentano a vicenda.
- Bolla di filtro. L’algoritmo seleziona per ciascuno una porzione del reale coerente con i gusti già espressi. Due compagni di classe con lo stesso telefono vivono, di fatto, in due informazioni diverse.
- Camera dell’eco. Dentro la bolla le stesse idee rimbalzano tra persone che la pensano allo stesso modo. Il consenso sembra unanime perché il dissenso è semplicemente assente.
- Effetto “rabbit hole”. È la tana del bianconiglio: ogni contenuto spinge verso il successivo un po’ più estremo, più intenso, più polarizzante, perché è quello che trattiene di più.
Non è un’ipotesi da convegno. Proprio questo effetto è uno dei filoni dell’indagine che la Commissione europea ha aperto su TikTok nel febbraio 2024 ai sensi del Digital Services Act: l’obiettivo è verificare se i sistemi di raccomandazione portino gli utenti verso una fruizione sempre più intensa e compulsiva, e se la piattaforma abbia adottato misure sufficienti per limitarla
Il risultato è un binario. Il ragazzo non viene obbligato a pensare in un certo modo: viene semplicemente esposto, giorno dopo giorno, a un solo messaggio ripetuto in mille varianti. Una tesi vista cento volte smette di sembrare una tesi e comincia a sembrare un fatto. Chi la pensa diversamente non appare come portatore di un’altra idea, ma come qualcuno che “non ha capito”, o peggio come un nemico.
È qui che si consuma il danno più profondo: non si perde un’opinione, si perde la capacità di riconoscere che le opinioni sono più d’una. La differenza tra le idee, che è la materia prima della democrazia, diventa invisibile.
Perché i ragazzi sono più esposti
Un adulto che entra in una bolla porta con sé anni di esperienze, letture, discussioni, errori. Ha un termine di paragone. Un adolescente, spesso, no: sta costruendo proprio ora gli strumenti con cui giudicherà il mondo.
Tre fattori rendono questa fase particolarmente vulnerabile.
- Il cervello in costruzione. Le aree legate al controllo degli impulsi e alla valutazione critica maturano tra le ultime, mentre quelle sensibili alla ricompensa sociale sono già molto attive. Un like, una condivisione, l’approvazione del gruppo pesano più di un argomento ben costruito.
- L’identità in formazione. A quattordici anni ci si chiede chi si è e a quale gruppo si appartiene. Se il feed offre una sola risposta, confezionata e ripetuta, il rischio è che il ragazzo la adotti come propria senza averla mai scelta.
- L’assenza di confronto reale. Il pensiero critico non nasce dall’informazione, ma dall’attrito tra informazioni diverse. Se l’attrito viene eliminato a monte, manca la palestra in cui allenarlo.
Ciò che si atrofizza, allora, non è la conoscenza ma una competenza: saper ascoltare un’idea diversa senza sentirsi minacciati, distinguere un fatto da un’opinione, cambiare idea senza viverlo come una sconfitta. Sono capacità che servono a scuola, nel lavoro, nelle relazioni e nel voto. Chiuderle in un binario a quindici anni significa ipotecare il cittadino che quel ragazzo diventerà.
C’è poi un profilo che chi si occupa di sicurezza conosce bene: un pubblico abituato a ricevere un solo messaggio è anche un pubblico più facile da manipolare. Le campagne di disinformazione e le operazioni di influenza della minaccia ibrida non devono convincere nessuno: basta loro inserirsi nel corridoio già tracciato dall’algoritmo.
Dal binario alla minaccia: i rischi cyber
Un ragazzo chiuso in un flusso prevedibile non è solo meno libero: è anche un bersaglio più facile. Gli stessi dati che l’algoritmo usa per trattenerlo raccontano a chiunque sappia leggerli che cosa lo interessa, che cosa lo spaventa, di chi si fida. La profilazione commerciale e quella criminale usano, in fondo, la stessa materia prima.
| Minaccia | Come agisce | Segnali d’allarme |
|---|---|---|
| Adescamento online (grooming) | Un adulto si finge coetaneo, costruisce fiducia sfruttando gli interessi visibili nel profilo e sposta la conversazione su chat private | Richiesta di segretezza, regali, insistenza nel cambiare app |
| Sextortion | Dopo aver ottenuto immagini intime, spesso con un profilo falso, il criminale minaccia di diffonderle chiedendo denaro o altro materiale | Ansia improvvisa, ritiro, richieste di soldi o ricariche |
| Deepfake e manipolazione di immagini | Foto pubbliche dei profili vengono alterate con l’intelligenza artificiale per creare contenuti falsi, anche a sfondo sessuale, usati per ricatto o bullismo | Contenuti che circolano senza che il ragazzo li abbia mai prodotti |
| Cyberbullismo | La viralità amplifica l’umiliazione: un contenuto offensivo raggiunge in poche ore tutta la scuola e resta online | Rifiuto di andare a scuola, cambi di umore legati al telefono |
| Phishing e furto di account | Finti giveaway, skin gratuite per videogiochi, falsi messaggi di “verifica account” o di supporto della piattaforma rubano credenziali | Account che pubblica contenuti non suoi, password cambiate |
| Truffe e frodi | Investimenti facili, guadagni rapidi, acquisti di prodotti contraffatti promossi da finti influencer | Richieste di pagamento fuori dalla piattaforma |
| Oversharing e doxxing | Scuola, quartiere, orari e abitudini ricostruibili da storie e geolocalizzazione permettono di rintracciare fisicamente il ragazzo | Contenuti con divisa scolastica, luoghi riconoscibili, posizione attiva |
| Disinformazione e radicalizzazione | Operazioni di influenza, anche di matrice statale, e gruppi estremisti sfruttano il rabbit hole per agganciare i più giovani con meme e linguaggio ironico | Linguaggio nuovo e aggressivo, isolamento, ostilità verso chi dissente |
| Sfide virali pericolose | Le challenge si propagano proprio grazie ai meccanismi di raccomandazione e spingono a gesti rischiosi per ottenere visibilità | Imitazione di video, ricerca ossessiva di like |
Il filo che lega queste minacce è lo stesso del binario: la fiducia costruita dentro un ambiente che sembra familiare. Chi parla la stessa lingua della bolla, usa gli stessi meme e conferma le stesse idee viene percepito come “uno di noi”. È esattamente il travestimento che usano adescatori, truffatori e operatori di propaganda.
Per chi si occupa di sicurezza la lezione è chiara: la vulnerabilità non è solo tecnica, è cognitiva. Un utente che non è abituato a dubitare di ciò che vede è il punto d’ingresso ideale per qualunque attacco di ingegneria sociale.
Il rischio cyber cognitivo: quando il bersaglio è la mente
Le minacce descritte finora puntano a dati, account, denaro o immagini. Il rischio cognitivo punta più in alto: a come una persona percepisce la realtà, a che cosa crede e a come decide. Non si viola un sistema informatico, si sfrutta il sistema di raccomandazione per arrivare alla mente dell’utente. In ambito militare e di intelligence si parla ormai di cognitive warfare, la guerra cognitiva: la NATO considera la dimensione cognitiva un terreno di confronto a tutti gli effetti, accanto a terra, mare, aria, spazio e cyberspazio.
Per un adolescente il binario algoritmico è il vettore perfetto di questo tipo di attacco. Il canale è già aperto, la fiducia già costruita, il pubblico già segmentato per interessi, emozioni e fragilità.
Le tecniche
| Tecnica | Come funziona | Perché colpisce i ragazzi |
|---|---|---|
| Microtargeting emotivo | Messaggi diversi per gruppi diversi, calibrati su paure, rabbia o senso di esclusione rilevati dai dati di navigazione | L’adolescenza è la fase delle emozioni amplificate e del bisogno di appartenenza |
| Reti di bot e falsi profili (astroturfing) | Centinaia di account coordinati simulano un consenso spontaneo intorno a una tesi | Il ragazzo misura ciò che è “normale” da ciò che sembra pensare la maggioranza |
| Contenuti generati con l’IA | Video, voci e immagini sintetiche prodotti in massa a costo quasi nullo, inclusi falsi testimoni e falsi esperti | Diventa sempre più difficile distinguere il vero dal verosimile |
| Riciclaggio delle narrazioni | Una tesi nasce su canali marginali, viene ripresa da influencer inconsapevoli e arriva nel feed come opinione comune | La fonte originaria scompare: resta solo il messaggio |
| Guerra dei meme | Ironia, umorismo e linguaggio generazionale veicolano contenuti politici o estremisti abbassando le difese | Ciò che fa ridere non viene percepito come propaganda |
| Tempesta di falsità | Volumi enormi di versioni contraddittorie dello stesso fatto, ripetute senza sosta | L’obiettivo non è convincere ma stancare: “tanto è tutto falso” |
| Polarizzazione indotta | Si amplificano i contenuti più estremi di entrambe le parti per spingerle a odiarsi | Rafforza il binario e trasforma chi dissente in nemico |
| Chatbot e compagni virtuali | Assistenti conversazionali e personaggi artificiali instaurano relazioni continuative e possono orientare opinioni e scelte | Il ragazzo si confida con chi sembra capirlo meglio di chiunque altro |
Gli effetti
Il danno di un attacco cognitivo raramente è visibile nel momento in cui avviene. Si accumula nel tempo e produce tre effetti principali:
- Erosione della fiducia. Nelle istituzioni, nella scienza, nell’informazione professionale, fino alla fiducia nei propri insegnanti e genitori.
- Apatia e cinismo. Quando tutto sembra manipolato, la reazione più comune non è la verifica ma la rinuncia: niente è vero, quindi niente conta.
- Frattura sociale. Gruppi che vivono in realtà informative incompatibili non riescono più a discutere, perché non condividono nemmeno i fatti di partenza.
È per questo che i giovani sono un bersaglio strategico per chi conduce operazioni di influenza nell’ambito della minaccia ibrida: sono l’elettorato, la forza lavoro e la classe dirigente dei prossimi decenni. Orientarne oggi la percezione significa investire sul lungo periodo, con costi minimi e quasi nessun rischio di essere scoperti.
Le difese: la sicurezza cognitiva
Accanto alla sicurezza informatica sta nascendo una disciplina nuova, la cognitive security, che tratta la mente come un perimetro da proteggere.
- Prebunking. Invece di smentire una falsità dopo che si è diffusa, si mostrano in anticipo le tecniche di manipolazione. La ricerca sulla cosiddetta teoria dell’inoculazione indica che riconoscere la tecnica rende meno vulnerabili al messaggio, come un vaccino.
- Lettura laterale. Davanti a un contenuto, uscire dalla pagina e verificare chi c’è dietro, invece di valutarlo dall’interno. È il metodo usato dai fact-checker professionisti.
- La pausa emotiva. Se un contenuto provoca rabbia o paura immediate, è il momento di fermarsi: l’emozione forte è il segnale tipico di un messaggio costruito per essere condiviso senza pensare.
- Educazione mediatica strutturata. Alcuni Paesi, come la Finlandia, inseriscono da anni l’alfabetizzazione mediatica in tutte le materie scolastiche come parte della propria strategia di difesa nazionale.
- Monitoraggio e attribuzione. Analisti di threat intelligence e autorità devono individuare le campagne coordinate e renderle pubbliche, perché un’operazione di influenza smascherata perde gran parte della sua efficacia.
In questo campo il confine tra cybersicurezza ed educazione scompare. Un firewall protegge una rete; solo un pensiero critico allenato protegge una persona.
Le regole si muovono, ma inseguono
Il 2026 è stato l’anno in cui la politica europea ha smesso di considerare il tema marginale.
- Digital Services Act. Obbliga le grandi piattaforme a valutare e mitigare i rischi sistemici dei propri algoritmi, compresi quelli per i minori. Il 24 luglio 2026 la Commissione ha inviato a TikTok conclusioni preliminari secondo cui gli account dei minorenni non rispettano gli standard di sicurezza richiesti, chiedendo tra l’altro di smettere di raccomandare i contenuti dei minori attraverso il feed “Per te” . In caso di decisione definitiva la sanzione può arrivare al 6% del fatturato mondiale.
- Età minima europea. A settembre 2026 la Commissione ha proposto di vietare i social ai minori di 13 anni e di fissare a 15 anni l’età per aprire un account in autonomia. Presentando le linee guida del panel di esperti, Ursula von der Leyen ha detto che a crescere i figli devono essere i genitori, non quelli che ha definito “algoritmi predatori”.
- Le iniziative nazionali. La Francia ha approvato il divieto per gli under 15 a partire da settembre 2026, l’Austria uno per gli under 14, mentre Spagna, Italia e Slovenia hanno avviato percorsi legislativi analoghi . Fuori dall’Europa l’Australia ha fatto da apripista con il divieto per gli under 16.
Sono passi importanti, ma hanno un limite strutturale: un divieto d’accesso regola l’età, non la logica del feed. Un ragazzo di sedici anni, legalmente iscritto, entra nello stesso corridoio di prima. Per questo il fronte più decisivo resta quello del DSA sulla progettazione dei sistemi di raccomandazione: trasparenza su come funzionano, possibilità di scegliere feed non profilati, impostazioni protettive attive per default e non da cercare nei menu.
Uscire dal binario: cosa si può fare
Nessuna legge, da sola, restituisce ai ragazzi la capacità di confrontarsi. Serve un’alleanza tra più attori.
Le famiglie possono fare più che controllare i minuti di utilizzo. La domanda utile non è “quanto tempo hai passato sul telefono?” ma “che cosa ti ha mostrato oggi?”. Guardare insieme il feed, chiedersi perché compare proprio quel video, è già un esercizio di consapevolezza.
La scuola può trasformare l’educazione civica digitale da lezione occasionale a competenza strutturata: come funziona un algoritmo di raccomandazione, come si verifica una fonte, come si costruisce un dibattito in cui ciascuno deve sostenere anche la tesi che non condivide. Il debate è forse l’antidoto più diretto alla camera dell’eco.
Le piattaforme devono rendere reale ciò che il DSA già chiede: feed cronologici o non profilati facilmente selezionabili, spiegazioni comprensibili sul perché un contenuto viene proposto, meccanismi che introducano deliberatamente punti di vista diversi invece di eliminarli.
I ragazzi stessi possono imparare piccole pratiche di igiene informativa:
- seguire volontariamente fonti e persone con cui non si è d’accordo;
- usare il tasto “non mi interessa” per rompere le sequenze ripetitive;
- prima di condividere, chiedersi chi guadagna da quel messaggio;
- cercare la stessa notizia su almeno due fonti diverse;
- alternare il feed algoritmico con la ricerca attiva.
Consigli pratici di sicurezza
Per i ragazzi
- Profilo privato, sempre: accettare solo persone conosciute anche fuori dal web.
- Attivare l’autenticazione a due fattori o le passkey su ogni account social e sulla mail collegata.
- Non condividere scuola, indirizzo, orari, posizione in tempo reale; disattivare la geolocalizzazione nelle foto.
- Non inviare mai immagini intime: una volta partite, non si controllano più.
- Diffidare di chi chiede segretezza, di chi vuole spostare la chat su un’altra app, di regali e offerte troppo belle.
- In caso di ricatto: non pagare, non cancellare nulla, fare screenshot e parlarne subito con un adulto.
Per i genitori
- Configurare insieme ai figli le impostazioni di privacy e il parental control, spiegando il perché invece di imporlo.
- Creare un patto di fiducia: il ragazzo deve sapere che può raccontare un errore senza essere punito per primo.
- Conoscere i canali di aiuto: il Commissariato di P.S. Online della Polizia Postale per segnalazioni e denunce, e la segnalazione diretta sulle piattaforme per far rimuovere i contenuti.
- Dare l’esempio: i figli copiano l’uso che gli adulti fanno del telefono più di quanto ascoltino le loro regole.
Per la scuola
- Inserire nel curricolo moduli strutturati di cittadinanza digitale e sicurezza informatica, non solo incontri sporadici.
- Nominare un referente per il cyberbullismo realmente formato e dotato di una procedura chiara di gestione dei casi.
- Usare simulazioni di phishing e casi reali come materiale didattico.
Il ruolo degli esperti
Il problema è tecnico, psicologico, educativo e politico insieme. Per questo nessuna categoria professionale può affrontarlo da sola.
| Esperti | Cosa dovrebbero fare | Cosa potrebbero fare di più |
|---|---|---|
| Professionisti della cybersicurezza | Portare nelle scuole formazione concreta su ingegneria sociale, gestione delle credenziali e riconoscimento delle truffe | Mettere a disposizione competenze pro bono, collaborare con istituti e associazioni, trasferire ai ragazzi la mentalità “zero trust” applicata ai contenuti |
| Psicologi e neuropsichiatri dell’età evolutiva | Spiegare a famiglie e docenti come l’algoritmo agisce su attenzione, autostima e identità | Produrre linee guida condivise sui segnali di disagio legati all’uso dei social |
| Educatori e docenti | Insegnare il confronto tra idee: debate, analisi delle fonti, lettura critica dei feed | Costruire reti tra scuole per scambiare pratiche efficaci |
| Ricercatori | Studiare in modo indipendente gli effetti dei sistemi di raccomandazione | Usare l’accesso ai dati delle piattaforme previsto dall’articolo 40 del DSA per misurare bolle e rabbit hole |
| Giornalisti e comunicatori | Raccontare il funzionamento degli algoritmi senza allarmismi né semplificazioni | Offrire ai giovani un’informazione plurale nei formati che usano davvero |
| Legislatori e autorità | Applicare con rigore il DSA, la tutela dei dati dei minori e le norme sull’età minima | Chiedere feed non profilati come impostazione predefinita per i minori e audit indipendenti degli algoritmi |
| Piattaforme e sviluppatori | Progettare sistemi sicuri per default (safety by design) | Introdurre meccanismi di “diversità dei contenuti” che espongano deliberatamente a punti di vista differenti |
Il punto di convergenza è uno solo: la sicurezza digitale dei ragazzi non è un prodotto da installare, ma una competenza da costruire. Gli esperti servono a renderla accessibile, comprensibile e quotidiana.
Allenare al dissenso
Per generazioni la sfida educativa è stata dare ai ragazzi accesso all’informazione. Oggi l’informazione è ovunque, ma arriva già selezionata, già ordinata, già interpretata. La nuova sfida è restituire loro la possibilità di incontrare ciò che non hanno chiesto: l’idea scomoda, l’obiezione, il punto di vista dell’altro.
Una società democratica non ha bisogno di cittadini che la pensino tutti allo stesso modo, ma di cittadini capaci di riconoscere che si può pensarla diversamente. Se lasciamo che sia un algoritmo ottimizzato per il tempo di permanenza a decidere che cosa i nostri figli vedono, non perderemo soltanto la loro attenzione. Rischiamo di perdere la loro libertà di scegliere.
Il binario non si spezza vietando il treno, ma insegnando a guardare fuori dal finestrino.

