di Rossana Errico
Il 14 giugno la popolazione elvetica sarà chiamata a votare su una delle iniziative più divisive degli ultimi anni: «No a una Svizzera da 10 milioni!» promossa dall’Unione Democratica di Centro (UDC). Dietro uno slogan che parla di sostenibilità e qualità della vita, si nasconde una questione ben più profonda: il futuro della libera circolazione delle persone con l’Unione Europea e il modello stesso di Svizzera aperta costruito negli ultimi vent’anni.
Da sempre, l’UDC costruisce una parte importante della propria identità politica attorno al tema dell’immigrazione.
Quella del 14 giugno non è quindi una battaglia isolata, ma l’ennesimo capitolo di una lunga campagna che ha spesso utilizzato toni provocatori, immagini aggressive e slogan capaci di dividere profondamente l’opinione pubblica svizzera.
Molti ricordano ancora i celebri manifesti con le “pecore nere” espulse dalla bandiera svizzera, i corvi neri che invadevano il territorio elvetico o le campagne contro i frontalieri e i richiedenti asilo. Manifesti che hanno suscitato polemiche internazionali, accuse di xenofobia e, in alcuni casi, persino interventi della giustizia o ritiri parziali del materiale pubblicitario.
L’obiettivo politico, però, è rimasto sostanzialmente invariato nel tempo: trasformare la paura del cambiamento demografico in consenso elettorale.Oggi il bersaglio è la “Svizzera da 10 milioni”, ieri erano i minareti, la libera circolazione, i frontalieri, i rifugiati o l’“immigrazione di massa”. Cambiano gli slogan, ma il messaggio resta lo stesso: la Svizzera sarebbe minacciata dagli stranieri e dovrebbe difendersi chiudendosi.
In passato, nonostante decenni di campagne durissime, la popolazione svizzera ha spesso respinto le proposte più radicali ed il popolo ha detto no più volte alla rottura con l’Europa, alle espulsioni automatiche indiscriminate e ai tentativi più estremi di smantellare la libera circolazione delle persone.
Tale operazione di fabbricazione del consenso attraverso instillazione di paura sociale, non sembra aver nessun senso il voler considerare e pianificare il dato anagrafico prescindendo da ogni altro parametro socio-economico.
Il malessere sociale esiste. Il costo degli affitti, la pressione sui trasporti, il timore di perdere qualità della vita sono problemi reali. Ma ridurre tutto alla presenza degli stranieri rischia di trasformare questioni economiche e sociali complesse in una semplificazione politica pericolosa.
Anche a Bruxelles il voto viene osservato con crescente preoccupazione. Diversi eurodeputati hanno definito l’iniziativa un segnale politico ostile verso l’Europa e un attacco alla via bilaterale che regola i rapporti tra Berna e l’UE.
Il dato forse più significativo è che il Paese appare spaccato a metà. I sondaggi mostrano un equilibrio quasi perfetto tra favorevoli e contrari, segno di una Svizzera inquieta, combattuta tra il bisogno di protezione e la consapevolezza di dipendere profondamente dall’apertura internazionale.
La vera domanda resta allora sempre la stessa:la Svizzera vuole affrontare le proprie sfide investendo in infrastrutture, salari, pianificazione e servizi pubblici, oppure preferisce continuare a cercare un capro espiatorio da esibire sui manifesti elettorali?
E forse il problema non è che la Svizzera cresce troppo, ma che la politica continua a cercare nemici invece di soluzioni.
Rossana Errico italiana residente in Svizzera. ex-funzionario MAECi (Ministero degli Affari Esteri e Cooperazione Internazionale ). Professoressa di lingua e cultura italiana e francese.
