di Gianni Lattanzio
Fuori. Dalle case che non ci si può permettere, dai lavori che consentono di progettare una vita, dalle stanze nelle quali si decide. E poi fuori, nelle piazze, dove ciò che non trova rappresentanza cerca almeno una voce.
Outside è una parola inglese per una questione profondamente europea: la distanza tra la promessa di cittadinanza e la possibilità di esercitarla. Si può essere cittadini sulla carta e sentirsi ospiti nella società; possedere il diritto di voto e non riconoscere, nell’offerta politica, una scelta capace di cambiare la propria condizione. È in questa distanza che va cercata una delle ragioni delle proteste giovanili che attraversano l’Europa e l’Italia. Mobilitazioni differenti, non riconducibili a un’unica identità, nelle quali le questioni della scuola, della casa, del costo della vita e del lavoro finiscono per interrogare lo stesso orizzonte: quale futuro è ancora disponibile?
La tentazione di liquidare tutto come un periodico conflitto fra padri e figli è rassicurante quanto insufficiente. Karl Mannheim, nel suo saggio del 1928 sul problema delle generazioni, spiegava che non basta nascere negli stessi anni per condividere una coscienza storica: conta il modo in cui si incontrano gli avvenimenti, la posizione sociale dalla quale li si attraversa, le risposte che si elaborano. Una generazione non è un blocco compatto. Al suo interno convivono interessi, possibilità e orientamenti anche contrapposti.
Per questo non esistono «i giovani» come soggetto innocente e uniforme, da celebrare o rimproverare in massa. Esistono giovani protetti da un patrimonio familiare e altri per i quali un imprevisto basta a interrompere gli studi; giovani che possono scegliere di partire e altri che devono farlo; giovani per i quali l’incertezza è un passaggio e altri per i quali rischia di diventare una condizione permanente. La questione generazionale non sostituisce quella sociale: la attraversa e la rende più visibile.
È qui che la protesta acquista profondità politica. Non chiede soltanto una distribuzione diversa delle risorse, ma una distribuzione diversa delle possibilità. Chi può permettersi di aspettare? Chi può accettare un tirocinio senza compenso? Chi può trasferirsi per cogliere un’opportunità? La libertà di scelta, senza le condizioni materiali per esercitarla, resta una formula elegante.
Un numero restituisce la concretezza del problema. Secondo Eurostat, nel 2025 l’età media di uscita dalla casa dei genitori era di 26,3 anni nell’Unione europea e di 30,2 in Italia. Il dato non cancella le differenze culturali né trasforma ogni convivenza familiare in una costrizione. Impedisce, però, di considerare l’autonomia una questione affidata soltanto alla volontà individuale.
A trent’anni non si dovrebbe dover chiedere il permesso economico di cominciare.
La posta in gioco è il rapporto tra biografia e storia: la possibilità di riconoscere, nel tempo collettivo, uno spazio per il proprio progetto di vita. Quando il futuro diventa una sequenza di emergenze alle quali adattarsi, anche l’idea di progresso perde presa. Non occorre credere che ogni figlio debba necessariamente diventare più ricco dei propri genitori. Occorre, tuttavia, poter credere che lo studio, il lavoro e la partecipazione non siano esercizi privi di conseguenze.
Il problema non si risolve contrapponendo una presunta età dell’oro a un presente senza speranza. Nessuna stagione europea è stata priva di esclusioni, e molte opportunità del passato erano negate alle donne, ai ceti popolari, a chi viveva nei territori più fragili. Ma proprio questa consapevolezza dovrebbe rendere più esigente il giudizio sul presente: il progresso non si misura dalla nostalgia che suscita, bensì dalla capacità di allargare la libertà effettiva.
Anche il linguaggio economico deve accettare questa verifica. Un miglioramento degli indicatori occupazionali non esaurisce la domanda sulla qualità del lavoro, sulla continuità del reddito, sulla possibilità di costruire una vita. Il rapporto dell’Organizzazione internazionale del lavoro sull’occupazione giovanile del 2024 segnalava, insieme al recupero dell’occupazione, il permanere di forti disuguaglianze e di preoccupazioni per l’accesso a un lavoro dignitoso. I dati aggregati possono migliorare mentre una parte dei giovani continua a sentirsi esposta e senza prospettive.
Una società non diventa più giusta soltanto perché aumenta il numero di persone occupate, se poi il lavoro non basta a sottrarle alla dipendenza. La domanda decisiva non è esclusivamente quanti contratti si firmino, ma quale esistenza quei contratti rendano possibile.
In Italia, le mobilitazioni studentesche hanno riportato al centro le condizioni degli edifici scolastici, le risorse per l’istruzione e le priorità della spesa pubblica. Dietro queste richieste c’è qualcosa che eccede la singola rivendicazione: la pretesa di essere considerati destinatari di un investimento collettivo, non una voce residuale del bilancio.
La risposta non può essere una disputa permanente sulla buona educazione del dissenso. La violenza va condannata e perseguita, senza indulgenze. Gli episodi registrati durante le manifestazioni italiane non possono però diventare il filtro attraverso il quale leggere ogni protesta contro il carovita e i salari insufficienti. Tutelare l’ordine pubblico e comprendere un conflitto sociale sono responsabilità diverse, entrambe necessarie.
Tra la criminalizzazione delle piazze e la loro adulazione esiste lo spazio della politica. Uno spazio esigente, perché ascoltare non significa approvare tutto e governare non significa poter ignorare ciò che disturba. Anche l’opposizione ha un obbligo: non utilizzare il disagio come scenografia, ma tradurlo in alternative delle quali sia possibile discutere costi, effetti e limiti.
Sarebbe del resto falso sostenere che dal mondo giovanile arrivi soltanto un rifiuto. L’Unione degli Universitari ha avanzato richieste sul finanziamento delle borse di studio, sul sostegno agli affitti, sugli alloggi universitari e sull’assistenza psicologica. Non un indistinto appello al benessere, ma strumenti per rendere il diritto allo studio meno dipendente dal reddito della famiglia.
Sul piano europeo, lo European Youth Forum chiede tirocini retribuiti, contratti scritti, protezione sociale e obiettivi formativi chiari. Il principio è semplice: imparare non può diventare il nome rispettabile del lavorare gratis. Se l’ingresso in una professione presuppone mesi senza reddito, il patrimonio familiare rischia di selezionare prima del talento.
Queste proposte meritano una verifica rigorosa, non un consenso rituale. Ma verificarle significa prenderle sul serio: stabilire priorità, individuare risorse, fissare tempi, assumersi responsabilità. La speranza democratica nasce anche da questa prosa amministrativa, apparentemente modesta: una borsa erogata, una residenza aperta, un servizio che funziona. È lì che una promessa smette di essere retorica.
La dimensione sociale, tuttavia, non può essere separata da quella geopolitica. Il futuro dei giovani europei dipende anche dalla capacità del continente di produrre conoscenza, governare le tecnologie, sostenere la propria industria e affrontare la transizione energetica. Il rapporto Draghi sulla competitività ha messo in relazione il rallentamento della produttività, le difficoltà demografiche, i costi dell’energia e la pressione della concorrenza globale, indicando la necessità di investimenti e innovazione.
Qui si incontra il punto politico più delicato: competitività e coesione non possono essere trattate come due programmi estranei. Senza una base produttiva solida, il welfare perde risorse; senza mobilità sociale e accesso alla formazione, l’economia spreca capacità e restringe il consenso necessario a trasformarsi. Chiedere ai giovani di sostenere il cambiamento senza offrire loro una parte credibile dei suoi benefici è una contraddizione, non una strategia.
Lo stesso vale per la sicurezza. Un’Europa capace di difendere la propria libertà deve possedere strumenti adeguati a un mondo conflittuale. Ma la sicurezza non può esaurirsi nella protezione delle frontiere e delle infrastrutture: riguarda anche la tenuta della società che si vuole difendere. Non si tratta di opporre meccanicamente una spesa all’altra, bensì di chiarire il fine delle scelte. Quale modello di convivenza intendiamo rendere più forte? Quali libertà concrete vogliamo preservare?
L’autonomia strategica resta incompiuta se non comprende l’autonomia delle persone. Un continente che vuole contare nel mondo deve consentire alle nuove generazioni di contare al proprio interno.
Per questo è insufficiente continuare a definire i giovani «il futuro». Può diventare un modo elegante per rinviare la loro cittadinanza politica, riconoscendoli come eredi e mai come interlocutori. Non basta un volto giovane in fotografia, né un invito a parlare se l’ordine delle decisioni rimane immutabile. Rappresentare significa permettere a interessi ed esperienze differenti di incidere sulle scelte.
Nelle piazze c’è anche questo: non soltanto una ferita, ma una richiesta di presenza. Scendere in strada può essere ancora un investimento nella possibilità di cambiare le cose insieme. Il rischio maggiore non è che quella domanda si faccia insistente. È che venga ritirata, sostituita dalla convinzione che nessuna partecipazione serva.
Outside è allora il nome di una soglia politica: tra chi è chiamato a sostenere il peso del domani e chi conserva il potere di deciderne la forma.
Non basterà aspettare che la protesta si stanchi. Le piazze possono svuotarsi senza che un solo problema sia stato risolto. Il silenzio di chi non crede più nella partecipazione dovrebbe preoccupare più delle voci di chi insiste a chiedere ascolto.
Una democrazia non può domandare ai giovani di difenderla e, nello stesso tempo, lasciarli fuori dalla possibilità di costruirsi una vita.
Il futuro non si concede. Si rende possibile. Una politica che non sa farlo non ha il diritto di chiamare irresponsabile una generazione che gliene chiede conto.

