Cittadinanza, diaspora, borghi e il costo umano di una frattura che rischia di impoverire il Paese
di Romina Cacciatore
Per oltre un secolo l’Italia ha costruito una parte della propria identità oltre i propri confini.
Milioni di italiani partirono tra la fine dell’Ottocento e gran parte del Novecento verso l’Argentina, il Brasile, l’Uruguay, gli Stati Uniti, il Canada, l’Australia e numerosi altri Paesi. Partirono spesso senza nulla, portando con sé soltanto una valigia, la lingua, la cultura e la speranza di costruire un futuro migliore.
Quella migrazione non rappresentò una perdita per l’Italia. Fu, al contrario, una delle più grandi estensioni culturali della storia nazionale. Oggi, però, qualcosa sembra essersi rotto.
Negli ultimi anni il dibattito sulla cittadinanza italiana iure sanguinis ha assunto toni sempre più duri. Le riforme culminate nella Legge 74/2025 hanno segnato una svolta storica nel rapporto tra lo Stato italiano e la sua diaspora.
Ma dietro il dibattito giuridico esiste una domanda che raramente viene affrontata: chi sta pagando il prezzo umano di questa trasformazione?
Esiste una categoria di persone che raramente compare nei discorsi istituzionali: gli italo-discendenti rimasti bloccati tra un diritto riconosciuto per generazioni e un sistema amministrativo che per anni non è stato in grado di garantire un accesso reale a quel diritto.
Per decenni migliaia di persone hanno affrontato liste d’attesa interminabili nei consolati italiani. Appuntamenti inesistenti, procedure differenti e tempi incompatibili con qualsiasi progetto di vita.
La mia storia rappresenta, in fondo, quella di tanti altri.
Sono figlia diretta di un cittadino italiano nato a Palermo. Mio padre ha servito la bandiera italiana fino alla sua morte. Mio nonno fu prigioniero di guerra durante la campagna d’Africa Settentrionale e mio bisnonno morì durante la Prima Guerra Mondiale.
Il mio primo tentativo avvenne attraverso il consolato italiano. Il secondo a Catania. Il terzo a Parma.
Dopo ventidue anni di sacrifici, investimenti economici, viaggi e perseveranza, ottenni finalmente il riconoscimento della cittadinanza italiana.
Ricordo ancora quel giorno. Piansi. Non perché stessi diventando italiana, ma perché finalmente lo Stato italiano riconosceva ciò che ero sempre stata.
Spesso si parla dei costi che la cittadinanza comporterebbe per lo Stato. Molto meno si parla dei costi sostenuti dai discendenti.
Dietro ogni pratica esistono anni di investimenti: ricerca documentale, certificati, traduzioni, apostille, legalizzazioni, viaggi, soggiorni e assistenza professionale.
Molti hanno venduto proprietà. Altri hanno utilizzato i risparmi accumulati in una vita di lavoro.
Esiste poi un aspetto quasi assente dal dibattito politico: l’impatto territoriale.
Negli ultimi anni migliaia di italo-discendenti hanno scelto di vivere in piccoli comuni italiani. Hanno affittato abitazioni, acquistato case, ristrutturato immobili abbandonati e contribuito alla sopravvivenza economica di territori colpiti dallo spopolamento.
In un Paese che affronta una crisi demografica sempre più evidente, ignorare questo fenomeno significa ignorare una potenziale risorsa strategica.
La diaspora italiana non ha rappresentato soltanto memoria. Ha rappresentato investimenti, presenza, sviluppo e futuro.
L’Italia ha il diritto di riformare il proprio sistema di cittadinanza. Ma ogni scelta comporta conseguenze.
La vera questione non è soltanto quante cittadinanze riconoscere. La vera questione è quale rapporto l’Italia desideri mantenere con milioni di persone che, pur vivendo lontano, non hanno mai smesso di sentirsi italiane.
Forse, un giorno, l’Italia dovrà chiedersi se il problema fosse davvero la sua diaspora o se la sua diaspora fosse, in realtà, una delle sue più grandi opportunità.
