di Flaminia Marinaro
Tra memoria, infanzia e spiritualità, il film attraversa il confine tra documentario e finzione per raccontare il tempo in cui si forma un’identità.
Ci sono storie che non hanno bisogno di spiegare tutto. Preferiscono lasciare spazio ai silenzi, ai ricordi che riaffiorano e a quei frammenti di vita che ciascuno è chiamato a ricomporre attraverso la propria sensibilità. È in questo spazio sospeso che si muove I pesci non chiudono gli occhi, il film diretto dalla regista e documentarista francese Audrey Gordon, in programma alla Festa del Cinema di Roma nella sezione Freestyle Arts. Ispirato all’omonimo romanzo di Erri De Luca, il film vede lo scrittore anche tra gli interpreti, protagonista di un racconto in cui memoria personale e immagini del passato si intrecciano.
Al centro c’è il passaggio dall’infanzia all’adolescenza, il disorientamento della crescita, la scoperta del primo amore e il lento delinearsi di un’identità. Ma il film va oltre la dimensione del ricordo personale: mette in dialogo il bambino che Erri è stato con l’uomo che è diventato, restituendo alla memoria la capacità di interrogare il presente e di rivelare ciò che, nel tempo, continua a vivere dentro di noi.
Ne nasce un’opera delicata, essenziale, attraversata da una dimensione contemplativa nella quale la narrazione si intreccia con il linguaggio documentaristico. La macchina da presa alterna la storia del piccolo Erri, interpretato da Agostino Ceparano, alle immagini dello scrittore adulto che torna nei luoghi della propria infanzia, a Ischia, e ripercorre le tappe della sua esistenza. Due piani temporali che si sfiorano senza mai sovrapporsi del tutto, richiamandosi attraverso immagini, pensieri e suggestioni.
Affiorano così anche gli anni trascorsi da operaio, quando la fatica del corpo scandiva le giornate mentre, nella mente, prendevano forma storie e parole. È nella distanza tra il lavoro delle mani e quello del pensiero che emerge una delle tensioni più interessanti del racconto: la convivenza, nella stessa persona, di esperienze e dimensioni apparentemente lontane. Da una parte la concretezza del lavoro e della vita quotidiana, dall’altra lo spazio interiore in cui si sedimentano ricordi, riflessioni e possibilità narrative. È in questo dialogo che si delinea anche il percorso dello scrittore, capace di trasformare l’esperienza vissuta in materia letteraria.
Accanto al giovane protagonista, Chiara D’Angelo interpreta la ragazza che segna il passaggio verso una nuova consapevolezza, tra la scoperta dell’amore e quella, più dolorosa, delle ingiustizie del mondo. Nine d’Urso, invece, dà volto alla madre di Erri, figura centrale nella formazione umana e intellettuale dello scrittore. È una presenza che va oltre il ricordo familiare: attraverso la sua voce e il suo sguardo si delineano le radici di una sensibilità attenta alle disuguaglianze, alla compassione e al senso di giustizia.
Anche la genesi del progetto custodisce un retroscena significativo. È stata Inès de la Fressange, madre di Nine d’Urso, a fare da tramite tra Audrey Gordon e Paola Porrini Bisson, produttrice e presidente della Fondazione Erri De Luca, contribuendo a creare il legame da cui ha preso forma questa esperienza cinematografica.
Come nel romanzo, anche nel film i ricordi si sovrappongono, il tempo si contrae e si dilata, gli eventi vengono evocati più che spiegati. Non tutto è dichiarato, perché non tutto, nella memoria e nell’esperienza umana, può essere tradotto in parole. Le immagini seguono il movimento del pensiero e lasciano che siano le connessioni interiori a tenere insieme i diversi momenti della vita.
Una scelta che riflette la ricerca artistica di Audrey Gordon, interessata a esplorare il confine tra realtà e finzione. L’incontro con la scrittura di Erri De Luca le ha offerto la possibilità di sperimentare un linguaggio libero, capace di accogliere la dimensione autobiografica senza rinunciare all’immaginazione.
«Faccio un lavoro molto ibrido, a metà tra documentario e finzione, perché ho trovato in questo linguaggio il mio terreno di gioco e il mio spazio di libertà», racconta la regista.
A colpirla è stata soprattutto la poetica dello scrittore e il modo in cui nella sua opera si intrecciano esperienza personale e invenzione letteraria. «Venendo dal documentario, ho trovato nella sua scrittura una sorta di autorizzazione a mescolare me stessa con il passato e il presente, la realtà e l’immaginazione», spiega.
Gordon ha cercato di dare forma anche a ciò che rimane inesprimibile. «Ho lavorato sui flussi di coscienza e sulla voce interiore, cercando di restituire anche ciò che non viene pronunciato. Erri De Luca è un uomo dalla profonda spiritualità, elemento che ho voluto portare nel film senza appesantirne il racconto».
Nel ricordare l’esperienza delle riprese, la regista sottolinea inoltre la fiducia ricevuta dallo scrittore. «Erri è un poeta», afferma, condensando in poche parole il senso di un incontro artistico fondato sulla sensibilità, sull’ascolto e sulla libertà di interpretazione.
I pesci non chiudono gli occhi si configura così come una riflessione sul tempo e su ciò che resta di noi quando l’infanzia sembra ormai una stagione perduta. Non un ritorno nostalgico al passato, ma un tentativo di riconoscere in quel bambino che siamo stati una presenza ancora viva, capace di accompagnare le scelte, i sentimenti e le trasformazioni dell’età adulta. Perché crescere non significa necessariamente lasciarsi alle spalle ciò che siamo stati, ma imparare a guardarlo di nuovo.

