di Ranieri de Ferrante
Sono quasi due secoli – dai tempi di Cavour – che l’Italia cerca un posto stabile al tavolo delle Nazioni che contano, in particolare in ambito europeo. Passano i secoli, cambiano i climi politici, si succedono governi italiani di ogni tipo, ma l’Italia non solo non guadagna posizioni, ma vede nuovi concorrenti. Abbiamo certo diritto di guardare al futuro con speranza e tifare per l’Italia, ma è saggio moderare le aspettative.
Nel 1854 il Regno di Sardegna, sotto la guida del suo Primo Ministra Conte di Cavour, si unì a Francia, Inghilterra e Impero Ottomano e mandò un corpo di spedizione in Crimea per combattere contro la Russia. Il suo obiettivo era guadagnare il supporto delle Grandi Potenze occidentali per quello che a noi è stato poi raccontato come il glorioso Risorgimento. Ci riuscì: 5 anni dopo la Francia di Napoleone III ci levò dai guai nella seconda guerra d’Indipendenza, e la Lombardia si unì al Piemonte. Nel ’60 la Marina Inglese scortò le navi di Garibaldi a Marsala evitando che venissero affondate (con i Mille a bordo) dai Borbonici, e l’Italia acquisì il Sud. Nel 1866 fu grazie all’aiuto della Prussia che – pur avendole prese di santa ragione dall’Austria nella III guerra d’Indipendenza – ottenemmo il Veneto. Infine, nel 1870 i bersaglieri entrarono a Porta Pia perchè la Francia guardò dal’altra parte.
Così si fece l’Italia, con un contributo italiano – in buona sostanza – solo marginalmente superiore al contributo della Resistenza alla liberazione dalla dittatura nazifascista.
Cavour aveva anche un altro sogno: ottenere per l’Italia un posto al tavolo delle Grandi Potenze, ed in particolare diventare partner di quell’asse fra Francia ed Inghilterra che era nato quando queste, nella prima metà dell’800, si erano trovate ad essere le uniche Democrazie rilevanti in Europa.
Non ci riuscì, né ci riuscirono i suoi successori dopo la prima guerra Mondiale: Orlando e gli altri negoziatori lasciarono il tavolo delle trattative di pace senza ottenere nulla. I confini rettilinei ed arbitrari dell’accordo Sykes/Picot divisero il Medio Oriente fra Francia ed Inghilterra, ed all’Italia restarono poche briciole in Africa ed un devastante desiderio di Impero. Cercare di soddisfare questo desiderio, con le sanzioni che ne seguirono, è stato poi uno dei motivi dell’abbraccio mortale con Hitler.
Nel secondo Dopoguerra l’Italia continuò a vivere un di desiderio, sempre più insoddisfatto: De Gasperi fu fra i padri morali della nuova Europa, ma l’Italia non fu parte della sua guida. Tale guida, però, si evolse geometricamente, passando da asse Franco Inglese a triangolo che includeva la Germania, la cui rilevanza strategica e credibilità industriale ed economica fecero rapidamente dimenticare certi trascorsi.
E l’Italia fuori, a mandare i minatori a morire in Belgio.
Prima la politica italiana tenuta a guinzaglio corto dagli USA, poi il caotico succedersi di Governi della Prima Repubblica, poi l’avvento di Berlusconi e dei suoi comportamenti spesso poco seri e poi … e poi … le cause cambiano, ma l’effetto è sempre lo stesso. Oggi il Governo è accusato di essere rimasto fuori dai giochi ma ha solo subito la sorte di tutti i suoi predecessori, di sinistra e di destra. Non è una novità.
Ed intanto l’Europa, pur avendo forti dubbi sulla sua evoluzione politica, non ne ha su quella geometrica, passando da triangolo a quadrato: la poltrona tanto desiderata dall’Italia la sta prendendo la Polonia, per ragioni molto simili a quelle che diedero alla Germania il suo posto.
Se l’Italia si siede al tavolo, mi sembra, è come portavoce di Trump.
Ed ora? La politica va per curve strane, ma la geometria è più prevedibile: c’è da attendere una prossima transizione a il tavolo pentagonale.
Sarà il turno dell’Italia? Potrebbe essere, e non si può certo dire che il Governo non ci provi. Ma non nutriamo troppe speranze: la Spagna – in maniera silenziosa ma decisa – cresce economicamente e socialmente e quindi politicamente. E l’Italia non sembra essere in grado di farlo.
