di Michele Gabriele Cristiano
Seneca aveva passato i sessant’anni quando scrisse a Lucilio, e non faceva il lugubre. Chi si aspetta il filosofo piagnone, ripiegato sul crepuscolo, resterà deluso. Il vecchio precettore di Nerone, uno che di pericoli se ne intendeva, scriveva della vecchiaia con la curiosità di un ragazzo e il buonumore di chi ha visto abbastanza da non spaventarsi più.
Nella dodicesima lettera, che è quella che interessa a noi, c’è una frase che vale un trattato: la vecchiaia è piena di piaceri, purché si sappia usarla. E subito dopo l’immagine della frutta, che non ha bisogno di commenti: i frutti sono più gustosi proprio quando stanno per finire. Non c’è sapore migliore di ciò che sentiamo prezioso perché non durerà.
Sia detto senza malizia: i cristiani se ne accorsero subito. Tertulliano, che non era uomo da regalare complimenti ai pagani, chiamò Seneca «spesso dei nostri». Girolamo lo mise nel catalogo degli uomini illustri. Si arrivò perfino a inventare un carteggio tra lui e san Paolo, falso come una banconota da tre euro, ma rivelatore di quanto lo si volesse dalla propria parte.
Il piacere di accorgersi
Seneca dice che bisogna decidere di godere ciò che c’è. Non aspettare il momento ideale, non rimpiangere l’ormai passato. Il Vangelo lo aveva detto con meno giri di parole: «Non affannatevi per il domani» (Matteo 6,34). E sant’Agostino, che di rimpianti se ne intendeva, nelle Confessioni scrisse la più bella confessione di ritardo della letteratura: «Tardi ti ho amato, bellezza così antica e così nuova». Tardi, appunto. Ma amato.
Chi ha ottant’anni lo sa: la ricchezza non è nella quantità dei giorni, ma nell’attenzione. L’esercizio è modesto. Scegliete un piacere, una conversazione, una passeggiata, un pasto, e prima di passare oltre fermatevi un istante. Assaporate, senza pretendere di trattenere.
La stagione e il suo valore
Nella stessa lettera Seneca definisce dolcissima l’età che declina ma non è ancora precipitata, e aggiunge che anche chi sta sull’ultima tegola del tetto ha, a suo giudizio, i propri piaceri. Non li elenca. Si limita a garantirli, come fa il medico che non vi descrive la cura ma vi dice che si guarisce.
La Bibbia, su questo, era già stata esplicita: il giusto «nella vecchiaia darà ancora frutti» (Salmo 92,15). E lo stesso salmista, quando si fa serio, supplica: «Insegnaci a contare i nostri giorni e acquisteremo un cuore saggio» (Salmo 90,12). Il vecchio che sa contare non è un contabile della malinconia, è un uomo che ha imparato il prezzo delle cose.
San Giovanni Paolo II, nella Lettera agli anziani del 1999, scrisse da anziano agli anziani, il che dà alle sue parole una credibilità che molti documenti ecclesiastici non hanno. Papa Francesco dedicò alla vecchiaia un intero ciclo di catechesi nel 2022. Più il tempo stringe, par di capire, più la Chiesa si ricorda di avere qualcosa da dire.
L’esercizio è questo: nominate, anche solo a mente, tre cose che oggi capite, sentite o sapete fare meglio di quando avevate trent’anni. Vi stupirà scoprire che non è difficile.
Il dono dell’ultima sera
Chiudere la giornata è un’arte. Seneca, in un’altra pagina, raccontava di passare in rassegna ogni sera la propria giornata, senza nascondersi nulla. Gli esercizi spirituali di sant’Ignazio di Loyola riprendono la stessa idea nell’esame, la breve revisione quotidiana fatta alla presenza di Dio: ringraziare, ripercorrere le ore, riconoscere gli errori, proporsi di correggersi. Il vecchio Seneca e il soldato basco, ferito a Pamplona, si sarebbero capiti al volo.
Chi ha una fede vi aggiungerà la preghiera e l’affidamento della notte alla Provvidenza. Chi non ce l’ha può limitarsi alla metà laica dell’esercizio: individuare una sola cosa accaduta che non avrebbe voluto perdere. Una frase, una luce, un istante. Non serve di più.
E qui sta il punto, quello che il vecchio Simeone, in braccio al Bambino, disse con la serenità di chi ha finito il suo lavoro: «Ora puoi lasciare, o Signore, che il tuo servo vada in pace» (Luca 2,29). Si può arrivare alla fine così, senza fretta e senza paura.
Seneca scriveva sapendo che il tempo era poco. Le scriveva lo stesso, con cura. È forse la lezione più utile: fare bene le cose anche quando il tempo è poco, perché è proprio allora che contano di più.

