di Gianni Lattanzio
Le comunità politiche rivelano la propria natura quando devono scegliere che cosa finanziare. Le dichiarazioni possono custodire ambizioni diverse; un bilancio impone di ordinarle, attribuire loro risorse, assumersi la responsabilità delle rinunce. Il Consiglio europeo del 15 e 16 ottobre ha ricondotto l’Unione a questa prova: mentre crescono gli impegni sulla sicurezza, sull’energia e sulla competitività, il negoziato sul quadro finanziario pluriennale 2028-2034 rimane aperto. La mediazione della presidenza irlandese non ha ricomposto le divergenze tra i governi. Dietro il mancato accordo emerge una domanda che attraversa l’intero progetto europeo: siamo disposti a sostenere con mezzi adeguati il futuro che dichiariamo di volere?
Non è soltanto una questione di generosità finanziaria. È una questione di sovranità: la possibilità di scegliere senza dipendere sistematicamente dalle decisioni altrui. Un’Europa che intende proteggere il proprio modello sociale, sostenere l’Ucraina e rafforzare la propria autonomia economica deve interrogarsi sulla corrispondenza tra responsabilità e strumenti. Altrimenti l’ambizione rischia di diventare una forma elegante dell’impotenza.
La Commissione ha proposto quasi 2.000 miliardi di euro a prezzi correnti per il prossimo settennio, pari mediamente all’1,26% del reddito nazionale lordo dell’Unione. Una cifra considerevole nella percezione pubblica, ma da rapportare a sette anni di attività e alla pluralità delle politiche da finanziare. La mediazione irlandese prevedeva invece una riduzione di circa 141 miliardi rispetto alla proposta originaria, passando da circa 1.763 a 1.622 miliardi a prezzi costanti, nel tentativo di preservare agricoltura e coesione. Grandezze che non vanno confuse con quelle a prezzi correnti, ma che restituiscono la tensione politica del negoziato: ampliare i compiti comuni contenendo le risorse disponibili.
Questa contraddizione non può essere risolta invocando soltanto una maggiore efficienza. Spendere meglio è un dovere; non è però una formula capace di rendere superflua ogni scelta sulla quantità degli investimenti. Allo stesso modo, chiedere più risorse non esonera dal dimostrare quali risultati possano produrre. Adeguatezza dei mezzi e qualità della spesa devono procedere insieme.
Il primo equivoco da superare riguarda la presunta alternativa tra coesione interna e forza esterna. La solidarietà territoriale non è un lusso da concedersi quando la geopolitica lascia tregua. Una comunità attraversata da fratture persistenti, nella quale il cambiamento appare a molti soltanto come perdita, avrà maggiori difficoltà a sostenere responsabilità internazionali durevoli. La capacità europea di agire comincia anche dalla fiducia dei cittadini nella giustizia delle proprie istituzioni.
La proposta della Commissione punta a integrare maggiormente i finanziamenti attraverso piani nazionali e regionali, collegando risorse, riforme e risultati. L’obiettivo della semplificazione è condivisibile, purché non renda indistinte le finalità degli interventi né indebolisca il ruolo dei territori. Per l’Italia, difendere la coesione significa tutelare risorse riconoscibili, continuità della programmazione e responsabilità verificabili.
Il Mezzogiorno dovrebbe entrare in questa discussione non come periferia da compensare, ma come parte della risposta europea: uno spazio nel quale connettere infrastrutture, conoscenza, energia e relazioni mediterranee. È qui che l’interesse nazionale può diventare proposta comune, mostrando come la convergenza territoriale contribuisca alla capacità dell’intera Unione.
Anche la difesa della politica agricola comune, ribadita dal governo italiano, acquista maggiore forza se collocata in una prospettiva di trasformazione e non di mera conservazione. Produzione alimentare, innovazione, gestione dell’acqua e vitalità delle comunità rurali appartengono allo stesso orizzonte. Un territorio che si svuota perde più di una funzione economica: perde competenze, presidio e possibilità di trasmettere un modo di abitare il mondo. La modernizzazione dovrebbe accrescerne le opportunità, non accompagnarne con efficienza l’abbandono.
Sul versante esterno, l’Ucraina rende evidente quanto la credibilità dipenda dalla continuità dei mezzi. Il vertice ha confermato il sostegno europeo senza risolvere tutti i nodi della copertura finanziaria futura; il confronto sull’utilizzo dei beni russi congelati continua inoltre a porre questioni giuridiche e politiche complesse. Il rigore del diritto non è estraneo alla strategia: contribuisce alla sua legittimità. Ma anche la prevedibilità dell’impegno è essenziale. Una promessa sottoposta a permanente incertezza finanziaria perde parte della propria efficacia.
L’energia mostra un’altra dimensione della medesima vulnerabilità. Al centro del confronto vi è anche l’ETS, acronimo inglese di Emissions Trading System, ossia il sistema europeo di scambio delle quote di emissione. Il suo principio è attribuire un costo alle emissioni di gas serra: nei settori interessati, le imprese devono disporre di quote corrispondenti alle emissioni prodotte, acquistandole quando necessario. Le quote sono scambiabili e la loro quantità complessiva viene progressivamente ridotta, così da incentivare tecnologie e processi meno inquinanti.
Occorre distinguere il sistema esistente, spesso indicato come ETS1, che riguarda tra l’altro la produzione di elettricità e le attività industriali, dal nuovo ETS2, destinato ai combustibili utilizzati negli edifici, nel trasporto stradale e in ulteriori settori. In quest’ultimo caso, l’obbligo è posto sui fornitori dei combustibili, ma il costo può riflettersi sui prezzi sostenuti dagli utilizzatori finali. È anche per questo che tempi di applicazione e salvaguardie sociali costituiscono un tema politicamente sensibile.
Le aperture del Consiglio sulla valutazione di questi meccanismi non equivalgono a un nuovo rinvio dell’ETS2; l’intesa annunciata dal governo italiano con la Commissione sulle misure per le bollette appartiene, a sua volta, a un piano distinto dalla riforma generale del sistema europeo. Il sollievo immediato è importante, ma non sostituisce la costruzione di capacità durevoli. Il bilancio dovrebbe essere giudicato anche per quanto consente di ridurre le dipendenze, anziché limitarsi a compensarne periodicamente gli effetti.
È in questa prospettiva che va letto il pacchetto delle nuove risorse proprie. La Commissione propone di destinare al bilancio comune una quota dei proventi dell’ETS1 e del meccanismo di adeguamento del carbonio alle frontiere, che applica un costo alle emissioni incorporate in determinate importazioni. A queste entrate si aggiungerebbero contributi collegati ai rifiuti elettronici non raccolti e al tabacco, nonché un contributo delle grandi imprese. Insieme agli altri adeguamenti del sistema, il pacchetto dovrebbe generare, secondo le stime, circa 58,5 miliardi di euro annui a prezzi 2025. Si tratta di proposte ancora da approvare, non di entrate già disponibili.
Diversificare le fonti può attenuare la dipendenza dalla contesa sui contributi nazionali. Ma non esistono risorse senza costo: alcune misure trasferirebbero entrate dai bilanci degli Stati a quello europeo; altre determinerebbero contributi calcolati su basi ambientali o fiscali, oppure coinvolgerebbero le imprese. La loro legittimità dipenderà dalla trasparenza degli oneri, dall’equità del disegno e dal valore degli investimenti finanziati.
Sul futuro pesa inoltre il rimborso di NextGenerationEU, per il quale la mediazione irlandese manteneva circa 150 miliardi nel settennio. Rispettare quell’impegno significa onorare una scelta di solidarietà; riconoscerne il peso serve a non scambiare un aumento nominale del bilancio con un’identica crescita delle risorse per nuove politiche.
Per l’Italia, la posizione più autorevole consiste dunque nel tenere insieme tutela e iniziativa: difendere coesione e agricoltura, partecipare alla costruzione delle capacità industriali e tecnologiche europee, accompagnare le richieste finanziarie con progetti credibili. Il saldo tra quanto si versa e quanto si riceve conta, ma non esaurisce l’interesse nazionale. Conta anche ciò che diventa possibile soltanto agendo insieme.
Il bilancio dovrà rendere visibile questa reciprocità. Non promettere tutto a tutti, ma spiegare quali priorità richiedano uno sforzo comune e perché. È qui che un umanesimo europeo cessa di essere un richiamo ornamentale: quando orienta gli investimenti verso la libertà, la dignità e le opportunità delle persone.
Il Consiglio di ottobre lascia aperta una scelta: amministrare separatamente le vulnerabilità oppure costruire una capacità condivisa di affrontarle. L’Europa non deve scegliere tra custodire la propria civiltà e diventare più forte. Deve comprendere che la sua forza avrà senso soltanto se saprà custodirla, e che non potrà custodirla a lungo senza trovare il coraggio di agire insieme.

