di Michele Gabriele Cristiano e Serena Lemucchi
Il poeta che scese nell’anima umana e ne tornò con una mappa più precisa di qualsiasi divano.
Perché leggiamo ancora Dante, a oltre sette secoli dalla morte? Non perché sia il padre della lingua italiana: lo sanno anche i sassi, e i sassi non lo leggono. Lo leggiamo perché la Commedia è, prima ancora che un monumento letterario, teologico o politico, una straordinaria indagine sull’uomo. Dante scende nei luoghi più oscuridell’animo e ne risale con una vera e propria topografia interiore. Il lettore crede di seguire il viaggio di un fiorentino esule del Trecento; in realtà, finisce per seguire séstesso. È un percorso di discesa e risalita che, per certi aspetti, richiama ciò che, molti secoli dopo, Sigmund Freud avrebbe tentato di indagare e comprendere attraverso la psicoanalisi.
Ma c’è un elemento che rende questo viaggio ancora più interessante: Dante non èsoltanto colui che osserva e descrive le anime incontrate, ma anche colui che deve imparare a conoscere sé stesso attraverso quelle stesse anime. Il pellegrino non attraversa l’aldilà da osservatore distaccato. Ha paura, prova compassione, si indigna e si lascia sopraffare dalle emozioni. Le sue reazioni non sono marginali, ma partecipano alla costruzione del significato del viaggio. Incontrare l’altro significa, in molti casi, trovarsi davanti a possibilità, debolezze e passioni che appartengono anche alla condizione umana del viaggiatore. Per questo la Commedia non è soltanto una rappresentazione dell’animo umano, ma anche il racconto di una progressiva presa di coscienza. Dante deve imparare a guardare il mondo e, nello stesso tempo, a correggere il proprio sguardo. È proprio attraverso questo percorso che il poeta porta alla luce i meccanismi più profondi dell’agire umano, mostrando come passioni, desideri e scelte possano condurre l’individuo verso la propria rovina.
Il metodo è, a ben vedere, psicologico ante litteram. Il male non irrompenecessariamente come un fulmine o come un demone esterno: può insinuarsi attraverso una scelta apparentemente piccola, un desiderio che prende il sopravvento, una verità che si preferisce non ascoltare. La pena, attraverso il contrappasso, diventa anche la rappresentazione visibile di una condizione interiore. L’Inferno ha i suoi mostri e le sue bestie, certo, ma i protagonisti sono uomini, con le loro passioni, le loro debolezze e le loro contraddizioni. Nel Purgatorio, per esempio, gli invidiosi hanno le palpebre cucite con il filo di ferro (Purgatorio, XIII): gli occhi che hanno sprecato a guardare con risentimento la fortuna altrui non possono più vedere. È un’immagine potentissima, che Freud avrebbe firmato senza esitare e che oggi possiamo accostare alle riflessioni degli psicoanalisti sui meccanismi della proiezione e sulla distorsione dello sguardo.
Ci sono poi i grandi incontri, nei quali la poesia diventa quasi una radiografia dell’interiorità. Francesca da Rimini (Inferno, V) parla con una dolcezza che disarma: «Amor, ch’al cor gentil ratto s’apprende» (v. 100), «Amor, ch’a nullo amato amar perdona» (v. 103), «Amor condusse noi ad una morte» (v. 106). Tre versi, tre attacchi con la stessa parola. Francesca continua a chiamare amore ciò che l’ha perduta. Non si pente, ma razionalizza. Costruisce un racconto nel quale la responsabilità sembra appartenere interamente alla forza irresistibile del sentimento. Dante ne rimane sconvolto e cade svenuto «come corpo morto cade» (v. 142). Il canto non è soltanto un giudizio morale: è anche una riflessione sulla capacità dell’uomo di ingannare sé stesso. Esiste un amore che libera e uno che divora. E non sempre è facile riconoscere la differenza, soprattutto quando siamo noi i protagonisti della storia. Chi non lo ha capito da giovane lo capisce, di solito, troppo tardi, quando il danno è fatto e la giustificazione è pronta.
C’è un aspetto, nel racconto di Francesca, che merita attenzione: il modo in cui le parole diventano uno strumento attraverso il quale il personaggio interpreta e, in qualche misura, ricostruisce la propria esperienza. Francesca non racconta semplicemente ciò che è accaduto, ma lo inserisce in una trama di significati, modellata anche dalla tradizione letteraria a cui si richiama, attraverso la quale sembrasottrarsi a ogni responsabilità individuale. L’insistenza sulla forza di Amore, ripetuta quasi come una formula, trasforma una scelta in un destino inevitabile. Eppure, proprio nelle parole con cui cerca di spiegarsi, emerge una contraddizione che il lettore può cogliere anche al di là delle sue intenzioni. Dante mostra così quanto sia complesso il rapporto tra ciò che siamo, ciò che facciamo e il modo in cui scegliamo di raccontarlo a noi stessi. È una forma di conoscenza dell’interiorità particolarmente sottile. Non occorre che il personaggio confessi la propria verità, perché questa può affiorare anche attraverso ciò che non riesce a riconoscere.
Ugolino della Gherardesca (Inferno, XXXIII) porta la poesia al limite del sopportabile. «Io non piangea, sì dentro impetrai» (v. 49): il dolore si pietrifica, diventa mutismo, quasi una forma di difesa. Poi arrivano le parole dei figli: «Padre, assai ci fia men doglia / se tu mangi di noi» (vv. 61-62). Infine, il verso che da secoli divide i commentatori: «Poscia, più che ’l dolor, poté ’l digiuno» (v. 75). Fu la fame a uccidere Ugolino o lo spinse a compiere l’atto più terribile? Dante non scioglie il dubbio e fa bene. Lascia il lettore davanti a una delle zone più oscure dell’esperienza umana. È lo stesso meccanismo che la psicoanalisi chiamerà “ambivalenza”. Amore e orrore, disperazione e istinto di sopravvivenza si sovrappongono in una scena nella quale ogni certezza sembra venire meno. Ugolino non è soltanto un traditore politico: è anche un padre, travolto da una tragedia nella quale persino il confine tra protezione e annientamento sembra dissolversi.
Ulisse (Inferno, XXVI) pronuncia parole tra le più alte e, allo stesso tempo, più pericolose della Commedia: «Considerate la vostra semenza: / fatti non foste a viver come bruti, / ma per seguir virtute e canoscenza» (vv. 118-120). Ma Dante lo colloca tra i consiglieri fraudolenti e definisce il suo viaggio oltre le Colonne d’Ercole un «folle volo» (v. 125). Il problema non è la conoscenza in sé, ma la ricerca che non riconosce alcun limite e non si misura con la responsabilità delle proprie scelte. Oggi, tra manipolazioni genetiche, intelligenze artificiali e promesse di immortalità tecnologica, la domanda resta intatta: tutto ciò che possiamo fare è anche giusto farlo? Dante non poteva conoscere le sfide della nostra epoca, ma aveva già intuito quanto la sete di sapere, quando si sottrae a ogni misura, possa trasformarsi in una forma di hybris e condurre al naufragio.
Il Purgatorio è la cantica più vicina a noi e alla nostra sensibilità. Qui nessuno è definito una volta per tutte dai propri errori. Le anime salgono, faticano, si liberano progressivamente dalle proprie inclinazioni peccaminose. È un percorso di trasformazione, non di condanna definitiva. È, in termini moderni, un lavoro di riconoscimento e di elaborazione interiore. Il Paradiso, invece, è la cantica che spesso mette maggiormente alla prova i lettori contemporanei, e io non faccio eccezione. Dante lo sa. Arrivato davanti all’ultima visione, confessa senza giri di parole che «all’alta fantasia qui mancò possa» (Paradiso, XXXIII, v. 142). Il più grande poeta italiano ammette di non avere più parole. Non è una sconfitta. È l’atto di fede più onesto che la letteratura ci abbia lasciato, perché ha il coraggio di fermarsi dove la ragione smette di camminare. È il riconoscimento di un limite: l’esperienza supera persino la possibilità del linguaggio.
Poi, in un solo verso, tutto si ricompone: «l’amor che move il sole e l’altre stelle» (v. 145). Non un sistema, non una dimostrazione teologica, non un’equazione cosmica:l’amore. Per Dante il cosmo non è un meccanismo privo di senso, ma un ordine che trova nell’amore il proprio principio e il proprio compimento. Dio non è il giudice dell’Inferno, ma la sorgente dell’amore da cui tutto procede e verso cui tutto ritorna. Si può credere o non credere. Ma chi sia arrivato fin lì, dopo aver attraversato la selva e la voragine, non può considerare quel verso una semplice chiusa. È un congedo e insieme una promessa: la strada, per quanto buia, può condurre da qualche parte.
Alcuni studi recenti hanno ripreso, con strumenti moderni, il rapporto tra la Commediae la conoscenza della psiche. Nathan Moses Szajnberg, in un contributo pubblicato sull’International Journal of Psychoanalysis nel 2010, ha individuato nella Commedia, e in particolare nell’Inferno, alcuni modelli della psiche e del percorso di cura dell’interiorità – la “tecnica di guarigione dell’anima” – che presentano significative affinità con la tradizione psicoanalitica. Franco Bruschi, nel volume Dante precursore di Freud (2024), ha approfondito parallelismi tra il viaggio dantesco e il percorso analitico di conoscenza di sé. Altre interpretazioni, come quelle di Roberto Pani, hanno proposto di leggere simbolicamente nelle tre cantiche una corrispondenza con le tappe di un percorso di formazione e con i livelli freudiani di inconscio, preconscio e coscienza. In questa prospettiva, Virgilio può ricordare la figura dell’analista: non risolve i problemi al posto del paziente, ma accompagna il viaggiatore, gli indica i passaggi pericolosi e lo aiuta a non smarrire la strada.
Dante non aveva bisogno del divano. Aveva già la selva oscura e sapeva che attraversarla significava, prima di tutto, imparare a guardarsi dentro. Aveva intuito che l’uomo non è soltanto ciò che appare in superficie, ma anche ciò che nasconde, ciò che non riesce ad ammettere, ciò che giustifica. Aveva compreso che il peccato più sottile non è soltanto la violenza aperta, ma l’autoinganno. E che la conoscenza, quando non è accompagnata dalla misura e dall’amore, può trasformarsi in una forma di follia.
Ecco perché lo leggiamo ancora. Non per dovere scolastico, non per nazionalismo linguistico, non per abitudine accademica. Lo leggiamo perché, molto prima di Freud,Dante aveva già intrapreso un viaggio straordinario nell’interiorità umana. E, in molti casi, sembra ancora conoscerci meglio di quanto noi conosciamo noi stessi.
Michele Gabriele Cristiano
Professore di “Innovation & Cybersecurity Management per la P.A.”
Serena Lemucchi
PhD in Studi Comparati: Lingue, Letterature e Arti
