di Gianni Lattanzio
La mattina dell’11 settembre 2001 il XXI secolo entrò nella storia con il fragore delle Torri Gemelle. In poche ore, diciannove uomini, quattro aerei civili e una rete terroristica transnazionale incrinarono la certezza di invulnerabilità della maggiore potenza mondiale e trasformarono Manhattan nel simbolo di una vulnerabilità ormai globale. Con quella nube di polvere e di acciaio si dissolse anche la fiducia, coltivata negli anni successivi alla fine della Guerra fredda, in un ordine internazionale regolato dall’interdipendenza economica, dall’espansione dei mercati e dalla supremazia americana.
Le immagini del World Trade Center in fiamme restano la scena originaria del nostro secolo. Esse fissano il dolore di quasi tremila vittime e, insieme, segnano l’avvio di un’epoca nella quale la paura è divenuta una forza capace di modellare politiche pubbliche, relazioni internazionali, sistemi tecnologici e comportamenti quotidiani. Al-Qaeda dimostrò che un soggetto privo di eserciti regolari, flotte e confini poteva incidere sulla grande storia più di molti Stati, imponendo per un quarto di secolo priorità strategiche, interventi militari, apparati di sorveglianza e nuove legislazioni.

La globalizzazione rivelò allora la sua ambivalenza. Le reti costruite per connettere il mondo — rotte aeree, mercati finanziari, comunicazioni digitali, città aperte e flussi di persone — potevano essere rovesciate nel loro contrario e trasformate in strumenti di minaccia. La sicurezza cessò di coincidere soltanto con la difesa del territorio: divenne protezione delle infrastrutture, delle informazioni, degli spazi urbani, delle libertà civili e della stessa fiducia che tiene insieme una comunità democratica.
La risposta americana prese il nome di “guerra globale al terrore”. L’intervento in Afghanistan, avviato per colpire al-Qaeda e rimuovere la protezione assicurata dai talebani, si trasformò nella più lunga guerra della storia contemporanea degli Stati Uniti e si concluse, vent’anni dopo, con il ritorno dei talebani a Kabul. L’invasione dell’Iraq del 2003, maturata nel clima politico e psicologico seguito agli attentati ma priva di un legame credibile con essi, contribuì a destabilizzare il Medio Oriente, a rendere più profonde le divisioni settarie e a preparare il terreno sul quale sarebbe cresciuto lo Stato Islamico.
Quegli anni hanno consegnato una lezione severa: la vittoria militare non coincide con la pace politica. Un regime può essere abbattuto senza che nascano istituzioni legittime; un’organizzazione terroristica può essere indebolita senza che vengano recise le radici della radicalizzazione, alimentate da guerre irrisolte, Stati fragili, marginalità sociale, economie illegali, propaganda e umiliazioni collettive.
L’11 settembre ha trasformato anche la grammatica della cittadinanza. Controlli aeroportuali, videosorveglianza, banche dati biometriche, norme antiriciclaggio, cooperazione tra intelligence e poteri di emergenza sono entrati stabilmente nella vita delle democrazie. Il dovere di proteggere i cittadini resta inderogabile; altrettanto inderogabile è il limite posto dallo Stato di diritto. Quando il contrasto al terrorismo scivola verso la tortura, la detenzione senza garanzie, la sorveglianza indiscriminata o la stigmatizzazione religiosa, la democrazia rischia di corrodere i propri fondamenti e di offrire agli estremismi il linguaggio dell’ingiustizia di cui si alimentano.
A venticinque anni di distanza, il terrorismo jihadista appare più frammentato, diffuso e digitale. Ha perduto il centro territoriale che per un periodo lo aveva reso più visibile, ma conserva capacità di reclutamento, propaganda e ispirazione attraverso le piattaforme online, le guerre civili, i traffici illeciti e le periferie fragili della globalizzazione. Intanto, le minacce si sono moltiplicate: il ritorno delle guerre tra Stati, la competizione fra grandi potenze, gli attacchi informatici, la disinformazione, l’uso dell’intelligenza artificiale per alterare immagini, opinioni e processi decisionali, la crisi climatica, le pandemie e l’insicurezza energetica.
Il pericolo maggiore nasce dalla loro convergenza. Disuguaglianze, polarizzazione, conflitti regionali, fragilità ambientale e opacità digitale compongono un paesaggio nel quale l’insicurezza può generare chiusura, capri espiatori e autoritarismi. La memoria dell’11 settembre richiede allora una maturità politica capace di sottrarsi sia alla rimozione sia alla retorica della guerra infinita.
Commemorare quella data significa tornare al dolore di Manhattan, del Pentagono e della Pennsylvania, ma anche interrogare l’ordine globale emerso da quelle macerie. La sicurezza del XXI secolo non si esaurisce nei confini, nelle armi, nei droni o negli algoritmi: vive nella qualità delle istituzioni, nella giustizia sociale, nell’istruzione, nella cooperazione internazionale, nella prevenzione dei conflitti e nella difesa dei diritti anche quando risultano politicamente scomodi.
L’11 settembre ci ha insegnato che il mondo può mutare nel tempo di una mattina. Il quarto di secolo trascorso da allora ha reso evidente che nessuna potenza, per quanto armata e tecnologicamente avanzata, può sottrarsi da sola alle proprie vulnerabilità. La scelta che resta davanti a noi riguarda la forma stessa della convivenza: una sicurezza nutrita dalla paura, destinata a consumare la libertà, oppure una sicurezza fondata sul diritto, sulla dignità umana e sulla responsabilità condivisa.

