di Gianni Lattanzio
L’accordo sui dazi tra l’Unione Europea e gli Stati Uniti siglato nel luglio 2025 segna una delle svolte più delicate e controverse nella storia recente delle relazioni transatlantiche, non solo perché impone una tariffa uniforme del 15% quasi su tutto l’export europeo verso il mercato americano, ma soprattutto perché cristallizza in modo definitivo un cambio di paradigma: dal multilateralismo aperto delle vecchie globalizzazioni al ritorno dei blocchi, tra pressioni protezionistiche e ricerca di nuove vie nel Sud globale, e tutto questo mentre l’Italia e l’Europa si trovano a dover riscrivere, in tempo reale, la loro strategia economica e commerciale.
Fin dalle prime ore successive all’annuncio di Trump e von der Leyen a Turnberry, i commentatori – dalla stampa internazionale alle istituzioni finanziarie, dai centri studi italiani ai think tank di Parigi e Berlino – hanno tratteggiato il volto amaro di un compromesso che, pur scongiurando la temuta escalation al 30% e un collasso dei flussi di scambio, segna per l’Unione Europea una perdita reputazionale e geopolitica quasi più grave del danno economico.
Non si tratta solo di un muro doganale che si abbatte sulle merci europee – dalle auto alle macchine utensili, dal vino alle produzioni chimiche e farmaceutiche – ma di una sommatoria di implicazioni giuridiche e politiche che rivelano l’assenza di una vera strategia autonoma dell’Europa sul piano commerciale e la fragilità di una negoziazione condotta in posizione di debolezza strutturale, lo sottolinea Rosario Cerra del Centro Economia Digitale, nell’intervista rilasciata in questi giorni, parlando esplicitamente di resa senza road map, di accettazione della logica trumpiana e, soprattutto, di mancanza di una vision industriale e commerciale capace di ripensarsi di fronte alla crisi dei paradigmi tradizionali.
A livello italiano, la ricaduta finanziaria è immediata e severa: secondo il Centro Studi di Unimpresa e Confindustria il costo diretto per le imprese del Belpaese supera i 10 miliardi di euro rispetto a un volume di export verso gli USA che nel 2024 era arrivato a un picco storico di 66 miliardi – la meccanica strumentale, punta di diamante dell’industria tricolore, si vede colpita per circa 2,7 miliardi, il settore chimico e farmaceutico per altri 1,95 miliardi, l’abbigliamento e i beni di lusso non meno di un miliardo, e l’agroalimentare è forse il vero epicentro del terremoto, con il vino italiano messo a rischio sostituzione da concorrenti del “Nuovo Mondo”, come Argentina o Cile, che subiscono solo il 10% di dazio – mentre per la pasta, i formaggi e l’olio i dati degli ultimi mesi confermano le prime frenate nelle esportazioni, con Coldiretti che stima una perdita netta sopra il miliardo di euro e Federvini che parla di mezzo milione di posti di lavoro coinvolti tra filiera e indotto.
Gli effetti moltiplicatori vanno ben oltre il settore delle eccellenze: secondo gli economisti di Svimez, l’Italia rischia tra i 90mila e i 118mila posti di lavoro nei prossimi tre anni, e il PIL potrebbe ridursi di un quarto di punto percentuale, a fronte di una crescita stagnante e salari già ai minimi tra i paesi avanzati, come ricordato dall’OCSE e ribadito da Paolo Gentiloni in un’analisi tanto lucida quanto allarmata.
Ma l’aspetto forse più drammatico non si misura solo in cifre: c’è un vulnus nella credibilità e nella capacità europea di sedere ai tavoli da interlocutore alla pari, c’è il prezzo di una politica industriale che sembra sacrificata ogni volta che si preferisce tamponare l’emergenza con ristori parziali o misure ad hoc, mentre si rinuncia a rilanciare il mercato interno, a incentivare produttività e innovazione e a difendere la coesione dei territori più vulnerabili. In una parola, a riscoprire la centralità delle catene del valore continentali, oltre il vincolo esterno.
Aver ottenuto il contenimento dei dazi sull’automotive (che salva Germania e, in parte, l’asse produttivo italo-tedesco) non basta a nascondere le ombre di un accordo criticato molto aspramente dalle cancellerie di Berlino, Parigi e Roma, accusato persino dal premier francese Bayrou di essere “un giorno buio” per l’Europa che si sottomette a Washington[5], mentre la presidenza italiana si preoccupa soprattutto di rassicurare imprenditori e associazioni, richiedendo a Bruxelles misure compensative e task force dedicate a sostenere il tessuto export-led nella fase di transizione forzata.
Sul piano giuridico, l’accordo appare come una forzatura delle regole multilaterali previste dall’OMC, che avrebbero richiesto l’attivazione di procedure di “salvaguardia” più rigorose e trasparenti, e che invece sono state aggirate da Washington attraverso una narrativa emergenziale cucita su misura sulle esigenze di riequilibrio della propria bilancia commerciale, in un momento in cui anche la minaccia della concorrenza cinese – e la trattativa separata con Pechino – ha pesato sulle scelte americane.
Dal punto di vista regionale, il rischio maggiore per l’Italia è la perdita di quote di mercato strutturali e la sostituzione sulle piazze strategiche di prodotti ad alto valore aggiunto che difficilmente, una volta persi, potranno essere recuperati – ed è per questo che, in parallelo, esplode la corsa ad accordi di diversificazione commerciale, che vedono l’Europa tornare ad affacciarsi con rinnovata urgenza sulla dimensione del Sud globale.
A questo proposito, l’“altro fronte” della strategia europea è rappresentato dal trattato con il blocco Mercosur – un accordo su cui l’Unione investe aspettative ambiziose dopo venticinque anni di negoziati, immaginando l’accesso progressivo a un bacino di 700 milioni di consumatori e la liberalizzazione del 90% delle importazioni di beni industriali europei, oltre il 93% dei prodotti agricoli, generando risparmi tariffari stimati in oltre 4 miliardi l’anno e un potenziale di crescita negli scambi bilaterali nell’ordine del 37% entro il decennio.
Eppure, anche sull’asse Sudamericano, il cielo non è del tutto sgombro: i paesi più esposti, come Francia e Irlanda, avanzano dubbi sulla tenuta delle clausole ambientali e sociali; la battaglia sulle “mirror clauses” – per impedire che prodotti ottenuti con pratiche di deforestazione entrino nel mercato europeo – rimane accesa, e le stesse organizzazioni agricole temono dumping sociale e una concorrenza troppo spinta che possa mettere in crisi comparti sensibili e micro-filiera.
Strategicamente, però, l’importanza del trattato Mercosur risulta evidente proprio nel momento in cui la rotta atlantica si fa più costosa e imprevedibile: per Paolo Gentiloni è un banco di prova della capacità dell’Europa di perseguire una “autonomia strategica” che non sia solo teoria, ma politica commerciale coerente e attiva, attenta al sociale e all’ambiente, non più affidata al meccanismo asettico dei dazi ma capace di usare la leva industriale e finanziaria per difendere e rilanciare i propri segmenti avanzati.
Non meno rilevante è il quadro macro-finanziario sottostante: per gli Stati Uniti l’accordo è stato costruito anche in chiave di approvvigionamento energetico (acquisti di gas liquido e combustibili fossili statunitensi, in controtendenza rispetto alle strategie UE sull’autonomia energetica) e come accelerazione dell’attrazione di investimenti produttivi nel Midwest, mentre per l’Europa il rischio è di pagare una “superspesa” anche in termini di coerenza degli obiettivi di transizione verde e digitale, e di dover rinegoziare, uno dopo l’altro, i paradigmi di politica industriale, sicurezza e ricerca che erano stati considerati acquisiti.
Non sorprende, quindi, che l’impatto immediato sulle borse sia stato incerto, oscillando tra ottimismo per l’assenza di una vera guerra commerciale e timori per la capacità delle imprese europee di assorbire l’aumento dei costi, con effetti a catena sull’occupazione, i salari e il gettito fiscale.
Il futuro prossimo si giocherà, dunque, su alcuni fattori-chiave: la velocità e la credibilità della strategia di diversificazione europea, l’efficacia di strumenti di sostegno e compensazione per i settori più colpiti, la capacità dell’Italia di promuovere riforme profonde su produttività e innovazione interna per non limitarsi a rincorrere le crisi esterne e, non ultimo, il peso politico che Roma e Bruxelles riusciranno a esercitare nella definizione di nuove regole globali, in un contesto di multilateralismo fragile e sempre più frammentato fra blocchi e alleanze circostanziali.
Quello che è certo è che la partita non è affatto chiusa: le ultime settimane hanno visto fermento diplomatico e nuove aperture verso Asia, Africa, Messico e i cosiddetti “nuovi emergenti”, mentre la presidenza italiana chiama a raccolta imprenditori e associazioni di categoria per costruire una task force operativa in grado di affrontare, insieme, le sfide di una stagione che – tra dazi e nuove alleanze – segnerà il futuro dell’Europa e del Made in Italy per almeno un decennio.
La lezione profonda, amara ma necessaria, è che l’accordo sui dazi UE-USA è meno una parentesi contingente e più un punto di svolta strutturale. Richiede di riscoprire – e praticare – quell’ambizione di autonomia strategica europea che sappia coniugare leadership commerciale, coesione sociale e sostenibilità ambientale in tempi di incertezza, mettendo finalmente il tessuto produttivo, innovativo e creativo dell’Italia e dell’Europa di nuovo al centro.
