di Gianni Lattanzio
Gli Scalabriniani pubblicano il primo Report annuale e il Cardinale Tomasi firma la storia dell’internazionalizzazione della Congregazione. Due opere che si specchiano: i numeri di un mondo in movimento e il lungo cammino di un carisma nato a Piacenza nel 1887 per leggere — oggi meglio di ieri — la mobilità umana come questione politica, sociologica e teologale.
Mezzo milione di porte aperte in dodici mesi. È questa, al netto di ogni retorica, la misura con cui i Missionari di San Carlo Borromeo – Scalabriniani hanno consegnato alla storia il loro primo Report annuale: oltre 546 mila migranti accolti, più di 70 mila marittimi accompagnati, 136 missioni dislocate in 35 Paesi del mondo. Un quadro da organizzazione internazionale, verrebbe da pensare. E invece è il bilancio di una congregazione religiosa nata da un’intuizione che ha quasi un secolo e mezzo di vita: quella di un vescovo di campagna, Giovanni Battista Scalabrini, che a Piacenza, il 28 novembre 1887, fondò una famiglia religiosa pensando non ai poveri “in casa”, ma a quelli che se ne andavano.

È la stessa genealogia che il Cardinale Silvano Maria Tomasi ripercorre nel volume Orizzonti senza confini della missione scalabriniana, dedicato al processo di internazionalizzazione della Congregazione e introdotto dalla presentazione del superiore generale, padre Leonir Chiarello. Due pubblicazioni, dunque, che si reggono l’una con l’altra: il Report fotografa il presente di una missione; il libro del Cardinale ne spiega la lunga durata. E insieme dicono qualcosa che va ben oltre il perimetro della vita consacrata.
Per capire chi scrive, bisogna partire da un paradosso. Silvano Maria Tomasi, nato a Casoni di Mussolente, in diocesi di Treviso, il 12 ottobre 1940, è l’unico Cardinale della storia recente che possa vantare un dottorato in sociologia conseguito alla Fordham University di New York e una cattedra — letterale — alla City University of New York e alla New School for Social Research, tra il 1970 e il 1974. Prima ancora di essere nunzio apostolico in Etiopia ed Eritrea, prima di rappresentare la Santa Sede per tredici anni come osservatore permanente presso l’ONU di Ginevra, Tomasi è stato il direttore fondatore del Center for Migration Studies di New York e il primo curatore dell’International Migration Review, la rivista che ha insegnato all’accademia americana a studiare le migrazioni come fatto strutturale e non come emergenza.
Una biografia che è già un programma. Negli anni in cui le scienze sociali scoprivano che il migrante non è un residuo del sistema mondiale ma una sua componente costitutiva, un prete scalabriniano traduceva quella scoperta in politica vaticana: prima dirigendo l’ufficio pastorale per migranti e rifugiati della conferenza episcopale americana (1983-1987), poi come segretario del Pontificio Consiglio per la Pastorale dei Migranti e degli Itineranti (1989-1996), infine a Ginevra, dove portò la dottrina sociale della Chiesa dentro le trattative su commercio mondiale, diritti umani e, nel dicembre 2014, quel messaggio di Francesco che “archiviava” la dottrina della deterrenza nucleare. Francesco lo ha creato Cardinale il 28 novembre 2020 — non a caso: l’anniversario esatto della fondazione della Congregazione scalabriniana.
Il libro di Tomasi racconta, anche attraverso l’esperienza personale, il passaggio decisivo della Congregazione: da congregazione di italiani per gli emigrati italiani a corpo missionario veramente internazionale, con vocazioni provenienti dall’Asia, dall’Africa, dall’America Latina. Un processo che il superiore generale descrive come lo sviluppo di un “seme di universalità” già contenuto nell’intuizione del fondatore.

La formula non è retorica. Scalabrini aveva capito — quando l’Italia era un Paese di partenze, non di arrivi — che l’emigrazione non è una patologia sociale ma una “epopea” (la parola è sua) che ridefinisce identità, appartenenze, fedi. La sua Congregazione nacque per accompagnare gli italiani verso le Americhe; oggi opera in 35 Paesi, e i suoi missionari parlano le lingue dei nuovi movimenti: quelle dell’America centrale e dei Caraibi, dell’Africa subsahariana, delle Filippine, del Bangladesh. Il Report annuale lo mostra senza enfasi: le 136 missioni sono un atlante della globalizzazione dal basso, quelle rotte Sud-Nord e Sud-Sud che i rapporti demografici documentano ormai come la parte maggiore della mobilità mondiale.
Sociologicamente, è qui il cuore delle due pubblicazioni. Là dove la politica europea continua a oscillare tra sovranità delle frontiere e gestione dell’emergenza, gli Scalabriniani misurano — 546 mila presenze, una città delle dimensioni di Genova passata per le loro case in dodici mesi — ciò che nessun censimento registra: il lavoro silenzioso di costruzione di ponti sociali. Accogliere, proteggere, promuovere, integrare: i quattro verbi che Papa Francesco ha consegnato alla Chiesa sono, nel Report, categorie operative, non slogan. E i 70 mila marittimi accompagnati ricordano un capitolo che l’opinione pubblica ignora: gli equipaggi delle navi mercantili, spesso filippini o indiani, sono tra i lavoratori più invisibili della catena della globalizzazione.
Il contesto politico in cui queste due opere compaiono, del resto, non è neutro. Il 2025 è stato l’anno del Giubileo dei migranti, celebrato da una Chiesa guidata — per la prima volta — da un pontefice americano, Leone XIV, eletto a maggio di quell’anno in un mondo occidentale attraversato da cicli elettorali costruiti sulla promessa della frontiera chiusa. Proprio la Congregazione scalabriniana, in occasione della 107ª Giornata mondiale del migrante e del rifugiato, ha titolato il suo appello in modo inequivocabile: il Mediterraneo non può essere un mare di morte. Una presa di posizione che ha l’autorità di chi sta sul campo: chi accoglie, proteggendo corpi e legami, sa di cosa parla.
Il punto politico — e Tomasi, figlio delle aule di Ginevra, lo conosce meglio di chiunque — è che le migrazioni sono oggi il terreno di prova della governance globale: i Global Compact di Marrakesh e di New York hanno promesso cooperazione multilaterale, mentre la realtà consegna accordi con Paesi terzi, esternalizzazione delle frontiere, criminalizzazione del soccorso in mare. Contro questo scenario, un Report annuale di una congregazione religiosa assolve una funzione che nelle democrazie mature spetterebbe alla statistica pubblica e al dibattito parlamentare: restituire corpo, volto e numeri verificabili a un fenomeno che la narrazione dominante riduce a minaccia.
Ma sarebbe riduttivo leggere queste due pubblicazioni come documenti sociali. Il titolo del volume di Tomasi — Orizzonti senza confini — è una dichiarazione teologica. Nella tradizione scalabriniana, inaugurata da Scalabrini e confortata dalla sua canonizzazione, celebrata da Papa Francesco il 9 ottobre 2022, il migrante non è soltanto soggetto di diritti (che pure è) né soltanto risorsa economica (che pure può essere): è “luogo teologico”, punto in cui la Chiesa incontra sé stessa. Non a caso il superiore generale parla di dimensioni “storiche, ecclesiologiche, missionarie e di animazione vocazionale” intrecciate: l’internazionalizzazione della Congregazione non è una strategia organizzativa, è la forma contemporanea di quel cattolicesimo — in senso letterale, universale — che Scalabrini immaginò quando l’Italia esportava braccia e i vescovi italiani esportavano preti di frontiera.
Il Cardinale Tomasi, in questo, è figura di sintesi: il sociologo che ha insegnato a studiare le migrazioni e il diplomatico che ha negoziato i diritti dei migranti, l’uomo che oggi, oltre gli ottant’anni, rappresenta ancora la Santa Sede come delegato speciale presso l’Ordine di Malta. La sua è la biografia di un cattolicesimo che ha creduto — prima che diventasse moda nei discorsi istituzionali — che la dottrina sociale fosse un laboratorio politico.
Il primo Report annuale e il libro di Tomasi hanno, in fondo, la stessa ambizione: trasformare la memoria in metodo. Le cifre del 2025 dicono che il carisma scalabriniano non è un reperto della grande emigrazione italiana, ma una infrastruttura di senso per il secolo della mobilità. Il volume sul processo di internazionalizzazione spiega perché: le istituzioni durano quando sanno tradurre l’intuizione del fondatore in risposta alle domande di ogni epoca.
In un momento in cui l’Occidente discute se la migrazione sia problema o soluzione, gli Scalabriniani — con la sobrietà di chi non fa teoria ma accoglienza — consegnano a studiosi, decisori politici e opinione pubblica un archivio di speranza misurabile. Cinquecentoquarantaseimila volte, in un anno. È già una risposta.

