di Ranieri de Ferrante
Purtroppo spesso capita che un’esperienza aperta a tutti diventi tale da non essere più gradevole per nessuno. È quello che oggi sta capitando a Venezia, soffocata dal turismo. La città di San Marco, oltre che una meraviglia, è anche un’azienda del turismo. Politica e demagogia non risolvono il problema, come non lo possono risolvere i biglietti d’ingresso. Una somma significativa versata in cambio di buoni da spendere in città forse potrebbe ridurre l’affollamento e dare ossigeno all’economia. Una visione gestionale.
Qualche mese fa, i giornali erano pieni di proteste per le nozze di Jeff Bezos a Venezia. Venezia sfruttata.
In questi giorni c’è la polemica se alzare il “biglietto d’ingresso” da 5 a 30 euro. Si protesta: troppo caro.
La situazione turistica a Venezia è ormai invivibile. Tutti d’accordo, almeno su questo.
Forse vale la pena di cambiare punto di vista, e usare parametri di valutazione diversi.
Che Venezia sia un museo all’aria aperta non ci sono dubbi. Ma Venezia è anche una città? Certamente.
Eppure c’è un dato che fa riflettere: nel suo centro storico vivono ormai meno di 48.000 persone. Una stima storica, ma accettabilmente recente, collocava intorno a 16.000 gli addetti alle attività turistiche, una parte dei quali, naturalmente, vive fuori Venezia.
Ma se, solo per rendere visibile l’ordine di grandezza, associassimo a ciascuno di quei lavoratori due familiari, arriveremmo di nuovo a circa 48.000 persone. Non è una statistica demografica, e stiamo paragonando “pere e banane”, ma il risultato dell’esercizio è curioso, ed indicativo.
Venezia è dunque una città, ed è un museo a cielo aperto. Ma, guardata da un’altra prospettiva, è anche una gigantesca industria del turismo: una fabbrica dalla quale dipende una gran parte della popolazione e che, come tutte le fabbriche, ha una capacità produttiva limitata.
Nel caso di Venezia quella capacità non si misura in auto o tonnellate d’acciaio prodotte all’anno, ma nel numero di visitatori che può accogliere senza rendere invivibile il prodotto che vende e la città nella quale lo produce. Come per tutte le aziende, s misura in numero di clienti soddisfatti.
Un’azienda che ha superato il limite della propria capacità cerca di tornare ad un corretto ritmo di produzione, senza perdere troppo fatturato, Questo si ottiene aumentando il valore prodotto da ciascuna unità di capacità, concentrando l’attività sui prodotti più profittevoli.
È normale logica industriale, e di fronte a questa situazione un dirigente farebbe quella che viene chiamata un’analisi di Pareto. Applicandola al turismo veneziano, e con tutte le cautele legate a dati provenienti da fonti diverse, si possono fare dei conti. Ed anche assumendo che siano soltanto “direzionalmente corretti”, le conclusioni industriali sono piuttosto nette.
Cominciamo con delle stime, pubbliche, che mostrano da tempo una fortissima differenza economica fra chi soggiorna a Venezia, circa il 24% dei visitatori, e chi la attraversa in giornata, il restante 76%: i primi generano circa il 60% del volume economico della città. Mi sorprende. Pensavo di più.
Continuiamo con quello che apertamente definisco “un esercizio intellettuale”, perché è basato su un mix di dati, logica ed esperienza, e non su un set indiscutibile di fatti provati.
Cominciamo con l’applicare ai visitatori di giornata la nota regola empirica dell’80/20, che dice che in genere il primo 20% dei partecipanti genera l’80% di un fenomeno. Il 20% del 76%, (i visitatori giornalieri, che equivale a circa il 15% dei visitatori complessivi, genererebbe l’80% del loro 40% di fatturato, cioè un altro 32%. Sommando i due gruppi, il risultato è sorprendente: il 39% dei visitatori (fra pernottanti e di giornata) genererebbe il 92% del volume economico.Arrotondiamo a 40% e 90%.
Si diventa molto operativi guardando i “complementi a 100”: Venezia potrebbe teoricamente ridurre la propria congestione di circa il 60% perdendo meno del 10% del fatturato.
Sempre pensando in termini di costi e benefici, quel 10% sarebbe una perdita lorda, non necessariamente netta: diminuirebbero i costi di gestione della città e migliorerebbe l’esperienza di chi rimane. Un turista che spende due euro per un caffè incide sui ponti, sui rifiuti, sui flussi e sui servizi, ed occupa spazio, più o meno quanto quello che dorme al Danieli e cena al Cipriani.
Una Venezia meno congestionata sarebbe anche un “prodotto” migliore. E un prodotto migliore può consentire prezzi più alti e maggiore spesa per visitatore. Parte di quel 10% teoricamente perso potrebbe quindi essere recuperata sia attraverso minori costi, sia attraverso maggiori ricavi unitari.
Che questo sia democratico o inclusivo è un’altra discussione.
Io pongo un problema fisico ed economico: Venezia ha una capacità ricettiva limitata. E quando la capacità è satura, si decide quali volumi servire.
Non sto parlando di politica né di società. Sto parlando di microeconomia applicata ad una città nella quale il turismo dà da vivere, direttamente o indirettamente, a una parte enorme della popolazione.
L’imposizione di 30 euro, sotto forma di un biglietto, verrebbe vista come un aumento di un già odioso balzello, diventerebbe subito combustibile per la polemica politica, e probabilmente non ridurrebbe il flusso dei turisti in misura sufficiente. E, comunque, l’obiettivo non dovrebbe essere “fare cassa”, ma aiutare Venezia a sopravvivere, come museo, come città e, se vogliamo continuare la metafora, come azienda.
Facciamo un terzo passo: fra i visitatori giornalieri la spesa media è di poco superiore ai 60 euro. La parte di turismo di passaggio che vorremmo trattenere spende già molto di più della media; dal calcolo di Pareto verrebbe oltre 200 euro, quindi un’ipotesi di almeno 100 euro è verosimilmente conservativa. Molto.
Sono tutte ipotesi, simulazioni, estensioni di parametri standard. Ma, ripeto, quello che conta è la direzione che indicano, ed una possibile idea di soluzione.
Dopo tre passi di ipotetica, ma – permettetemi di dirlo sulla base di 50 anni di esperienza – credibile matematica, mi faccio una domanda: perché, invece di imporre un balzello, non obbligare il turista che vuole entrare a Venezia senza pernottare ad acquistare 100 euro di buoni da spendere nei negozi, nei bar, nei ristoranti, nei musei e nei servizi della città?
I buoni dovrebbero essere spesi integralmente entro la giornata. L’eventuale residuo non sarebbe rimborsabile né cedibile né recuperabile. Ed il valore del pacchetto da acquistare potrebbe essere aggiustato nel tempo, e al cambiare delle stagioni, per mantenere la “fabbrica” adeguatamente carica. Più alto o più basso, seguendo la stagionalità turistica.
Per il turista che vogliamo attrarre non sarebbe un biglietto a fondo perduto, percepito come irritante, ma semplicemente l’anticipo di spese che avrebbe fatto comunque. Per chi pianifica invece un ingresso mordi e fuggi, spendendo al massimo qualche euro e lasciando alla città soprattutto congestione ed usura, sarebbe un deterrente veramente efficace. Più di un biglietto di 30 Euro.
Non paghi cento euro per entrare a Venezia. Accetti di immettere almeno cento euro nell’economia di Venezia.
Se non vuoi farlo, forse sei precisamente il visitatore di cui Venezia può fare a meno.
Parafrasando il latino dei giuristi: “res publica, res nullius”, i veneziani potrebbero oggi aggiungere: “res gratis, gaudium nullius”.
Addendum: le obiezioni
Ho discusso questa idea con persone di cui apprezzo l’opinione. È un modo per mantenermi onesto. Ne ho registrato le obiezioni, e rispondo. Lo faccio a parte, per non appesantire la lettura, ma con la coscienza che le obiezioni sono una componente importante.
1 – Venezia è una città: la gente ci vive e non ci vanno solo i turisti
Assolutamente vero. Già adesso il biglietto non si applica a tutti: ne è esentato chi ha motivi per recarsi nel centro storico per ragioni personali, mediche, di lavoro. Basta che ne abbia evidenza. D’altra parte, in molte chiese di interesse turistico ci sono due entrate: una per chi va a pregare, ed entra gratis, l’altra per chi le visita, e paga il biglietto. Il Padreterno può permettersi fiducia. Venezia deve verificare.
2 – Facciamo il numero chiuso, per prenotazione
Molto democratico, ma non funzionerebbe. Immaginiamo per un istante che siano ammessi 30.000 visitatori e che un giorno siano tutti del tipo che compra un caffè, a 2 euro. Sono 60.000 euro. Quel giorno Venezia non mangia. Un amico mi diceva che la democrazia è bella, ma la tirannide funziona. In questo caso diciamo che la democrazia è bella, ma il digiuno no.
3 – Per imporre un pagamento serve il concorso dell’Amministrazione e l’avallo dello Stato
Ovviamente. G.B. Shaw, il celebre commediografo, chiese una volta ad una signora se sarebbe andata a letto con lui per un milione di sterline. Lei rispose: “Certo”. Shaw le mise in mano una sterlina e le diede il suo indirizzo. “Mi ha preso per una donna di malaffare?”. “Questo è accertato, ora negoziamo il prezzo”. Venezia è un museo, è accertato. La base giuridica per far pagare l’accesso esiste già: si paga un biglietto d’entrata di 5 euro. Ora parliamo di cifra e modalità.
4 – Questa è la più bizzarra: puoi impormi un biglietto ma non di acquistare merce
Basta non usare i buoni e diventa un biglietto. Con buona pace di chi ne fa una questione di principio. Gli altri invece mangiano e si portano a casa la “gondoeta” con i lustrini …
5 – Tanto tutto quello che va ai negozianti se lo mettono in tasca, e non ci pagano le tasse
Tutto quello che viene speso a Venezia già va in tasca a negozianti, ristoratori, musei. È così che funziona l’economia. Il nero è forse un problema ma questa proposta non lo peggiora. Anzi: quando il negoziante va a redimere i buoni, almeno su quelli le tasse deve pagarle.
6 – E’ indegno usare il denaro per discriminare
E’ una obiezione istintiva e forte, E’ vero, sono il primo ad ammetterlo, è brutto. Ma qui non parliamo di discriminare i turisti, ma di salvare Venezia. Discriminare è lo strumento. D’altra parte, non è strettamente necessario che tutti visitino tutto: io alle Galapagos o all’Isola di Pasqua non ci sono andato. Costa troppo.
