Di Romina Cacciatore
Per decenni, il riconoscimento della cittadinanza italiana iure sanguinis si è sviluppato all’interno di un sistema che, pur con i suoi ritardi, le sue difficoltà e le sue contraddizioni, presentava percorsi relativamente identificabili. Esisteva la via consolare per chi risiedeva all’estero, la via amministrativa in Italia per chi possedeva i requisiti necessari e la via giudiziaria per situazioni specifiche, come gli storici casi per linea materna anteriori al 1948 o quelli in cui l’impossibilità di accedere effettivamente a un appuntamento consolare finiva per condurre i discendenti davanti ai tribunali. Non era un sistema perfetto. Ma era un sistema che le persone avevano imparato a comprendere.
Il 28 marzo 2025 questo scenario è cambiato profondamente. L’introduzione dell’articolo 3-bis nella Legge n. 91/1992, successivamente consolidata con la conversione del Decreto-Legge n. 36/2025 nella Legge n. 74/2025, ha modificato in modo sostanziale le condizioni per il riconoscimento della cittadinanza iure sanguinis delle persone nate all’estero e in possesso di un’altra cittadinanza, prevedendo al contempo determinate eccezioni. Il cambiamento non ha modificato soltanto i requisiti. Ha modificato certezze, progetti e decisioni che migliaia di famiglie avevano costruito sulla base di un quadro giuridico precedente.
Ed è qui che, a mio avviso, inizia una discussione che va ben oltre il dibattito tecnico sulla cittadinanza. Perché quando uno Stato cambia le regole di un sistema che per decenni ha consentito a milioni di discendenti di ricostruire giuridicamente il proprio legame con l’Italia, le conseguenze non restano confinate all’interno di una legge. Arrivano alle famiglie, ai tribunali, ai consolati, ai Comuni e anche all’economia di molti territori.
Prima della riforma, una persona poteva comprendere con relativa facilità da dove iniziare il proprio percorso. Oggi la prima domanda non sembra più essere soltanto chi fosse il proprio antenato italiano. Occorre chiedersi quante generazioni vi siano, se vi sia stata una naturalizzazione, quando sia avvenuta, se esistesse una domanda amministrativa precedente al cambiamento normativo, se fosse stato comunicato un appuntamento, se fosse già stata avviata un’azione giudiziaria, se il genitore o l’ascendente possedesse determinate condizioni, se vi sia stata residenza in Italia e quale normativa risulti applicabile a quella specifica storia.
A ciò si aggiungono situazioni che possono richiedere un’analisi giudiziaria, casi storici per linea materna, controversie legate all’accesso ai consolati, possibili questioni di costituzionalità o di compatibilità con il diritto dell’Unione europea, procedimenti amministrativi che continuano a essere possibili in determinate ipotesi e pratiche che, per i loro precedenti, possono meritare un riesame.
Il risultato è paradossale: una riforma che intendeva intervenire su un sistema considerato insostenibile ha finito per configurare uno scenario che, per numerosi cittadini, risulta ancora più difficile da interpretare. E l’incertezza non riguarda soltanto coloro che hanno iniziato dopo la riforma. Colpisce anche persone che da mesi o persino anni raccoglievano atti, richiedevano apostille, effettuavano traduzioni, correggevano documenti, pagavano professionisti, progettavano viaggi o riorganizzavano la propria vita attorno a un procedimento che, da un giorno all’altro, ha smesso di rispondere alle stesse regole.
La questione ha inoltre assunto una dimensione europea. Nel luglio 2026, con l’Ordinanza n. 147/2026, la Corte costituzionale ha deciso di rinviare alla Corte di giustizia dell’Unione europea questioni relative alla compatibilità del nuovo articolo 3-bis con il diritto dell’Unione, sospendendo il giudizio costituzionale in attesa della risposta di Lussemburgo. Ciò dimostra fino a che punto la discussione resti aperta e quanto sia difficile pretendere che il cittadino comune riesca a orientarsi da solo in uno scenario giuridico che è ancora oggetto di interpretazione da parte delle stesse istituzioni.
Ma esiste un’altra conseguenza di cui forse si parla molto meno. Per anni, il riconoscimento amministrativo della cittadinanza ha generato, attorno ad alcuni territori italiani, una piccola economia legata alla presenza dei discendenti che arrivavano nel Paese per svolgere le proprie pratiche. Affitti, attività commerciali, professionisti, traduzioni, trasporti, servizi e consumi locali facevano indirettamente parte di questo movimento.
In un’Italia in cui il costo della vita continua a rappresentare una preoccupazione per numerose famiglie e dove molti piccoli centri lottano contro lo spopolamento e la perdita di attività economica, sarebbe legittimo chiedersi anche che cosa accada quando questo flusso viene modificato bruscamente. Ciò non significa sostenere che la cittadinanza debba trasformarsi in una politica economica, né che un diritto debba dipendere dal beneficio che può generare per un territorio. Significa comprendere che le decisioni legislative producono conseguenze che spesso vanno oltre ciò che è scritto in un articolo di legge.
E forse il costo più profondo non può nemmeno essere calcolato in euro. È il costo dell’incertezza. Oggi esistono discendenti di italiani che non sanno se debbano aspettare, rivolgersi alla giustizia, chiedere che la propria situazione venga nuovamente esaminata, tentare una via amministrativa o semplicemente abbandonare un progetto familiare costruito nel corso degli anni. Esistono anche italiani nati all’estero che stanno cercando di comprendere quale posto occupino all’interno di un sistema che ha modificato radicalmente il modo di riconoscere giuridicamente quel legame.
Per questo, ridurre questa discussione all’essere favorevoli o contrari alla cittadinanza iure sanguinis sarebbe troppo semplice. L’Italia ha la potestà di legiferare in materia di cittadinanza entro i limiti stabiliti dalla propria Costituzione e dal diritto europeo. La vera riflessione dovrebbe essere un’altra: che cosa accade quando una modifica legislativa di tale portata lascia migliaia di persone senza comprendere chiaramente quale sia il percorso che le riguarda?
La certezza del diritto non significa che le leggi non possano mai cambiare. Significa anche che il cittadino possa comprendere le conseguenze di quei cambiamenti, sapere quale norma si applica alla propria situazione e prendere decisioni ragionevoli sulla propria vita.
Quando, per rispondere a una domanda apparentemente semplice come «quale possibilità ho oggi di ottenere il riconoscimento della mia cittadinanza italiana?», è necessario attraversare riforme, eccezioni, date, circolari, interpretazioni amministrative, decisioni giudiziarie, questioni costituzionali e ora anche una risposta pendente dall’Europa, forse la confusione non può essere attribuita unicamente a chi cerca di comprendere il sistema. Forse dovremmo anche chiederci se il sistema sia sufficientemente chiaro con le persone che intende regolare.
Aspettare è anch’essa una decisione. Avviare un’azione giudiziaria lo è altrettanto. Chiedere un riesame o valutare una via amministrativa possono rappresentare alternative in determinati casi. Ma nessuna di queste decisioni dovrebbe essere presa basandosi soltanto su un commento sui social network, sull’esperienza di un’altra famiglia o su una risposta generale che ignori le particolarità di ogni storia.
Oggi due alberi genealogici apparentemente uguali possono condurre a conclusioni completamente diverse. Per questo, prima di abbandonare un progetto o avviare un procedimento, forse è necessario cambiare la domanda. Non basta più chiedere che cosa dica la nuova legge. La domanda davvero importante è: che cosa dice la nuova legge sulla mia storia?

