di Gianni Lattanzio
Alternative für Deutschland, con il 43,8% dei voti in Sassonia-Anhalt, ottiene il migliore risultato della sua storia in un’elezione regionale. Ma in questo contesto quello che, probabilmente, colpisce di più un osservatore attento e’ stato il tono. L’esultanza, i selfie, la leggerezza ostentata, la promessa che “andrà tutto bene”. Mentre la CDU precipitava al 17,2%, dimezzando il proprio consenso rispetto al 2021, la destra radicale non si presentava più come il volto rabbioso della protesta, ma come la forza del riscatto, dell’orgoglio, persino della serenità.
È questa, forse, la novità più profonda del voto tedesco: il radicalismo non avanza soltanto perché intercetta paure e risentimenti; avanza perché ha imparato a offrire un sentimento di appartenenza. Dove i partiti tradizionali parlano il linguaggio dei vincoli, delle complessità e dei sacrifici inevitabili, AfD mette in scena una promessa elementare: riprendere il controllo. Dei confini, dell’identità, della scuola, dell’energia, della storia nazionale. È una promessa politicamente semplificata, ma emotivamente potentissima.
Il candidato Ulrich Siegmund ha interpretato con abilità questa metamorfosi. Non il tribuno furioso, ma il vicino di casa rassicurante; non l’estremista che minaccia, ma l’uomo sorridente che ascolta, stringe mani e parla di dignità dell’Est. Eppure, dietro questa estetica della normalità rimangono una visione etnico-nazionale della società, politiche durissime sull’immigrazione, l’ostilità verso la transizione ecologica e una più indulgente disposizione verso la Russia. Il linguaggio si addolcisce; il progetto politico, invece, resta radicale.
AfD non ha ottenuto la maggioranza assoluta: con 39 seggi resta sotto la soglia dei 42 necessari per governare da sola. Ma la sua vittoria apre una fase nuova. Tutti gli altri partiti hanno ribadito il rifiuto di collaborare, difendendo la Brandmauer, il muro politico costruito nella Germania democratica per tenere lontane dal governo le forze incompatibili con il patrimonio costituzionale del dopoguerra. Il BSW di Sahra Wagenknecht, entrato per poco nel Parlamento regionale, può però trasformarsi nell’ago della bilancia: un’astensione, un sostegno esterno, un’intesa parlamentare indiretta potrebbero rendere possibile l’elezione di un ministro-presidente AfD.
Il punto, tuttavia, non è soltanto il governo che nascerà a Magdeburgo. Il voto segnala la formazione di due Germanie politiche: da una parte AfD, sempre più capace di parlare a un elettorato che non si percepisce affatto “estremo”; dall’altra un fronte democratico che, pur maggioritario nella sua somma, fatica a trasformare la difesa delle istituzioni in un progetto desiderabile. Le analisi post-elettorali mostrano che molti elettori di AfD collocano il partito nel centro dello spettro politico, mentre una parte considerevole degli altri elettori giudica una sua amministrazione un pericolo per democrazia e Stato di diritto. È una frattura non solo elettorale, ma percettiva: due mondi che non condividono più nemmeno la stessa definizione di normalità.
La Sassonia-Anhalt racconta, inoltre, una ferita più antica: quella della riunificazione tedesca. A oltre tre decenni dalla fine della DDR, in molte aree orientali restano il senso di marginalità, il declino demografico, la perdita di centralità industriale e l’impressione di essere cittadini meno ascoltati della Repubblica federale. AfD ha avuto il merito politico — nel senso tecnico, non morale, della parola — di trasformare questa domanda di riconoscimento in una narrazione: l’Est non come periferia da assistere, ma come luogo della Germania “vera”, tradita dalle élite di Berlino e da Bruxelles.
L’alta partecipazione, attorno all’80%, rende il messaggio ancora più difficile da ignorare. Non siamo davanti a un incidente causato dall’astensione o a una protesta residuale. Il partito ha mobilitato un numero straordinario di ex non votanti, mostrando che il suo consenso non nasce esclusivamente dal malcontento, ma dalla capacità di suscitare energia e identificazione collettiva.
Per l’Unione europea, il voto è un campanello d’allarme di prima grandezza. La Germania non è un Paese qualunque: è il baricentro industriale dell’Europa, il principale contributore del bilancio comunitario e uno snodo decisivo per la politica di sicurezza, il Green Deal, la strategia energetica e il sostegno all’Ucraina. La sconfitta della CDU indebolisce Friedrich Merz e rende più fragile la capacità tedesca di guidare compromessi a Bruxelles.
AfD propone un’Europa meno integrata, più nazionale, più diffidente verso l’euro e verso le politiche comuni; critica le misure climatiche, vuole un irrigidimento radicale della politica migratoria e contesta il sostegno tedesco a Kiev. Anche senza conquistare la guida del Land, il suo successo modifica già il campo di forze: spinge gli altri partiti a rincorrere temi, parole e paure che prima appartenevano alla periferia del sistema.
La lezione, dunque, non è che l’Europa debba rinunciare alle proprie regole o inseguire il nazionalismo. È, piuttosto, che non basta più evocare la memoria del passato per governare le inquietudini del presente. Le democrazie vincono quando sanno offrire non soltanto un argine, ma una prospettiva; non soltanto prudenza, ma fiducia; non soltanto la denuncia del pericolo, ma un’idea concreta di futuro.
A Magdeburgo, l’estremismo si è presentato con un volto rassicurante. È proprio per questo che il suo avanzamento deve essere preso sul serio: non come un fenomeno estraneo alla società europea, ma come il sintomo di una domanda di protezione, identità e riconoscimento che le forze democratiche non possono più lasciare senza risposta. La Sassonia-Anhalt e’ un piccolo Land con poco più di 2 milioni di abitanti, non e’ la Germania! Ma il campanello d’allarme va ascoltato con attenzione!

