di Gianni Lattanzio
C’è un foglio che, più di molti trattati, racconta la diplomazia della Santa Sede. È una lista di nomi: centinaia di prigionieri di guerra ucraini detenuti in Russia. Sviatoslav Shevchuk, arcivescovo maggiore di Kyiv-Halyč e capo della Chiesa greco-cattolica ucraina, l’ha consegnata il 23 ottobre a Leone XIV, nella Biblioteca del Palazzo Apostolico. Pochi giorni prima il Papa, ancora convalescente al Gemelli, aveva telefonato a Vladimir Putin e poi a Volodymyr Zelensky. Chiedeva una tregua per Oleshky, città occupata dove la popolazione è rimasta senza cibo, acqua e medicine. Oggi i giornali annunciano il cessate il fuoco e l’evacuazione dei civili. Su La Stampa Giacomo Galeazzi ha dato a questi gesti un nome che sembrava consegnato agli archivi della guerra fredda: «L’ostpolitik vaticana». Non è un vezzo da cronista. È il riconoscimento che un metodo nato dietro la cortina di ferro continua a vivere, sotto altre forme, nel cuore dell’Europa in guerra.
Per comprenderlo bisogna tornare ai primi anni Sessanta, quando l’Europa era divisa da un muro e la Chiesa, a Est, rischiava di spegnersi in silenzio. La parola stessa è un prestito: “Ostpolitik” era la politica di apertura verso Oriente della Germania federale di Willy Brandt. Applicata al Vaticano, indicava qualcosa di più modesto e insieme di più ambizioso. Non si trattava di cambiare gli equilibri del continente, ma di garantire che vescovi, preti e fedeli potessero sopravvivere sotto regimi che avevano fatto dell’ateismo un dogma di Stato. Il seme lo gettò Giovanni XXIII. Nella Pacem in terris dell’11 aprile 1963 il Papa chiedeva di non confondere mai l’errore con l’errante, né le false dottrine filosofiche con i movimenti storici che da esse erano nati. Le dottrine restano immobili, scriveva, mentre i movimenti cambiano, e un incontro ieri impossibile può diventare fecondo domani. In quelle righe c’era già una diplomazia. Nello stesso anno, per volontà di Roncalli, un prelato piacentino dai modi pacati e dall’intelligenza acuminata, monsignor Agostino Casaroli, varcò la cortina di ferro. Era sottosegretario della Congregazione per gli Affari ecclesiastici straordinari, e andò a Budapest e a Praga per riallacciare contatti interrotti da anni.
Fu Paolo VI a fare di quell’intuizione un metodo, e di Casaroli il suo interprete. Nel 1967 lo volle segretario del Consiglio per gli Affari pubblici della Chiesa, cioè, nella sostanza, ministro degli Esteri del Papa. Il primo frutto era maturato già il 15 settembre 1964, a Budapest. Fu un accordo parziale con l’Ungheria comunista, il primo di una serie di intese con i regimi dell’Est. Riconosceva alla Santa Sede il diritto di nominare i vescovi, ma lasciava al governo la facoltà di gradire o respingere i candidati. Era poco, ma era più di niente. Il 25 giugno 1966 Casaroli firmò a Belgrado il protocollo con la Jugoslavia di Tito, che aprì la strada allo scambio di rappresentanti. Seguirono anni di negoziati estenuanti con Praga, con Varsavia, con le altre capitali del blocco sovietico. Si discuteva di nomine episcopali, di seminari, di catechismo, di sacerdoti incarcerati: la grammatica minima della sopravvivenza di una Chiesa.

Ogni conquista aveva un prezzo, e non sempre era il regime a pagarlo. Il caso più lacerante fu quello del cardinale József Mindszenty, primate d’Ungheria, simbolo di una fede che non si piegava. Liberato durante la rivoluzione del 1956, il 4 novembre, mentre i carri armati sovietici rientravano a Budapest, aveva trovato rifugio nella legazione americana. Vi rimase per quindici anni, fino al settembre 1971. Poi lasciò il Paese, ma rifiutò di rinunciare alla sua sede. Alla fine del 1973 Paolo VI decise di dichiarare vacante l’arcidiocesi di Esztergom, e il 5 febbraio 1974 la decisione fu resa pubblica. Per molti fu un tradimento. Per Montini e Casaroli fu il dolore necessario per dare pastori a una Chiesa rimasta orfana da un quarto di secolo.
Eppure quella diplomazia, accusata di arrendevolezza, sapeva anche seminare per il futuro. Il 1° agosto 1975 Casaroli, delegato speciale di Paolo VI, firmò a nome della Santa Sede l’Atto finale della Conferenza di Helsinki sulla sicurezza e la cooperazione in Europa. La delegazione vaticana aveva lavorato con tenacia sul VII principio, quello sul rispetto dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali, compresa la libertà di religione. I regimi comunisti lo sottoscrissero, convinti che fosse una formula senza conseguenze. Si sbagliavano. Quelle parole divennero un appiglio giuridico per la Santa Sede e una bandiera per i dissidenti, da Varsavia a Praga. La pazienza, a lungo andare, si era fatta diritto.
Casaroli raccontò quella stagione in un libro uscito nel 2000, due anni dopo la sua morte, e ne scelse il titolo con la precisione di chi l’aveva vissuta: Il martirio della pazienza. La Santa Sede e i paesi comunisti (1963-89). Non c’era alcuna illusione sulla natura dei regimi, e nessuna tentazione di benedirli. C’era la convinzione che la Chiesa non potesse abbandonare chi era rimasto al di là del Muro. Non si cercava un modus vivendi con il comunismo, amava ripetere Casaroli, ma un modus non moriendi: un modo per non morire.
Quando nell’ottobre 1978 salì al soglio di Pietro un arcivescovo di Cracovia, molti pensarono che l’Ostpolitik fosse finita. Karol Wojtyła conosceva il comunismo dall’interno e preferiva la parola profetica alla trattativa riservata. Lo si vide nel giugno 1979, durante il primo viaggio in Polonia, e poi negli anni di Solidarność. Ma Giovanni Paolo II fece una scelta che sorprese i suoi critici e i suoi ammiratori. Nell’aprile 1979 nominò proprio Casaroli pro-segretario di Stato, il 30 giugno lo creò cardinale e il giorno seguente gli affidò la Segreteria di Stato, che egli guidò fino al 1° dicembre 1990. Non era una contraddizione, ma una sapiente divisione dei ruoli. Il Papa parlava alle coscienze e alle piazze, il suo Segretario di Stato teneva aperti i canali con i governi. La profezia e la diplomazia, che sembravano escludersi, camminavano insieme. Il 1989 mostrò dove portavano. Il 1° dicembre di quell’anno, tre settimane dopo la caduta del Muro di Berlino, Michail Gorbačëv varcò la soglia del Palazzo Apostolico. Era la prima volta che un leader sovietico incontrava un Papa, e i due convennero di dare carattere ufficiale ai rapporti tra Mosca e la Santa Sede. Furono stabiliti il 15 marzo 1990. Poche settimane prima, il 9 febbraio, Casaroli aveva firmato a Budapest l’accordo che ristabiliva le relazioni diplomatiche con l’Ungheria e abrogava le intese parziali del 1964. Il cerchio si chiudeva nella città da cui tutto era cominciato.
Con la fine della guerra fredda l’Ostpolitik in senso stretto esaurì la sua missione, ma il suo metodo cambiò geografia. Collaboratori di Casaroli come Achille Silvestrini, e poi una generazione di diplomatici cresciuti in quella scuola, tra cui Pietro Parolin, ne portarono l’impostazione verso i nuovi regimi a partito unico. Il primo era la Cina. L’Accordo provvisorio sulla nomina dei vescovi, firmato a Pechino il 22 settembre 2018 sotto Papa Francesco, è stato prorogato di due anni nel 2020 e nel 2022, e di quattro anni nell’ottobre 2024. Ha la stessa fisionomia degli accordi parziali di sessant’anni fa: è limitato, riservato nei contenuti, contestato da chi vi legge una resa a Pechino. Il suo scopo, però, è lo stesso di allora: ricomporre la comunione dei vescovi con Roma e sanare una Chiesa divisa. Poi venne il Vietnam. Il 27 luglio 2023 la Santa Sede e Hanoi hanno concluso l’accordo sullo statuto di un rappresentante pontificio residente. Nel dicembre successivo l’arcivescovo Marek Zalewski è diventato il primo inviato del Papa a vivere stabilmente nel Paese. Anche qui le critiche sono le stesse di un tempo: ingenuità, cedimento, abbandono dei fedeli più fedeli. E la risposta della Santa Sede non è cambiata. Trattare con un regime non significa legittimarlo, ma proteggere chi vive sotto di esso.
È tuttavia la guerra in Ucraina a restituire all’eredità di Casaroli la sua attualità più drammatica. Papa Francesco aveva scelto fin dal 2022 una linea che suscitò incomprensioni e talvolta amarezza a Kyiv. Piangeva l’Ucraina «martoriata», ma si rifiutava di chiudere ogni porta con Mosca, compresa quella del Patriarcato di Kirill. Nel maggio 2023 aveva affidato una missione al cardinale Matteo Maria Zuppi, arcivescovo di Bologna e presidente della CEI. Lo portò a Kyiv il 5 e 6 giugno, a Mosca il 28 e 29 giugno, a Washington dal 17 al 19 luglio e a Pechino dal 13 al 15 settembre. Non era una mediazione politica in senso proprio, ma l’apertura di uno spazio umanitario: lo scambio dei prigionieri, il ritorno dei bambini ucraini trasferiti in Russia.
Leone XIV, eletto l’8 maggio 2025, ha raccolto quel testimone e lo ha portato più lontano. Il 28 giugno 2025, davanti ai greco-cattolici ucraini riuniti in San Pietro per il Giubileo, parlò di «una guerra insensata». Poi ha rilanciato l’azione diplomatica con una sequenza di missioni che ha il ritmo paziente delle trattative di un tempo. A metà luglio di quest’anno il cardinale Zuppi è tornato in Ucraina e, nella regione di Leopoli, ha visitato i campi dove sono detenuti i soldati russi. Subito dopo è partito per Kyiv l’arcivescovo Paul Richard Gallagher, Segretario per i Rapporti con gli Stati. Dal 24 al 28 agosto Gallagher è stato in Russia, per la prima volta dall’inizio del conflitto. Il 25 agosto ha incontrato il ministro degli Esteri Sergej Lavrov e ha chiesto che la guerra finisca il prima possibile. Secondo quanto riferisce Shevchuk, a Mosca ha pronunciato una frase che Casaroli avrebbe potuto sottoscrivere: questa guerra non ha una soluzione militare, e occorre creare le condizioni per un processo politico e diplomatico. A fine settembre Zuppi è tornato a Mosca per la terza volta e il 29 settembre è entrato in un centro di detenzione dove sono rinchiusi prigionieri ucraini. Shevchuk ha sottolineato che nessun rappresentante di un’istituzione internazionale vi era mai riuscito prima. Il cardinale ha visitato i prigionieri di entrambe le parti, prima a Leopoli e poi in Russia: è un’immagine che riassume, meglio di molti discorsi, l’imparzialità della Santa Sede. Sotto la regia di Parolin, osserva Galeazzi, l’Ostpolitik «un tempo tanto osteggiata diventa prassi nelle situazioni di crisi», e il dialogo torna a essere un metodo.
C’è in tutto questo una nemesi della storia che merita di essere sottolineata. La Chiesa greco-cattolica ucraina era stata liquidata dal regime di Stalin con lo pseudo-sinodo di Leopoli del marzo 1946, e aveva vissuto nelle catacombe fino al 1989. Nell’epoca della prima Ostpolitik era il nervo scoperto della diplomazia vaticana: molti suoi figli si sentirono sacrificati sull’altare della trattativa con Mosca. Oggi è proprio quella Chiesa a portare al Papa i nomi dei prigionieri e a ringraziarlo per le telefonate al Cremlino. Il dialogo con la Russia non appare più come un tradimento di Kyiv, ma come uno strumento al suo servizio.
Questa diplomazia si muove in un mondo che sembra aver dimenticato le lezioni del Novecento. Michael Kimmage sul New York Times e Romano Prodi sul Messaggero descrivono un’America tentata da una nuova Yalta. Sarebbe un’intesa tra grandi potenze, con la Cina al posto della Gran Bretagna di Churchill, stipulata sopra la testa dell’Ucraina e di un’Europa ridotta a spettatrice. La Santa Sede segue una logica opposta. Non ridisegna sfere d’influenza, non offre garanzie militari, non ha eserciti da mettere sul tavolo. Lavora sulle persone: i prigionieri, i bambini deportati, i civili assediati, i corridoi per chi fugge. Nel maggio 1935, racconta Churchill nelle sue memorie, il ministro degli Esteri francese Pierre Laval chiese a Stalin un gesto in favore dei cattolici russi, che gli avrebbe giovato presso Pio XI. Stalin rispose con sarcasmo: «Il Papa? Quante divisioni ha?». La lezione di Casaroli è che la forza della diplomazia pontificia sta proprio nel non averne. Può parlare con tutti perché non minaccia nessuno, e può tenere socchiusa una porta quando tutte le altre sono sbarrate. La tregua di Oleshky, per quanto fragile, dimostra che quella porta si apre ancora. Che la Casa Bianca ne attribuisca il merito alla First Lady dice molto sulla politica-spettacolo del nostro tempo, e assai poco sulla fatica paziente di chi lavora lontano dai riflettori.
Il «martirio della pazienza» non è dunque una reliquia della guerra fredda. È un’arte che ogni generazione di diplomatici vaticani ha dovuto riscoprire e reinventare, da Budapest a Belgrado, da Helsinki a Pechino, fino a Kyiv e Mosca. Il suo presupposto è rimasto quello di sessant’anni fa: nessuna guerra è definitiva, nessun interlocutore è perduto per sempre, nessuna vita umana è troppo piccola per una trattativa. In un tempo in cui la forza pretende di avere l’ultima parola, è una lezione di realismo e di speranza che l’Europa farebbe bene a non dimenticare.

